11 settembre 1943, la tragedia della “Giovannina”: quando il mare della Penisola sorrentina fu teatro di guerra
L’11 settembre 1943 resta una delle pagine più drammatiche della storia della Penisola sorrentina nei giorni immediatamente successivi alla proclamazione dell’armistizio. Quel sabato di 83 anni fa, nelle prime ore del pomeriggio, la “Giovannina”, motobarca dei fratelli Aponte di Sant’Agnello, venne colpita dall’artiglieria tedesca mentre navigava a circa due miglia dalla costa, sulla rotta tra Torre Annunziata e Castellammare di Stabia.
La vicenda della “Giovannina” è oggi una testimonianza dolorosa di quei giorni convulsi, quando sulle coste campane si intrecciavano gli spostamenti dei civili, le esigenze di approvvigionamento e i combattimenti tra italiani e tedeschi.
La motobarca era una tipica feluca sorrentina di 14 tonnellate, varata nel 1902 nei cantieri della Marina di Cassano. Era dotata di motore e di una vela latina ausiliaria e svolgeva un importante servizio di collegamento e trasporto passeggeri. A bordo viaggiavano anche i cosiddetti “Corrieri Sorrentini”, figure che possono essere considerate i precursori dell’odierno servizio di pacco celere.
Vestiti con i caratteristici abiti da marinaio in tela grigia o blu, i corrieri garantivano da tempi lontani i collegamenti tra Sorrento e Napoli trasportando lettere, documenti, plichi, oggetti preziosi, olio, latticini e ogni genere di merce. Erano passeggeri e marinai allo stesso tempo e contribuivano alle operazioni di carico, alla manovra e al governo dell’imbarcazione. Il più anziano aveva spesso anche il compito di bigliettaio e di raccogliere le offerte “à nferta” destinate alle anime sante del purgatorio, cui era dedicata la chiesuola della Marina di Cassano.
Nei primi giorni di settembre la situazione era diventata particolarmente difficile. I tedeschi avevano infatti bloccato i collegamenti via terra verso Castellammare e soltanto la “Giovannina” e la “Principessa di Piemonte”, della SPAN, assicuravano quotidianamente il collegamento della Penisola con Napoli.
La mattina dell’11 settembre da Napoli arrivarono notizie allarmanti. La città, ormai sotto il controllo tedesco, viveva una situazione drammatica, con carenza di viveri e condizioni igieniche precarie. A questo si aggiunse l’ordine della Capitaneria di Porto di mantenere la navigazione entro le due miglia dalla costa. Per queste ragioni i fratelli Aponte decisero di anticipare la partenza di un’ora.
La “Giovannina” lasciò così l’ormeggio con oltre cento passeggeri a bordo. La rotta prevedeva inizialmente San Giovanni a Teduccio e quindi lo scoglio di Rovigliano, davanti a Torre Annunziata. Una volta superato lo scoglio, la motobarca incrociò il “Sant’Antonio”, motobarca militarizzata appartenente ai fratelli Savarese di Vico Equense, che procedeva a tutta velocità verso il largo.
A bordo della “Giovannina” Giuseppe Aponte e Mariano Lauro ricordarono di essere stati avvertiti di non avvicinarsi al porto, ormai caduto in mano tedesca dopo aspri combattimenti. Poco dopo, però, una prima granata esplose a pelo d’acqua, a circa cinquanta metri dalla motobarca. Trascorse appena un minuto e arrivò una seconda esplosione.
Secondo la ricostruzione di Mariano Lauro si trattava di un’intimazione ad accostare per consentire l’identificazione dell’imbarcazione. Dalla “Giovannina”, tuttavia, non sembrò essere stata compresa la volontà di fermarsi. Anzi, qualcuno ordinò: “Votta fora”, cioè dirigersi verso il largo.
Fu proprio la mancata osservanza dell’intimazione tedesca a far sorgere il sospetto che l’imbarcazione potesse essere nemica. Arrivò quindi una terza granata, esplosa a circa un metro dalla “Giovannina”. L’impatto provocò lo sfondamento della murata e distrusse gran parte della poppa.
In pochi istanti la navigazione si trasformò in una tragedia. L’onda d’urto scaraventò in mare una decina di passeggeri. Il motore rimase danneggiato e la barca, colpita dalle schegge e fortemente sbandata su un fianco, iniziò una lenta rotazione. Tra le persone finite in mare ci fu anche il timoniere Giuseppe Aponte, ferito a un ginocchio.
Nel suo diario di bordo Aponte avrebbe poi lasciato una drammatica testimonianza di quei momenti: “… i colpi partivano da terra e in breve urla strazianti si levarono da ogni parte. Mio Zio Luigi, con il collo squarciato da una scheggia perdeva sangue a fiotti e stava per cadere in mare per l’improvviso sbandamento della nave, nello sporgermi per trattenerlo avvertiii un dolore fortissimo al ginocchio e caddi in mare, colpito a mia volta”.
Fortunatamente, a un certo punto, i tedeschi cessarono il fuoco. La “Giovannina”, ormai gravemente danneggiata, riuscì a procedere a velocità ridotta. Al timone si mise un corriere, Taturiello detto “Anatroccola”, che riuscì a condurre la motobarca fino alla spiaggia di Pozzano, dove l’imbarcazione andò ad arenarsi.
Il timore che la barca potesse affondare spinse però molti passeggeri a gettarsi in mare per raggiungere la riva a nuoto. Tra loro vi era Michele “e Zaccheo”, che avrebbe poi raccontato quei momenti drammatici: “… debbo la mia vita all’unico bottone della mia mutanda militare. Sulla G. mi ero disfatto della mia divisa di marinaio per sfuggire all’ eventuale cattura ed ero rimasto in mutande, ma la presenza di numerose donne fra i passeggeri mi indusse ad appartarmi per reindossare almeno i pantaloni; e tale circostanza rappresentò la mia salvezza in quanto mi consentì di allontanarmi, appena in tempo, dal punto dove esplose la terza granata che provocò la strage. Così mi lanciai in mare e iniziai a nuotare verso lo Scraio. Il mare era calmo e così potei soccorrere almeno sei naufraghi assicurandoli a dei relitti di legno e a richiamare l’attenzione del Sant’Antonio che navigava nei paraggi nonostante fosse stato inquadrato a sua volta, da una selva di ben sei granate cadute per fortuna in acqua. Cessato il cannoneggiamento, in quanto i tedeschi si erano resi conto della nostra innocuità, anche io fui raccolto dal Sant’Antonio che si diresse verso il porto di Castellammare dove intendeva sbarcarci. A circa cento metri dalla costa preferii rituffarmi in mare in quanto, per essere un marinaio disertore, temevo di poter essere arrestato dai miei stessi camerati ed anche perché volevo, con suprema incoscienza, recuperare il mio zaino che avevo lasciato sulla G., arenatasi nel frattempo sulla spiaggia di Pozzano. Raggiunsi la riva nei pressi della nave già piantonata da diversi militari germanici, che con le armi spianate, m’ingiunsero di avvicinarmi per identificarmi: fortunatamente mi ritennero un civile e mi consentirono di andare sulla G. a cercare le mie cose. Salii così per l’ultima volta sulla barca e restai sconvolto alla vista del sangue e dei resti umani disseminati in prossimità del punto dove era esplosa la granata. Recuperato lo zaino mi allontanai verso la strada alla ricerca di un mezzo per tornare a Piano dove giunsi verso sera, con uno degli ultimi tram in servizio”.
Mentre Michele “e Zaccheo” affrontava questa drammatica avventura, Giuseppe Aponte, stremato e sanguinante, riusciva a raggiungere la riva aggrappato a un relitto. Qui venne soccorso dal dottor Sassi, accorso insieme ai militari della sanità tedesca dal convalescenziario del Quisisana. Da quella struttura, infatti, era stato possibile assistere al tragico evento.
In Penisola fu una sera di dolore e sgomento. La notizia del cannoneggiamento e delle vittime si diffuse rapidamente e molti si mobilitarono per raggiungere il luogo della tragedia e prestare soccorso.
Il giorno successivo, domenica 12 settembre, si celebrarono i funerali delle vittime. Particolarmente commovente fu il passaggio delle bare dei vecchi Aponte, uniti nella morte dopo aver condiviso per tutta la vita il mare e il lavoro a bordo delle imbarcazioni della Penisola.
A distanza di decenni la storia della “Giovannina” rimane una delle pagine più dolorose della memoria marinara della Penisola sorrentina. Una vicenda che racconta non soltanto la brutalità della guerra e la tragedia delle vittime, ma anche il valore di una piccola imbarcazione che, in quei giorni drammatici del settembre 1943, rappresentava uno dei pochi legami rimasti tra la Penisola e Napoli.
Ricordare quella giornata significa restituire un volto e una storia a una tragedia che appartiene alla memoria collettiva del territorio: quella di uomini e donne che, in un’Italia sconvolta dalla guerra e dall’armistizio, si trovarono improvvisamente coinvolti in un conflitto che non avevano scelto.
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