Intervista impossibile. La Baia di Jeranto, il coraggio di rinascere: «Le ferite non cancellano ciò che siamo»
Per raggiungerla bisogna meritarsela. Non esistono strade che arrivino fino al mare, né scorciatoie. Si parte da Nerano e si comincia a camminare. All’inizio il sentiero sembra uno dei tanti che attraversano la macchia mediterranea, poi qualcosa cambia. Il rumore del paese scompare lentamente, il respiro prende il ritmo dei passi, il vento ricomincia a farsi sentire tra i carrubi e gli olivi, mentre il mare resta nascosto, quasi volesse sottrarsi allo sguardo ancora per un po’.
Quando finalmente la baia appare, all’improvviso, sembra di essere arrivati in un luogo che ha aspettato pazientemente il nostro arrivo. Ma è ancora presto, non c’è quasi nessuno. È la Baia di Jeranto a osservarmi in silenzio.
Ho l’impressione che lei cominci molto prima di dove ci troviamo adesso.
È così. Quasi tutti credono che io sia quella lingua di mare che adesso vede davanti a sé. In realtà io comincio molto più in alto, al primo passo fuori da Nerano. Comincio quando qualcuno accetta di rallentare. Il sentiero non serve soltanto ad arrivare qui: serve a lasciare indietro qualcos’altro. La fretta, il rumore, l’illusione che ogni luogo possa essere raggiunto senza trasformare un poco se stessi.
Quindi il sentiero fa parte della sua identità.
Ne è la prima pagina. Oggi siete abituati a considerare il percorso come una semplice distanza da colmare, invece per secoli è stato il contrario. Camminando, gli uomini riconoscevano alberi, rocce, sorgenti, muretti, grotte; ogni curva aveva una storia, ogni pietra un nome, ogni sosta un ricordo. Le leggende non cominciavano quando si arrivava alla baia: erano già lungo la strada. Per questo dico sempre che io non sono una meta, ma sono il tempo necessario per raggiungerla.
È forse questo il motivo per cui tanti, arrivando qui, parlano di pace?
Credo di sì. Ma la pace non è un dono che faccio io, perché è qualcosa che ciascuno ritrova dentro di sé quando il corpo ricomincia ad avere un ritmo umano. Avete notato come si cambia mentre si scende? All’inizio parlate forte, poi sempre meno e, a un certo punto, restano soltanto il rumore dei passi, il canto delle cicale e il mare, che ancora non si vede ma già si sente. Quando finalmente compaio davanti ai vostri occhi, il cambiamento è già avvenuto.
Eppure lei porta un nome antico, legato al mito.
I nomi sono come gli anelli di un tronco, dove ognuno racconta un’epoca diversa. Molti credono che il mio nome custodisca ancora l’eco delle Sirene, quelle creature che gli antichi immaginavano abitare questo tratto di mare insieme alle isole de Li Galli. Mi piace questa idea, non perché io sappia se sia vera, ma perché dice qualcosa di importante. Le Sirene non rappresentavano soltanto il pericolo, quanto invece il desiderio: erano il richiamo verso qualcosa che non si conosce ancora. Da allora gli uomini continuano a venire qui mossi dalla stessa forza, ossia il desiderio di raggiungere un altrove.
Nei suoi sentieri, però, non abitavano soltanto le Sirene.
No, le Sirene appartenevano al mare, ma la terra aveva altre presenze: janare, munacielli, spiriti, animalacci, apparizioni. Ma sarebbe un errore pensare che fossero semplicemente superstizioni. Quelle storie erano il modo con cui gli abitanti imparavano ad abitare questo paesaggio. Insegnavano ai bambini dove non andare di notte, spiegavano il mistero di una malattia improvvisa, ricordavano che certi luoghi meritavano rispetto. Le leggende non servivano a fuggire dalla realtà, ma servivano a viverla meglio.
Lei le ha ascoltate tutte?
Tutte, certo. Le ho ascoltate nelle cucine, durante le veglie, mentre le donne preparavano il pane o pulivano le verdure, mentre gli uomini rientravano dai campi o dal mare. Le storie camminavano insieme alle persone. Cambiavano un poco ogni volta che venivano raccontate, ma conservavano sempre lo stesso compito: trasformare il paesaggio in memoria. Un luogo diventa davvero un luogo soltanto quando qualcuno lo racconta.
Eppure, guardandola oggi, è difficile immaginare che lei abbia conosciuto anche il rumore delle mine e delle ruspe.
È la parte della mia vita che molti preferiscono dimenticare. Le fotografie conservano il mare, i colori, la vegetazione, mentre difficilmente conservano il dolore. Eppure, per decenni, il silenzio che sente oggi non esisteva. Al suo posto c’erano il rombo dei compressori, il frastuono delle esplosioni, il cigolio delle teleferiche, il rumore della pietra che veniva staccata dalla montagna e caricata sulle navi. Le mie pareti cambiavano forma ogni giorno. Ogni sera mi addormentavo diversa da come mi ero svegliata.
Deve essere stato terribile.
Non userei questa parola, sarebbe troppo semplice dividere la mia storia in un “prima felice” e un “poi infelice”. Gli uomini che lavoravano qui non erano miei nemici. Erano padri, fratelli, figli… portavano il pane a casa. Alcuni percorrevano questo stesso sentiero prima dell’alba e lo risalivano al tramonto, stanchi, coperti di polvere. Ho ascoltato le loro conversazioni, le loro speranze, le loro paure, e ho visto nascere amicizie, ho visto uomini piangere per i compagni che non sarebbero più tornati. Le cave sono state una ferita, ma anche una parte della vita di questa comunità. Sarebbe ingiusto ricordare soltanto la prima e dimenticare la seconda.
Quindi non prova rancore?
I luoghi non conoscono il rancore, ma conoscono le conseguenze. Ogni colpo inferto alla roccia rimane inciso nella memoria del paesaggio. Ma anche ogni carezza. Le montagne non giudicano gli uomini: li ricordano.
Quando ha capito che qualcosa stava cambiando?
Quando gli uomini hanno smesso di guardarmi soltanto come una risorsa da utilizzare e hanno ricominciato a vedermi come una presenza con cui vivere. È stato un cambiamento lento. Prima sono arrivati studiosi, naturalisti, archeologi. Poi persone che non chiedevano quanto valesse la pietra, ma quale storia raccontasse. Infine è arrivata la tutela. Da allora il tempo ha ripreso a lavorare al posto delle mine.
Molti dicono che oggi lei sia rinata. Chi ha reso possibile questa tutela di cui parla?
Nessun luogo si salva da solo, ci sono sempre persone che, a un certo punto, decidono di cambiare il corso delle cose. Per me quel cambiamento è cominciato quando il Fondo per l’Ambiente Italiano ha scelto di prendersi cura della mia parte terrestre. Da allora il sentiero, gli antichi terrazzamenti, la vegetazione e la memoria di questo paesaggio hanno ricominciato a essere considerati un patrimonio da custodire, non uno spazio da sfruttare. Poco dopo è arrivata anche la protezione del mare, con l’istituzione dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella. È stato allora che ho capito una cosa importante: gli uomini avevano finalmente smesso di dividermi in due. Terra e mare erano tornati a essere ciò che erano sempre stati, un unico paesaggio.
Quindi oggi si sente finalmente al sicuro?
Al sicuro? Nessun luogo lo è davvero. La tutela non è un punto d’arrivo, ma una responsabilità quotidiana. Le leggi possono proteggere un territorio, ma non possono insegnare ad amarlo. Ogni visitatore continua a scegliere che cosa lasciare dietro di sé: un’impronta leggera oppure una ferita. Per questo non mi riconosco del tutto nell’idea di “rinascita”. Non sono rinata, perché non sono mai morta. Ho imparato, piuttosto, a convivere con la mia storia. Le pareti della cava sono ancora lì, e non voglio nasconderle. Raccontano il lavoro, la fatica, gli errori e anche la capacità degli uomini di cambiare strada. Le cicatrici non sono il contrario della bellezza. Qualche volta ne sono la forma più sincera.
Oggi arrivano migliaia di escursionisti. Le piace tutta questa attenzione?
Mi piace la curiosità, sì, ma mi preoccupa la fretta. E c’è una differenza enorme. Chi arriva fin qui per ascoltare il mare, osservare le rocce, riconoscere una pianta o immaginare le generazioni che mi hanno attraversata diventa parte della mia storia. Chi arriva soltanto per aggiungere una fotografia a una collezione di immagini, invece, passa senza incontrarmi davvero. È una differenza invisibile, ma io la sento immediatamente.
Che cosa spera per il suo futuro?
Che nessuno abbia più la tentazione di salvarmi trasformandomi. Gli uomini hanno spesso una strana idea della cura: credono che proteggere significhi aggiungere qualcosa. A volte è vero il contrario. Alcuni luoghi chiedono soprattutto rispetto, misura, lentezza. Chiedono di essere accompagnati, non reinventati.
Se potesse rivolgersi agli abitanti della Penisola Sorrentina, che cosa direbbe?
Direi di non avere fretta di spiegare tutto ai propri figli. Portateli qui. Lasciate che siano loro a fare domande. Lasciate che si chiedano perché il mare abbia questo colore, perché le rocce siano tagliate in quel modo, perché le Sirene abitassero proprio questo tratto di costa. Un paesaggio continua a vivere soltanto quando riesce ancora a suscitare domande.
E a chi arriva da lontano?
Di ricordare che la parte più importante della visita non è quella che trascorrerà davanti al mare. È quella che vivrà tornando indietro. Quando risalirete il sentiero, guardatevi una sola volta alle spalle. Se avrete davvero incontrato questo luogo, non vedrete soltanto una baia. Vedrete tutte le vite che l’hanno attraversata: il mito delle Sirene, i contadini, i cavatori, gli escursionisti, gli uomini e le donne che hanno lottato perché tornasse a respirare. Allora capirete che un paesaggio non è mai soltanto natura. È la forma visibile della memoria.
Rimango ancora qualche minuto seduto su una roccia. Il mare entra lentamente nella baia, senza fretta, come fa da migliaia di anni. Prima di andare via mi volto davvero un’ultima volta. Le pareti della vecchia cava sono ancora lì, illuminate dal sole del mattino. Non sembrano nascondere la loro storia; sembrano custodirla. Ed è forse questa la lezione più difficile che Jeranto consegna a chi la raggiunge: non esiste una bellezza autentica che non abbia imparato, prima o poi, a convivere con le proprie ferite.







