Intervista impossibile. Il Monte San Costanzo, il custode dello sguardo: «Da quassù si vede il paesaggio, ma anche il tempo»
Arrivo in cima quando il sole è ancora basso. L’ultimo tratto del sentiero attraversa i pini mediterranei, costeggia antichi muretti a secco e raggiunge la piccola cappella dedicata a san Costanzo, affacciata su uno dei panorami più ampi dell’intera Penisola Sorrentina. Da qui lo sguardo abbraccia Capri, Punta della Campanella, il Golfo di Napoli e quello di Salerno, e il Monte Faito. È un luogo che tutti descrivono come un belvedere. Eppure, mentre mi fermo a riprendere fiato, penso che il suo vero privilegio non sia vedere lontano, ma aver visto lontano nel tempo.
Mi avvicino al piccolo sagrato. Il vento muove appena l’erba secca e il silenzio è interrotto soltanto dal richiamo di qualche uccello. Ho l’impressione che questa montagna osservi gli uomini da molto prima che loro imparassero a osservare lei.
Da quassù si domina tutta la Penisola Sorrentina. Che cosa significa trascorrere i secoli guardando il mondo dall’alto?
Significa imparare che il tempo è molto diverso da come lo immaginano gli uomini. Voi misurate gli anni, io riconosco le generazioni. Ho visto nascere e scomparire sentieri, campi coltivati, greggi, vigne, case rurali; ho osservato bambini diventare anziani e poi essere ricordati soltanto dai figli e dai nipoti. Da questa altezza non si vedono soltanto il mare e le montagne, ma si vede anche il lento intrecciarsi delle vite umane con il paesaggio. Per questo mi sorprende quando qualcuno dice che il panorama è sempre uguale: nulla è mai identico, perché cambia la luce, cambia la vegetazione, cambiano gli uomini e perfino il modo in cui mi guardano. Io stesso continuo a trasformarmi, ma lo faccio con una lentezza che spesso sfugge a chi vive soltanto il tempo della propria esistenza.
Perché, secondo lei, gli uomini continuano da secoli a salire fin quassù?
Molti credono che vengano per il panorama. È una risposta comprensibile, ma incompleta. Il panorama è il dono finale, non la ragione del viaggio. Si sale fin qui perché il cammino modifica lentamente lo sguardo: ogni passo allontana un poco il rumore del paese, le preoccupazioni quotidiane, la fretta. Quando finalmente si raggiunge la cima, ciò che è cambiato non è il paesaggio, ma chi lo osserva. È questo il segreto delle montagne: non offrono soltanto una vista diversa, ma una diversa disposizione dell’animo. Per questo, da secoli, contadini, pellegrini, viandanti ed escursionisti continuano a percorrere gli stessi sentieri. Senza rendersene conto, cercano una distanza da sé che soltanto il cammino può concedere.
Accanto a noi sorge una piccola cappella dedicata a san Costanzo. Che rapporto ha con questo luogo di devozione?
È un rapporto antico, fatto più di passi che di pietre. Ogni estate, quando la comunità sale in processione fino alla cappella, ritrovo un gesto che si ripete da generazioni. Naturalmente cambiano i volti, cambiano gli abiti, cambiano perfino le preghiere, ma il significato rimane sorprendentemente simile. Salire insieme significa riconoscere che esistono luoghi capaci di unire una comunità attorno a qualcosa che la supera. Attorno alla mia cima sono nate anche molte leggende: qualcuno raccontava che fosse stato lo stesso santo a costruire questa cappella; altri parlavano dei suoi legami con Capri, altri ancora di miracoli, apparizioni e racconti meravigliosi. Le leggende non servono tanto a spiegare i luoghi, quanto ad abitarli con l’immaginazione. Ogni comunità ha bisogno di storie per trasformare uno spazio in una casa.
Lei ha due cime. Da una parte la cappella di San Costanzo, come abbiamo appena ricordato, invece dall’altra Santa Croce, dove oggi sorge il radar dell’aviazione. È quasi come se convivessero due montagne.
In realtà sono sempre stato uno solo. Siete voi uomini che amate dividere ciò che la natura tiene insieme. Le mie due cime raccontano due modi diversi di guardare il mondo. Quella di San Costanzo invita a rivolgere lo sguardo verso l’interno, a interrogarsi sul cammino, sulla memoria, sul rapporto con il sacro. Santa Croce, invece, guarda lontano in un altro modo: oggi ospita un radar che scruta continuamente il cielo, seguendo rotte, distanze, velocità. Qualcuno potrebbe pensare che quelle due presenze si contraddicano. Io credo il contrario. Entrambe testimoniano il bisogno umano di orientarsi. Cambiano gli strumenti, ma non la domanda. I pellegrini cercavano un punto da cui comprendere il proprio posto nel mondo. I tecnici che lavorano al radar cercano di comprendere ciò che attraversa il cielo. In fondo, entrambe le cime continuano a fare la stessa cosa: aiutano gli uomini a non perdersi.
Chi attraversa questi sentieri oggi vede soprattutto una natura apparentemente selvaggia. Lei, invece, ricorda un paesaggio molto diverso.
Selvaggio è una parola che mi fa sorridere. Guardi meglio. Questi terrazzamenti, questi muretti a secco, questi piccoli ricoveri in pietra che chiamavate pagliaruli, i sentieri, le cisterne, perfino gli olivi che ancora resistono: tutto racconta il lavoro di uomini e donne che hanno modellato questo versante per renderlo abitabile. Per secoli i contadini di Termini, Mitigliano e Nerano hanno coltivato queste pendici, trasportando pietre, ricostruendo muri, raccogliendo acqua, allevando animali. Molti visitatori credono di trovarsi davanti a un paesaggio naturale. In realtà osservano un’opera collettiva durata secoli. Il paesaggio non è mai soltanto ciò che la natura produce spontaneamente. È anche il risultato della fatica, dell’intelligenza e della pazienza di intere generazioni. Dimenticarlo significa vedere soltanto la superficie delle cose.
Lei ha conosciuto anche il dolore. Le sue pendici conservano la memoria di frane che hanno segnato profondamente queste comunità.
Sì. E vorrei che nessuno dimenticasse quelle storie. Nel 1963 una frana minacciò Nerano; gli uomini compresero il pericolo e trasformarono quella ferita in una pineta che fino a pochi anni fa proteggeva il paese sottostante, ma che ora andrebbe ripopolata di nuovi alberi. Dieci anni dopo, nel febbraio del 1973, un altro distacco travolse due famiglie lungo le mie pendici. Dieci persone morirono in pochi istanti. Ogni tanto qualcuno parla di montagne assassine, ma io non ho mai amato questa espressione. Le montagne non uccidono per vendetta, anzi le montagne ricordano continuamente agli uomini che il territorio va conosciuto, rispettato e custodito. La tragedia più grande, però, arriva dopo. Arriva quando il dolore viene dimenticato, quando la memoria si trasforma in una lapide che nessuno legge più, quando ogni disastro viene raccontato come un destino inevitabile invece che come una lezione da comprendere. Le comunità non diventano più sicure perché cancellano le proprie ferite, al contrario, diventano più sicure quando imparano ad ascoltarle.
Negli ultimi decenni questo territorio è cambiato molto. Lei ha assistito all’arrivo del radar, all’apertura di nuove strade, alle discussioni sulla tutela del paesaggio. Come guarda a queste trasformazioni?
Sarebbe sciocco pretendere che un luogo rimanga immobile. Tutti i paesaggi cambiano, perché cambiano le società che li abitano. Io non temo il mutamento, ma temo la superficialità. Ogni trasformazione dovrebbe domandarsi quale dialogo intende instaurare con ciò che esiste già. Quando un sentiero viene percorso a piedi, insegna il valore della distanza, della lentezza, dell’attesa. Quando quello stesso spazio diventa soltanto un’infrastruttura da attraversare rapidamente, allora cambia qualcosa che va ben oltre il paesaggio fisico, nel senso che cambia il modo in cui gli uomini fanno esperienza del luogo. Ho imparato che ogni strada modifica anche chi la percorre, per questo ogni scelta richiede prudenza. Non perché il passato sia intoccabile, ma perché ogni intervento costruisce anche il paesaggio mentale delle generazioni future.
Lei ha osservato contadini, pellegrini, escursionisti. Chi sono, oggi, le persone che la comprendono meglio?
Non dipende dalla professione, ma dall’atteggiamento. Comprende davvero un luogo chi accetta di lasciarsi interrogare da esso, per cui può essere un botanico che osserva una felce, un archeologo che studia un’iscrizione osca, un fotografo che aspetta la luce giusta, un anziano che ritorna sui sentieri della propria infanzia o un ragazzo che arriva qui per la prima volta. Tutti costoro hanno una cosa in comune: non cercano soltanto qualcosa da vedere, ma qualcosa da capire. I luoghi parlano continuamente. Il problema è che oggi molti arrivano già convinti di conoscere le risposte.
Che cosa direbbe a chi sale fin quassù per la prima volta?
Gli direi di non avere fretta di guardare l’orizzonte. Prima osservi le pietre che ha sotto i piedi, i muri costruiti senza cemento, gli olivi modellati dal vento, i resti di un pagliarulo nascosto tra la vegetazione. Sono loro ad aver reso possibile il panorama che tanto desiderava raggiungere. Poi alzi finalmente lo sguardo verso Capri, verso Punta della Campanella, verso i due golfi. Capirà che ciò che rende straordinario questo luogo non è soltanto ciò che si vede dalla cima, ma il cammino necessario per arrivarci. Alcuni paesaggi non si conquistano, si meritano.
Ridiscendo lentamente verso Termini. Ogni tanto mi volto indietro e la cappella diventa sempre più piccola, quasi scompare contro il cielo. Penso che il Monte San Costanzo abbia ragione: i panorami si fotografano in un istante, ma certi luoghi si comprendono soltanto alla velocità dei passi. Forse è proprio questa la loro forma più autentica di insegnamento.







