Vent’anni dalla scomparsa di Sonia Marra. L’analisi dell’avvocato di Sorrento Luigi Alfano, criminologo forense
Sonia Marra, vent’anni dopo: il mistero di una ragazza svanita nel nulla. E’ questo l’argomento al centro di una recente puntata de “La storia oscura”, in onda su Radio Cusano, con la partecipazione dell’avvocato e criminologo forense Luigi Alfano, originario di Sorrento e figura di spicco nel panorama investigativo italiano, cassazionista del foro di Nocera Inferiore, consulente del Tribunale di Torre Annunziata e perito della Procura di Napoli.
Era il 16 novembre 2006 quando di Sonia Marra, 25 anni, studentessa originaria di Specchia, nel Salento, si persero le tracce a Perugia. Viveva sola e studiava per diventare tecnico di laboratorio biomedico. Quella sera il suo telefono risultò spento e, da quel momento, nessuno l’ha più vista. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Le indagini si concentrarono progressivamente su Umberto Bindella, un uomo che Sonia conosceva e che frequentava, come lei, la Scuola di Teologia di Montemorcino. Nel 2010 Bindella fu arrestato con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Secondo l’ipotesi accusatoria, alla base del delitto avrebbe potuto esserci una presunta gravidanza della ragazza. Bindella ha sempre respinto ogni responsabilità.
A rendere ancora più inquietante il caso furono alcuni elementi emersi nelle indagini: nella casa di Sonia venne trovato un fornello lasciato aperto, mentre una giovane testimone raccontò di aver visto, quella sera, un uomo vestito di scuro entrare e uscire dall’appartamento. Ma nessuna di queste circostanze portò alla scoperta del corpo né consentì di stabilire con certezza cosa fosse accaduto. Il processo a Bindella si concluse con una sequenza di assoluzioni: nel 2017 la Corte d’Assise di Perugia lo assolse; nel 2019 arrivò la conferma in appello e nel marzo 2021 la Cassazione dichiarò inammissibile il ricorso della Procura, rendendo definitiva l’assoluzione.
Ed è proprio qui che il mistero resta intatto: Sonia è scomparsa, ma giudiziariamente non è stato individuato un colpevole. L’uomo che per anni è stato al centro dell’inchiesta è stato definitivamente assolto e il suo corpo non è mai stato trovato. A quasi vent’anni dalla scomparsa, la domanda fondamentale rimane dunque senza risposta: che cosa accadde davvero a Sonia Marra quella notte di novembre del 2006?
Non soltanto la gravità dell’ultimo episodio, ma soprattutto ciò che può averlo preceduto. È attorno a questo tema che si sviluppa l’intervento dell’avvocato Alfano, chiamato ad analizzare il fenomeno della violenza e, in particolare, quei comportamenti che possono rappresentare campanelli d’allarme di una possibile escalation.
Nel suo ragionamento Alfano richiama l’importanza di leggere con attenzione le condotte precedenti alla violenza più grave: minacce, insulti, aggressioni, pedinamenti e altri atteggiamenti che, se sottovalutati, possono trasformarsi in segnali ignorati troppo a lungo.
Alfano insiste quindi sulla necessità di intervenire tempestivamente, garantendo protezione non soltanto alla vittima ma anche alle persone a lei vicine. Un passaggio particolarmente importante riguarda infatti la cosiddetta vittimizzazione secondaria e il timore che può frenare una denuncia: quello di esporre a possibili ritorsioni genitori, figli o altri familiari.
Nel corso dell’intervento l’avvocato affronta inoltre il dolore dei familiari delle vittime di femminicidio, definendolo un vero e proprio «ergastolo del dolore» e sottolinea la necessità di percorsi di sostegno e riabilitazione per chi rimane.
Secondo Alfano la violenza raramente dovrebbe essere osservata soltanto nel momento in cui raggiunge la sua manifestazione più estrema. Esistono, a suo avviso, comportamenti precedenti che possono indicare una situazione di crescente pericolosità. L’insulto, la minaccia, il controllo, il pedinamento e l’aggressione, anche quando sembrano episodi isolati, devono essere presi sul serio. Il punto centrale della sua riflessione è proprio la necessità di non attendere che la situazione precipiti prima di attivare strumenti di protezione.
L’avvocato parla di «red flag», segnali d’allarme che dovrebbero spingere a una valutazione tempestiva del rischio. Da qui la sua critica a quello che definisce il «mancato contenimento» ovvero l’incapacità di intervenire efficacemente davanti a comportamenti che potrebbero preannunciare un’escalation.
Alfano richiama anche l’importanza di percorsi specialistici per le persone responsabili di condotte violente sostenendo la necessità di interventi psicologici, psichiatrici e riabilitativi. Un approccio che, nella sua visione, dovrebbe affiancare l’azione giudiziaria e le misure di tutela.
Uno dei passaggi centrali dell’intervento riguarda il modo in cui deve essere costruita la protezione.
Per Alfano, quando viene presentata una denuncia, non deve essere la vittima a essere costretta a rinunciare alla propria quotidianità per sentirsi al sicuro. La protezione, secondo la sua impostazione, dovrebbe concentrarsi anche sull’allontanamento del presunto autore delle condotte violente e sulla tutela delle persone vicine alla vittima.
È un tema particolarmente delicato, perché la paura delle conseguenze per i propri familiari può rappresentare, in alcuni casi, un ulteriore ostacolo alla denuncia. La possibilità che genitori, figli o fratelli possano diventare bersaglio di ritorsioni può infatti alimentare esitazioni e silenzi. Per questo, sottolinea Alfano, lo Stato dovrebbe garantire una rete di protezione capace di accompagnare la vittima e la sua famiglia anche dopo la denuncia, evitando che chi ha subito violenza si trovi a dover affrontare da solo le conseguenze della propria scelta.
Nel suo intervento trova spazio anche un altro aspetto spesso meno visibile: quello dei familiari delle vittime. Quando una donna viene uccisa, infatti, la violenza non si esaurisce con la sua morte. Il dolore si riversa sulle persone che restano, modificandone radicalmente l’esistenza. Alfano parla di un «ergastolo del dolore» per descrivere la condizione dei familiari delle vittime di femminicidio. Un dolore che può accompagnarsi a senso di colpa, difficoltà nell’elaborazione del lutto, sofferenza psicologica e conseguenze destinate a protrarsi nel tempo. Il riferimento è anche agli orfani di femminicidio, una realtà che rende ancora più evidente quanto gli effetti di un omicidio possano estendersi ben oltre la vittima diretta.
La riflessione dell’avvocato si sposta infine sul terreno della prevenzione. La repressione del reato, da sola, non sarebbe sufficiente. Occorre intervenire prima, attraverso educazione, formazione e costruzione di una cultura del rispetto. Alfano richiama il ruolo della famiglia, della scuola e delle altre realtà educative nella formazione dei più giovani. Tra i concetti sui quali insiste c’è soprattutto quello del rispetto dei limiti e della capacità di accettare un rifiuto. Imparare che un «no» non rappresenta un affronto, una provocazione o una sconfitta, ma l’espressione della libertà dell’altra persona, diventa così uno degli elementi fondamentali della prevenzione.
Il suo ragionamento arriva quindi a una considerazione più ampia: la violenza, secondo Alfano, è anche il risultato di una progressiva disumanizzazione dell’altro. Quando una persona smette di essere percepita nella sua individualità e nella sua libertà e viene invece considerata come qualcosa da possedere o controllare, si crea un terreno pericoloso. Da qui la necessità di lavorare sull’educazione affettiva, sull’intelligenza emotiva, sulla gestione della frustrazione e sul rispetto reciproco.
L’intervento dell’avvocato si inserisce dunque in un dibattito che va oltre il singolo caso di cronaca. La questione posta è quella di come riconoscere tempestivamente i comportamenti pericolosi, come proteggere concretamente chi denuncia e come costruire, a partire dall’educazione, strumenti capaci di prevenire la violenza.
Sul piano giudiziario, naturalmente, ogni responsabilità dovrà essere accertata nelle sedi competenti e sulla base degli elementi raccolti dagli inquirenti. Sul piano sociale, resta invece la necessità di interrogarsi su quanto sia importante non ignorare i segnali e costruire una rete capace di intervenire prima che una situazione di conflitto o di abuso possa trasformarsi in tragedia.
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