A Sorrento “Premio Internazionale Torquato Tasso” 2026 a Peter Greenaway: tra i Maestri riconosciuti del cinema mondiale
Sorrento. «Il cinema è morto. Anzi, mi correggo: non è ancora nato. Abbiamo avuto finora più di un secolo di letteratura illustrata…» è solo una delle tante incendiarie dichiarazioni di Peter Greenaway, classe 1942, gallese di nascita, pittore di formazione approdato al cinema nel corso degli anni ’60 con esperimenti d’avanguardia e divenuto – in quasi mezzo secolo di attività nei lungometraggi – uno dei Maestri riconosciuti della Settima Arte, tra i pochi capaci di mettere in discussione gli statuti vigenti del cinematografo e spostarne in avanti le frontiere linguistiche.
Sarà lui il destinatario di massimo prestigio della prossima edizione del “Premio Internazionale Torquato Tasso”, la cui consegna è fissata per la sera di sabato 5 dicembre nell’ormai consueta e fascinosa location della Casina Pompeiana presso l’Hotel Bellevue Syrène di Sorrento, una delle strutture ricettive più rinomate, lussuose e ricche di storia della città perla del Golfo di Napoli. Il Premio, realizzato da maestri orafi del territorio, organizzato dall’Associazione Culturale Esse 85, presieduta da Luciano Russo, prevede la celebrazione annuale di artisti che si siano particolarmente distinti nel campo delle discipline umanistiche, scientifiche e delle arti.
Il Premio Tasso a Peter Greenaway rappresenta un grande vanto per la Città di Sorrento: il regista britannico sarà in Campania già dal 1° dicembre e la sua presenza sarà accompagnata da un incontro con il pubblico di Sorrento e una retrospettiva selezionata dei suoi lavori, oltre che da una masterclass presso l’università “Luigi Vanvitelli” di Caserta.
Di raffinatissima formazione intellettuale e pittorica in generale, ammiratore appassionato del Tintoretto, del Barocco e dei maestri fiamminghi (cui ha dedicato Nightwatching – su Rembrandt – e Goltius and The Pelican Company), maître à penser ironico, “scandaloso” e provocatorio per vocazione, Greenaway è convinto che la vera arte delle immagini in movimento debba ancora sorgere: in più di sessant’anni di attività, dai corti sperimentali e “strutturalisti” degli anni ’60, fino alle recenti avventure visuali crossmediali capaci di ibridare cinema, teatro, pittura, letteratura, video e nuove frontiere dell’arte digitale, alla ricerca di un equivalente contemporaneo della wagneriana “opera d’arte totale”, passando per le rivelazioni festivaliere da Il mistero del giardino di Compton House (1982) in avanti, tra cui opere seminali debitrici delle atmosfere controriformistiche in cui il Tasso stesso visse come The Baby of Mâcon (1992), il regista inglese è autore di un cinema vertiginoso, labirintico, cerebrale, ossessionato dalle dominanti tematiche del corpo e del suo decadimento, del sesso, della morte, del doppio, della simmetria, delle misteriche proprietà quasi alchemiche di numeri, liste, elenchi, ricorrenze e corrispondenze, all’inseguimento di una mathesis universalis della vita e dell’arte, altrettanto sfuggente e misterica.



