Il termine “Pagliarulo” analizzato nel Piccolo Dizionario Amorevole della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana
Pagliarulo s. m. – Piccolo ricovero agricolo in pietra a secco, diffuso nelle aree terrazzate e montane della Penisola Sorrentina; struttura minima, unitaria, non abitativa in senso pieno, ma essenziale al funzionamento quotidiano del paesaggio del lavoro. Il pagliarulo non è una casa in miniatura, bensì un presidio: serve a custodire attrezzi, riparare dal sole o dalla pioggia, segnare una presenza temporanea ma reiterata sul territorio.
Il termine rimanda a un’architettura dell’uso, non della rappresentazione. Il pagliarulo nasce dove serve e solo per ciò che serve, per cui è privo di ornamenti, spesso privo di aperture vere e proprie, costruito sovrapponendo pietre raccolte in loco secondo la tecnica dei muri a secco. Non c’è progetto, ma competenza condivisa; non c’è fondazione astratta, ma adattamento puntuale al pendio, al vento, alla disponibilità di materiali.
Nel paesaggio agricolo di Termini, Mitigliano e Nerano, nel comune di Massa Lubrense, il pagliarulo fa parte di un sistema più ampio di infrastrutture minute: sentieri, muretti, canalizzazioni, cisterne, terrazzamenti. Insieme, questi elementi rendono visibile una lunga antropizzazione, spesso scambiata per “natura selvaggia” da uno sguardo distratto. In realtà, si tratta di uno spazio intensamente lavorato, uno spazio necessario d’esistenza, costruito per rendere coltivabili pendii altrimenti improduttivi e per garantire la sopravvivenza di comunità contadine e pastorali.
Il pagliarulo non è mai isolato, anzi è un nodo nella rete del lavoro agricolo e pastorale. La sua presenza indica un campo coltivato, una vigna, un uliveto, un pascolo; la sua posizione risponde a logiche precise di distanza, esposizione, accesso all’acqua. È una costruzione che non ha senso senza il gesto che la attiva: entrare, uscire, depositare, riprendere. Quando questi gesti cessano, il pagliarulo perde rapidamente funzione e visibilità.
Oggi molti pagliaruli versano in stato di abbandono. La vegetazione li ingloba, i crolli li rendono irriconoscibili, il loro senso si opacizza. Riappaiono talvolta solo in modo traumatico, dopo incendi o frane, come cicatrici improvvise del paesaggio. Non sono rovine monumentali, ma rovine del lavoro, cioè testimonianze di un’economia fondata sulla continuità dei gesti e sulla manutenzione costante.
Il pagliarulo, dunque, è una forma architettonica fragile, ma culturalmente decisiva. Racconta un rapporto con il territorio basato sulla prossimità, sulla misura, sulla conoscenza fine dei luoghi. Non promette durata eterna, ma efficacia temporanea; non impone una forma, ma segue il terreno. È una costruzione che non pretende di restare, ma di servire.
In questo senso, il pagliarulo è una delle unità minime del paesaggio sorrentino-amalfitano: piccolo, quasi invisibile, eppure indispensabile per comprendere come questo territorio sia stato, per secoli, non contemplato ma abitato, non consumato ma tenuto insieme dal lavoro quotidiano.
(foto di Giovanni Gugg)
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