Il dagh. Dolore, esilio e memoria nella cultura persiana. L’ultima lezione di Marjane Satrapi
Ci sono autori che ammiriamo e autori che, senza saperlo, ci accompagnano per anni. Marjane Satrapi, per me, apparteneva a questa seconda categoria. La notizia della sua morte, a 56 anni, un mese fa, lo scorso 4 giugno 2026, mi ha colpito con una tristezza difficile da spiegare, perché non era soltanto la scomparsa di una grande artista, ma era la perdita di una voce che, attraverso il disegno, l’ironia, la memoria e il dolore, aveva saputo dire qualcosa di essenziale sulla libertà.
“Persepolis” è stato molto più di un libro di successo pubblicato in quattro volumi tra il 2000 e il 2003, perché è stato innanzitutto un romanzo a fumetti autobiografico in cui l’autrice ha raccontato la sua infanzia e adolescenza tra la rivoluzione iraniana, la guerra con l’Iraq e l’esperienza dell’esilio. Nel 2007 divenne un film d’animazione realizzato insieme a Vincent Paronnaud, premiato con il Premio della Giuria al Festival di Cannes e successivamente insignito di due Premi César. È stato, per molti lettori, una rivelazione, come una lezione di sguardo. Satrapi ha raccontato la storia di una bambina, di una famiglia, di un Paese, di un esilio, certo, ma ha restituito soprattutto complessità là dove troppo spesso dominavano caricature, immagini irrigidite, banalizzazioni ideologiche. L’Iran di Persepolis non era il blocco indistinto del fanatismo o semplicemente la Repubblica islamica, insomma non era il volto uniforme della teocrazia, ma era soprattutto un mondo di affetti, paure, contraddizioni, ironie, desideri, lutti e resistenze.
Questa è forse la grande forza della sua opera: aver mostrato che dietro ogni regime, ogni rivoluzione, ogni conflitto, ogni categoria geopolitica, ci sono vite concrete, corpi, infanzie, nonne, genitori, compagni di scuola, canzoni proibite, feste clandestine, libri, umiliazioni quotidiane, gesti minimi di insubordinazione. Marjane Satrapi non ha spiegato l’Iran dall’alto, ma lo ha fatto vedere dall’interno di una biografia.
Accanto ai ricordi affettuosi, nei giorni successivi alla sua scomparsa si sono riaccese anche molte polemiche, dal momento che alcuni l’hanno accusata di essere islamofoba, altri l’hanno liquidata come figura ideologica ormai scomoda, altri ancora hanno provato a ricondurla a una parte politica precisa. Un mese fa è accaduto qualcosa di rivelatore: una donna che ha passato la vita a difendere la libertà è stata giudicata da ortodossie contrapposte, ciascuna incapace di tollerare la sua indipendenza.
Satrapi era troppo libera per essere ridotta a un campo, infatti criticava la Repubblica islamica iraniana, eppure non accettava le semplificazioni occidentali sull’Iran.
Difendeva le donne iraniane, ma non sopportava che certi femminismi occidentali romanticizzassero il velo senza comprendere cosa significhi quando è imposto da un potere teocratico. Rifiutava il fondamentalismo religioso, ma non per questo si lasciava arruolare in un discorso colonialista o bellicista. In altre parole, era una voce dell’esilio, sebbene non completamente sradicata, perché era francese e iraniana, occidentale e persiana, moderna e antica, politica e poetica.
Proprio per questo ho ritenuto la sua figura sempre particolarmente preziosa.
Soprattutto oggi, che viviamo in un tempo in cui molte appartenenze chiedono adesione totale e il dubbio è sospetto, la complessità sembra complicità, la libertà di giudizio viene spesso scambiata per tradimento. Invece, Marjane Satrapi ha incarnato l’opposto: la possibilità di restare fedeli a una ferita senza trasformarla in dogma; di denunciare l’oppressione senza perdere l’ironia; di amare un Paese senza giustificarne i carnefici; di appartenere a una storia senza diventarne prigionieri.
In questo senso, il concetto persiano di dagh, richiamato da Manuel Férez in una riflessione dedicata a Satrapi [1], offre una chiave di lettura particolarmente suggestiva. Il termine compare nella tradizione poetica persiana e trova riscontro anche nella lessicografia storica e nella medicina tradizionale, dove il dolore profondo viene concepito come una forza capace di lasciare un segno duraturo nell’anima e nel corpo.
Il dagh non coincide semplicemente con il lutto, perché è il lutto che continua ad abitare una persona, come un’assenza persistente, la cui presenza nella poesia persiana classica affonda nei secoli scorsi; da Ferdowsi, il grande poeta dell’XI secolo, a Hafez, uno dei massimi lirici del XIV secolo, secondo i quali il dolore va oltre l’emozione privata e diventa una forza che trasforma l’esistenza. D’altronde, l’amore, la separazione, l’esilio e la morte sono esperienze che lasciano un’impronta permanente, un marchio che accompagna l’individuo fino alla fine della vita.
Non è un caso che la tradizione popolare persiana abbia associato proprio a Ferdowsi una delle immagini più efficaci del dagh. Secondo una leggenda, il grande autore dello “Shahnameh”, il “Libro dei Re”, grande poema epico persiano completato intorno all’anno 1010 e considerato uno dei testi fondativi dell’identità culturale iraniana, sarebbe morto consumato dall’amarezza dopo aver visto umiliato e svalutato il lavoro di una vita. Al di là della veridicità storica del racconto, ciò che conta è il significato culturale attribuito alla vicenda: lungi dall’essere un episodio passeggero, il dolore è, in realtà, una ferita che resta fino alla morte.
Nella medicina tradizionale persiana, erede della grande sintesi elaborata da Avicenna a cavallo dell’anno Mille, la tristezza profonda non era considerata soltanto uno stato psicologico, ma una condizione capace di indebolire progressivamente il corpo. Non sorprende quindi che nell’immaginario iraniano esista l’idea che si possa morire di dolore, non come metafora romantica, ma come conseguenza estrema di una sofferenza che consuma lentamente la persona.
Naturalmente nessuno può sapere con certezza quali siano state le cause intime della morte di Marjane Satrapi, tuttavia il riferimento al dagh appare particolarmente significativo alla luce di quanto riferito da amici e conoscenti, che hanno collegato il suo progressivo spegnersi alla perdita del marito Mattias Ripa, scomparso l’anno precedente. Che questa interpretazione sia letteralmente vera oppure no importa relativamente, dal momento che essa appartiene a un modo persiano di pensare il dolore, la memoria e la perdita.
Si tratta di un aspetto molto interessante, perché alcune culture possiedono parole più precise di altre per nominare ciò che spesso resta indicibile,come, appunto, dagh, che dice che il dolore non è soltanto un fatto psicologico, ma un’esperienza che si fa corporea e trasformativa, come una memoria che si deposita nel corpo.
Per questo il dagh non riguarda solo la morte di Satrapi, bensì la sua opera. In fondo, Persepolis è il racconto di una ferita che non si chiude mai completamente: la rivoluzione del 1979 tradita, l’esilio, la distanza dalla famiglia, l’adolescenza vissuta altrove, il ritorno impossibile, il corpo femminile sottoposto alla sorveglianza morale, la nostalgia di un Paese amato e perduto… Tutto questo attraversa le sue pagine,
eppure Marjane Satrapi non ha mai trasformato la ferita in vittimismo, bensì in linguaggio verbale e visuale.
Ad esempio, il tratto nero e netto, apparentemente semplice che caratterizza Persepolis è stato una forma di resistenza. Sì, perché la scelta del bianco e nero andava oltre la limitazione grafica per una precisa strategia narrativa: attraverso un disegno essenziale, Satrapi riusciva a raccontare la complessità senza nasconderla dietro il realismo o l’effetto spettacolare. Le sue immagini sembrano ridurre il mondo ai suoi contrasti fondamentali, ma in realtà aprono continuamente zone di ambiguità.
Osservando bene, si nota che in poche linee, lei riusciva a mostrare la paura e il ridicolo, la violenza e l’assurdo, la tragedia e la comicità. Il suo umorismo era una forma di intelligenza politica, nel senso che rideva del potere perché ne conosceva la brutalità. Ed è questo che rende Persepolis un’opera universale, perché Satrapi è rimasta ostinatamente fedele alla propria storia: figlia di una famiglia iraniana, testimone della rivoluzione, donna cresciuta sotto una teocrazia, adolescente in esilio, artista in Francia, voce libera in un mondo che tende sempre più a chiedere obbedienza.
Ma il suo lavoro ha anche avuto un merito politico decisivo, perché ha sottratto l’Iran alla doppia prigionia dello stereotipo: da un lato, quello orientalista di un Paese ridotto a fanatismo, arretratezza e oppressione, mentre dall’altro lo stereotipo rovesciato di chi, per paura di apparire occidentale o imperialista, finisce per minimizzare le oppressioni reali prodotte dai regimi autoritari e patriarcali. Marjane Satrapi rifiutava entrambe le trappole, infatti non chiedeva pietà per l’Iran, ma chiedeva comprensione, rispetto, libertà.
Anche per questo le reazioni ostili alla sua morte sono state particolarmente sgradevoli. Non perché Satrapi dovesse essere sottratta alla critica (nessun autore lo è), ma perché lo scherno davanti alla morte rivela sempre qualcosa di moralmente povero. Quando una persona scomparsa diventa subito bersaglio di compiacimento ideologico, allora non siamo più nella critica politica, ma ci troviamo nella disumanizzazione, per di più contro una persona che, invece, aveva dedicato la propria opera a contrastarla.
Più ancora degli attacchi prevedibili provenienti dai suoi avversari ideologici, ha colpito il raffreddamento di una parte di quel mondo culturale che per anni aveva celebrato Satrapi come simbolo di emancipazione e libertà. In alcuni casi l’omaggio si è trasformato in imbarazzo, in altri in una sorta di presa di distanza preventiva, come se la sua critica all’islamismo politico fosse diventata improvvisamente troppo scomoda per essere pienamente rivendicata. Ad uno sguardo attento, tuttavia, questo fenomeno dice molto del nostro tempo: infatt. non è Satrapi ad essere cambiata, ma sono cambiati gli schemi attraverso cui una parte dell’opinione pubblica interpreta il mondo. E quando una figura non si lascia più collocare facilmente dentro quelle categorie, diventa un problema. Perfino dopo la morte.
La sua morte lascia allora un vuoto particolare che non riguarda soltanto il fumetto, il cinema o la cultura francese e iraniana, ma investe anche il nostro modo di pensare la libertà. In un'epoca che tende a chiedere adesioni nette e appartenenze senza sfumature, Satrapi ha continuato a ricordare che la libertà comporta spesso solitudine, incomprensioni e perfino conflitti, perché significa conservare la facoltà di giudicare con la propria testa, sottraendosi tanto alle aspettative degli avversari quanto a quelle dei propri alleati.
Forse è qui che il dagh torna in modo più profondo, non come spiegazione della morte di Marjane Satrapi, ma come immagine capace di illuminare l’intera sua opera.
Le esperienze dell’esilio, della perdita, della lontananza, della violenza politica e dell’incomprensione hanno lasciato segni evidenti nella sua biografia, ma anziché richiuderla nel dolore sono diventate materia narrativa, riflessione, disegno e cinema, contribuendo a costruire quella particolare grammatica della libertà che costituisce il nucleo più duraturo della sua eredità intellettuale e artistica.
Ci sono autori che ammiriamo, e poi ci sono autori che ci insegnano a guardare.
Marjane Satrapi è stata una di questi, perché ci ha insegnato che la memoria è un atto politico, che l’ironia può essere una forma di coraggio, che il dolore può diventare linguaggio, che nessun popolo coincide con il proprio regime, che nessuna donna dovrebbe essere ridotta al simbolo che altri vogliono cucirle addosso.
Se il dagh indica la traccia che una perdita lascia nell'esistenza di una persona, l’opera di Marjane Satrapi dimostra che quella traccia non conduce necessariamente al silenzio o alla rassegnazione. Talvolta può trasformarsi in memoria, in arte e in una più profonda comprensione della libertà.
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[1] Manuel Ferez, “Marjane Satrapi: El trazo de la resistencia y el Dagh”, in “Elaia”, 7
giugno 2026: https://manuelferez.com/marjane-satrapi-el-trazo-de-la-resistencia-y-el-
dagh/







