Intervista impossibile. Il Chiostro di San Francesco, l’arte dell’accoglienza: «È il mio modo di restare»
Entro quando il pomeriggio sta lentamente cedendo il passo alla sera. Le ultime persone stanno lasciando una mostra fotografica appena conclusa; alcune sedie sono ancora disposte davanti a un piccolo palco, memoria di una presentazione di libri della sera precedente. Poco distante, una giovane coppia osserva il porticato immaginando il giorno del proprio matrimonio. Tra poche settimane, forse, pronuncerà qui una promessa destinata a cambiare una vita. Mi colpisce una cosa: nessuno sembra fuori posto.
Per secoli questo luogo ha accolto frati, pellegrini, studenti, artisti, musicisti, studiosi e innamorati. Cambiano le persone, cambiano le epoche, ma il Chiostro di San Francesco continua a fare ciò che ha sempre fatto: offrire ospitalità. Mi siedo accanto a una delle antiche colonne, tutte diverse l’una dall’altra. E comincio a intervistarlo:
Lei ha attraversato quasi otto secoli di storia. È stato convento, luogo di preghiera, scuola, spazio espositivo, sala per concerti, sede di incontri culturali e perfino luogo in cui il Comune celebra i matrimoni civili. Chi sente davvero di essere?
Per molto tempo ho creduto che la risposta fosse semplice. Pensavo di essere un convento francescano, un luogo costruito per il raccoglimento e la preghiera. Poi, lentamente, ho capito che quella era soltanto la prima pagina della mia storia. La mia vera vocazione non era una funzione particolare, ma qualcosa di più profondo: accogliere. Ho imparato che gli edifici, proprio come le persone, possono cambiare mestiere senza tradire la propria identità. I frati cercavano il silenzio, gli studenti la conoscenza, i musicisti l’armonia, gli artisti uno spazio in cui dialogare con gli altri, gli sposi un luogo capace di custodire una promessa. Sono esperienze molto diverse, eppure hanno tutte qualcosa in comune: ognuna nasce dal desiderio di attribuire un significato speciale a un momento della propria vita. Forse è per questo che non mi sono mai sentito spaesato davanti ai cambiamenti. Ho continuato semplicemente ad accogliere.
Molti restano colpiti dalla serenità che si respira appena si varca questo ingresso. Da dove nasce?
Credo che dipenda dal tempo. Le città moderne chiedono continuamente di accelerare, invece qui il tempo sembra rallentare senza che nessuno lo imponga. Le colonne non sono tutte uguali, gli archi raccontano epoche differenti, perfino il giardino cresce con una lentezza che ormai avete quasi dimenticato. Chi entra qui abbassa naturalmente il tono della voce. Non perché esista una regola, ma perché certi luoghi suggeriscono spontaneamente un comportamento. L’architettura, quando è riuscita, educa con discrezione; non obbliga, invita.
Lei è uno dei luoghi più scelti per celebrare matrimoni civili. Che effetto le fa assistere a così tante promesse?
Mi emoziona ogni volta, anche se potrebbe sembrare strano sentirlo dire da un edificio. Per secoli gli uomini sono venuti qui cercando Dio, mentre oggi molti arrivano cercando il coraggio di costruire una vita insieme. Non vedo alcuna contraddizione tra queste due esperienze, nel senso che entrambe nascono dal desiderio di dare forma a un legame che si considera più grande di sé. Ogni matrimonio è diverso, naturalmente. Cambiano i volti, le parole, le emozioni, eppure, ogni volta che due persone si prendono per mano sotto questi archi, ho l’impressione che il tempo si fermi per qualche istante. È come se tutte le promesse pronunciate qui continuassero a vivere insieme, senza disturbarsi, una accanto all’altra.
In questo chiostro si tengono anche concerti. Perché la musica sembra trovarsi così bene tra queste colonne?
Perché i chiostri sono stati costruiti per ascoltare. Prima ancora della musica, ascoltavano il vento, il passo lento dei frati, il rumore dell’acqua, il canto degli uccelli. Quando arrivano un quartetto d’archi, un pianoforte o un coro, non fanno altro che aggiungere una voce nuova a una lunga storia di suoni. Mi piace osservare il pubblico durante un concerto: all’inizio ciascuno arriva con i propri pensieri, poi, lentamente, la musica costruisce una piccola comunità temporanea, così, per un’ora, nessuno è davvero solo. È uno dei miracoli più discreti dell’arte.
Lo stesso accade durante una mostra o la presentazione di un libro?
Direi di sì. Le forme cambiano, ma il principio rimane sorprendentemente simile. Un tempo, tra queste mura, i frati leggevano, copiavano manoscritti, studiavano. Oggi si presentano libri, si discutono idee, si espongono fotografie e dipinti. Qualcuno potrebbe dire che tutto questo è molto diverso dalla vita conventuale. Io, invece, continuo a vedere un unico filo che attraversa i secoli: il desiderio umano di condividere la conoscenza, la bellezza e il pensiero. Gli edifici non dovrebbero mai irrigidirsi in un solo significato. Continuano a vivere proprio perché imparano a ospitarne di nuovi.
Per alcuni anni, nei piani superiori, hanno studiato anche centinaia di ragazzi.
È stato un periodo che ricordo con grande affetto. Le scuole rendono giovani perfino gli edifici più antichi. Sentire le voci degli studenti nei corridoi, osservare i loro disegni, le loro inquietudini, le loro speranze significava ricordare che il futuro entra sempre in punta di piedi. Ancora oggi provo una certa tenerezza quando qualcuno ritorna qui da adulto e indica una finestra dicendo: “Quella era la mia aula”. I luoghi non conservano soltanto la grande storia, perché conservano soprattutto le biografie.
Qui ha trovato casa anche il CMEA, il Centro Meridionale di Educazione Ambientale. Le sembra una presenza coerente con la sua storia?
Molto più di quanto possa apparire. San Francesco insegnava a guardare la natura come una compagna di viaggio, non come una proprietà. Oggi l’educazione ambientale usa parole diverse, strumenti diversi, perfino un linguaggio scientifico che allora non esisteva. Ma il cuore del discorso rimane sorprendentemente vicino: imparare ad abitare il mondo con rispetto. Mi piace pensare che anche questo sia un modo di continuare una conversazione iniziata molti secoli fa.
Le capita mai di avere nostalgia del convento che era?
No, la nostalgia è un sentimento che appartiene soprattutto agli uomini. I luoghi, invece, imparano a trasformarsi. Se mi fossi ostinato a essere soltanto un convento, forse oggi sarei un edificio chiuso, visitato da pochi e compreso ancora meno. Ho preferito restare fedele alla mia vocazione più profonda, che non era il silenzio, ma l’accoglienza. Credo che ogni luogo debba chiedersi non tanto come conservare il proprio passato, quanto come continuare a essere utile senza smettere di essere se stesso.
Se potesse rivolgersi a chi entra qui per la prima volta, che cosa gli direbbe?
Gli chiederei soltanto di sedersi per qualche minuto. Non importa se è venuto per un concerto, una mostra, un matrimonio o una semplice passeggiata. Si sieda e osservi ciò che accade. Scoprirà che questo luogo non ha mai cercato di imporsi su chi lo attraversa, ma ha sempre preferito accompagnarlo. E forse comprenderà che esistono edifici capaci di fare molto più che proteggere dalla pioggia o dal sole. Infatti, alcuni riescono, con discrezione, a proteggere anche una parte della nostra umanità.
Quando esco, il chiostro è quasi vuoto. Le ombre delle colonne si allungano lentamente sul pavimento e il giardino torna al suo silenzio. Ripenso a tutte le persone che, in epoche diverse, hanno attraversato questo luogo portando con sé una domanda, una promessa, una melodia o un ricordo. Forse il Chiostro di San Francesco non ha mai avuto una sola funzione, perché non ha mai avuto bisogno di una sola identità. Da secoli continua semplicemente a fare ciò che gli riesce meglio: accogliere, senza mai chiedere a nessuno il motivo del suo arrivo.







