Intervista impossibile. Il Vervece, il senso dell’orientamento: «Orientare è il mio modo di abitare il mare»
Lo osservo dalla Marina della Lobra. Da qui sembra poco più di una pietra appoggiata sul mare, eppure nessuno, in Penisola Sorrentina, lo confonde con un altro scoglio. Da secoli accompagna le partenze dei pescatori, indica una rotta ai naviganti, saluta il ritorno delle barche. Crescendo a Villazzano l’ho avuto ogni giorno davanti agli occhi: era una presenza silenziosa, quasi un membro della famiglia. Soltanto col tempo ho capito che certi luoghi ci orientano molto prima che impariamo a guardarli davvero.
Il mare è calmo. Attorno al faro girano alcuni gabbiani, mentre il sole comincia a riflettersi sull’acqua. Mi sembra impossibile che uno scoglio tanto piccolo abbia accumulato così tante storie. Allora comincio a parlargli…
Molti la definiscono semplicemente uno scoglio. Le basta questa definizione?
Mi basta se con la parola “scoglio” non intendete qualcosa di insignificante. Le rocce, in fondo, hanno un carattere. Io emergo dal mare da molto prima che esistessero i paesi che oggi mi guardano dalla costa. Nei secoli mi avete dato molti nomi e molte spiegazioni. Qualcuno ha fatto derivare il mio nome dal latino vervex, il caprone, perché la mia forma ricorda un animale bianco e ostinato che si solleva dalle onde. Altri hanno immaginato perfino una storia d’amore tra quel caprone e la mite capretta Capri, trasformando la geografia in una favola. Mi avete chiamato ‘o revece nel dialetto locale, mi avete cantato nelle descrizioni degli antichi viaggiatori, mi avete osservato con occhi sempre diversi. Mi piace pensare che un luogo cominci davvero a esistere quando una comunità sente il bisogno di raccontarlo. Le pietre, da sole, sono soltanto pietre. È la memoria degli uomini a trasformarle in paesaggio.
Per secoli lei è stato un punto di riferimento per chi navigava in questo tratto di mare.
È probabilmente il compito che conosco meglio. Molti pensano che orientarsi significhi sapere dove andare, ma chi vive sul mare sa che significa soprattutto sapere dove non andare. Le Bocche di Capri possono essere magnifiche, ma anche improvvisamente insidiose quando il vento cambia e il mare si increspa. Per generazioni i pescatori hanno imparato a leggere la mia posizione come si legge una parola familiare. Più tardi arrivò il faro, che rese esplicita una funzione che già svolgevo da secoli. Non ho mai guidato nessuno imponendo una direzione. Mi è bastato restare fermo. Talvolta il modo migliore per aiutare gli altri consiste proprio nel non spostarsi.
Oggi, però, la sua vita continua soprattutto sotto il mare.
È vero, infatti, sebbene molti mi conoscano per ciò che emerge dall’acqua, una parte importante della mia storia si trova invece sotto la superficie. Là, dove il silenzio è più intenso e la luce arriva filtrata, ogni anno scendono centinaia di subacquei per incontrare la Madonna del Vervece. È una presenza discreta, che non divide credenti e non credenti. Chi si immerge fino a quella statua lo fa spesso con un rispetto che va oltre la religione. Sott’acqua gli uomini imparano una cosa che sulla terra dimenticano facilmente: non sono loro a dominare il mondo, ma sono ospiti di un ambiente che richiede prudenza, ascolto e umiltà. Il mare insegna sempre questa lezione, anche a chi non se ne accorge.
Infatti, negli ultimi decenni è diventato anche un luogo simbolo per chi vive il mare in immersione. Tra coloro che sono scesi fino a lei c’era anche Enzo Maiorca.
Ricordo bene quel giorno, come ricordo molti altri uomini e donne che hanno scelto di conoscermi non dalla superficie, ma entrando lentamente nel mio silenzio. Maiorca apparteneva a una generazione che aveva trasformato l’immersione in qualcosa di più di una disciplina sportiva. Per lui il mare non era un ambiente da conquistare, ma da ascoltare. È questo che mi colpiva di persone come lui: arrivavano preparate, forti, esperte, eppure, una volta sott’acqua, imparavano di nuovo l’umiltà. Il mare riesce sempre a ricordare agli uomini la giusta misura delle cose. Da allora molti subacquei hanno continuato a raggiungermi, portando con sé la stessa curiosità e lo stesso rispetto. Ogni immersione è diversa, ma tutte condividono la medesima consapevolezza: sotto la superficie non siamo padroni del mondo, siamo soltanto ospiti.
Da qualche decennio lei si trova anche all’interno dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella.
È stata una scelta importante. Per molto tempo gli uomini hanno creduto che il mare fosse una risorsa inesauribile, qualcosa che potesse sopportare qualsiasi prelievo e qualsiasi distrazione. Poi hanno cominciato a capire che anche ciò che sembra infinito può diventare fragile, infatti la tutela non serve a trasformare un luogo in un museo, ma a permettergli di continuare a vivere. Attorno a me prosperano praterie di posidonia, coralli, pesci, crostacei, forme di vita che esistevano molto prima delle vostre barche e che, se sarete saggi, continueranno a esistere anche dopo di voi. Custodire il mare significa, in fondo, custodire anche il futuro delle comunità che da esso hanno sempre tratto sostentamento.
Lei vive da solo, lontano dalla costa. Non le pesa questa solitudine?
Da solo? Non direi proprio. Ogni giorno dialogo con Capri, con Punta della Campanella, con la Marina della Lobra, con il Capo di Sorrento, con le colline di Villazzano che mi osservano dall’alto. Il mare non separa i luoghi: li mette in relazione. Gli uomini, invece, hanno spesso bisogno di tracciare confini. Io non ne ho mai sentito la necessità. Mi basta stare dove sono. È curioso: chi mi guarda dalla terra pensa che io sia isolato; chi mi osserva dal mare capisce invece che mi trovo esattamente al centro di un paesaggio.
Eppure qualcuno sostiene, con una certa ironia, che lei sia geologicamente e culturalmente villazzanese.
Ho sentito anche questa storia e mi diverte molto. Gli uomini provano sempre un affetto particolare per ciò che vedono ogni giorno dalla finestra di casa, e prima o poi finiscono per adottarlo. Non mi dispiace affatto essere considerato un po’ villazzanese, o massese, o addirittura caprese e sorrentino. Sarebbe strano il contrario: i luoghi più amati appartengono sempre a molte persone contemporaneamente. Io, nel frattempo, continuo ad appartenere soprattutto al mare, che non ha mai chiesto documenti d’identità a nessuno.
Nel ricevere il Premio Vervece per la Cultura, qualcuno ha detto che lei rappresenta un simbolo identitario, una presenza capace di ricordare a un’intera comunità chi è e da dove viene. Si riconosce in questa immagine?
Mi riconosco soprattutto nella parola “continuità”. Ogni comunità ha bisogno di qualcosa che rimanga, mentre tutto il resto cambia. Le case vengono ristrutturate, le famiglie si trasformano, i mestieri scompaiono, le persone partono e ritornano. Io resto qui. Non per ostinazione, ma per natura. Forse è per questo che molti, guardandomi, ritrovano una parte della propria infanzia, dei propri genitori o dei propri nonni. Non sono io a custodire la memoria degli uomini, ma sono loro che, senza accorgersene, depositano dentro di me una parte della propria vita. È così che uno scoglio diventa un simbolo.
Ogni anno, alla fine dell’estate, le barche tornano a circondarla durante la processione a mare. Che significato ha quel momento?
È uno dei giorni in cui percepisco con maggiore intensità il legame che mi unisce a questa costa. Durante gran parte dell’anno resto in mezzo al mare, apparentemente distante da tutto. Poi, all’improvviso, arrivano decine di imbarcazioni. Non vengono per conquistarmi né per trasformarmi in una meta. Vengono per riconoscersi attorno a un luogo che appartiene alla memoria collettiva. Le processioni hanno sempre questo significato profondo: non servono soltanto a portare un’immagine sacra da un punto all’altro, ma a ricucire i fili invisibili che tengono unita una comunità. Dal mare vedo bambini che partecipano per la prima volta, anziani che ritrovano gesti imparati da piccoli, famiglie che si ritrovano sulla stessa barca. Ogni anno cambiano i volti, ma il movimento è sempre lo stesso. È come se la comunità, per un giorno, decidesse di ricordare a se stessa da dove viene e quale mare continua ad appartenerle.
Che cosa direbbe a chi la osserva dalla costa?
Gli direi di non limitarsi a guardare il mare, ma di imparare a orientarsi anche nella propria vita. Tutti attraversano, prima o poi, acque tranquille e acque difficili. Tutti hanno bisogno di un punto fermo verso cui alzare lo sguardo quando il vento cambia improvvisamente. Non importa che quel punto sia uno scoglio, una persona, una casa, una montagna o un ricordo. Ciò che conta è sapere che esiste. Io non ho mai chiesto agli uomini di raggiungermi, ma mi è sempre bastato ricordare loro che, anche nei giorni di burrasca, è possibile ritrovare la rotta.
Quando torno verso la Marina della Lobra mi volto ancora una volta. Il Vervece è sempre lì, immobile, mentre il mare continua a muoversi attorno a lui. Penso che forse sia proprio questo il motivo per cui gli uomini, da secoli, continuano ad affidargli una parte della propria memoria: non perché sia il luogo più grande o il più spettacolare della Penisola Sorrentina, ma perché ha saputo insegnare, con la sola forza della sua presenza, che orientare gli altri significa anzitutto restare fedeli a se stessi.







