“Rothko a Firenze”: l’arte moderna in uno sfondo rinascimentale – FOTOGALLERY
Si è conclusa il 23 agosto 2026 la mostra “Rothko a Firenze”, ospitata dalla Fondazione Palazzo Strozzi. Acclamata fin dall’apertura dalla stampa nazionale e internazionale — dal NewYorkTimesalWallStreetJournal, dal Financial Times a El País, da Le Figaro ad Apollo Magazine — ha venduto 301.730 biglietti soltanto per la sezione allestita a Palazzo Strozzi. I visitatori della mostra non sono giunti soltanto da altre regioni italiane, come nel mio caso, ma da tutto il mondo. Si trattava, infatti, di un’occasione imperdibile: sono state esposte opere provenienti da musei di fama mondiale, come il Museum of Modern Art (MoMA), il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre national d’art et de culture Georges-Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington. Mark Rothko (Marcus Rothkowitz) nasce a Dvinsk, in Russia, nel 1903. La sua esistenza è profondamente segnata dalla decisione del padre di lasciare la Russia, sfuggendo alla discriminazione antisemita e all’arruolamento nell’esercito zarista, e di raggiungere gli Stati Uniti, a Portland. È un evento che definirà il suo modo di stare al mondo e contribuirà allo sviluppo di una sensibilità particolare. Le opere del primo periodo potrebbero essere collocate all’interno del neo-surrealismo, raffigurando forme allusive e fortemente evocative. Rothko le espone, ad esempio, nella galleria newyorkese di Peggy Guggenheim, ma partecipa anche varie volte alla mostra annuale del Whitney Museum of American Art. La fine degli anni Quaranta vede le opere di Mark Rothko tendere verso un astrattismo che, nel corso della seconda metà del Novecento, diverrà la sua cifra stilistica. Le forme antropomorfe e i richiami alla mitologia vengono sostituiti dalla realizzazione di campiture fluttuanti di colore. Già durante l’ultimo ventennio della sua vita, i dipinti di Mark Rothko vengono riconosciuti come espressione dell’arte moderna. L’artista, infatti, inizia a ricevere importanti commissioni, come quella per il ristorante Four Seasons di New York o quella per i collezionisti Dominique e John de Menil, i quali gli avevano richiesto la realizzazione di un ciclo di quattordici dipinti corrispondenti alle stazioni della Via Crucis, che sarebbero stati ospitati in una cappella progettata da Philip Johnson a Houston. Gravemente malato, Mark Rothko si suicida nel suo studio a New York nel 1970. A Palazzo Strozzi ho avuto l’opportunità di ripercorrere, attraverso dieci sale, la carriera di Mark Rothko, ammirando alcune opere degli esordi e quelle che hanno caratterizzato l’ultima fase della vita dell’artista. Come gran parte dei pittori della sua generazione, in un primo momento si avvicina alla figurazione. Nella prima sala, infatti, si possono osservare scene urbane, nudi, nature morte e ritratti. Ha catturato la mia attenzione il suo autoritratto, posto al centro come ad accogliere il visitatore al suo ingresso, in cui Rothko si ritrae a mezzo busto e con le braccia conserte. Il tratto che più colpisce dell’opera è l’impenetrabilità dello sguardo: il volto è tratteggiato in maniera imprecisa e gli occhi sono oscurati da pennellate nere concentriche. Non mancano, però, anche opere che alludono alla mitologia, come “Tiresia”. In questo quadro le formesono indistinte, i colori si mescolano tra loro e soltanto all’apice di questa tela verticale si riesce ad apprezzare una figura nera che domina tutti gli elementi sottostanti. Nella seconda sala troviamo le opere pre-classiche, dette “Multiforms”, che Rothko realizza tra il 1946 e il 1947 e che si caratterizzano per campiture irregolari dai colori intensi. Alla fine degli anni Quaranta, l’arte di Rothko inizia a sfruttare le forme e, in particolare, la sovrapposizione di rettangoli su tele di grandi dimensioni, che assorbono completamente lo spettatore. Lo si può constatare con l’opera “N. 3/N. 13”, in cui si crea un contrasto di colori tale da suscitare, in chi la guarda, emozioni altrettanto ambivalenti. Il cambio di prospettiva di Rothko, al quale assistiamo tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, vede anche il sorgere di una nuova necessità: fare in modo che non esista alcuna sorta di filtro tra il quadro e lo spettatore. È per questo motivo che Rothko decide di iniziare a servirsi di numeri o di colori per la titolazione delle sue opere. Ancora più frequentemente, però, i suoi dipinti sono noti come “Untitled”. Altri ancora non hanno affatto untitolo. Il “problema” della titolazione viene analizzato dalla storica dell’arte Chiara Ianeselli nella prima puntata del podcast “Rothko: spazio, silenzio, visione”, realizzato da Palazzo Strozzi. Ianeselli cerca di comprendere la scelta/non scelta di Mark Rothko, citando varie collaborazioni che hanno contribuito a costruire la carriera dell’artista, ma anche amicizie, come quella con Clifford Still. Nel 1954, in particolare, Rothko viene invitato da Katherine Kuh a esporre una mostra presso l’Art Institute di Chicago. Inizia una fitta corrispondenza fra la curatrice e il pittore, nella quale si discute dell’esposizione nel dettaglio. A proposito, Rothko scrive: “C’è il pericolo che, nel corso di questa corrispondenza, venga creato uno strumento che indichi al pubblico come guardare le immagini, che cosa cercare. Anche se, a prima vista, questo può sembrare un gesto cortese e utile, il risultato reale è la paralisi della mente e dell’immaginazione. È per l’artista una prematura sepoltura”. Da queste parole si evince chiaramente che Rothko non intende offrire nessuna spiegazione dell’opera né costruire alcun canale attraverso cui veicolare un messaggio. La sua arte e l’artista stesso rimangono in vita finché ci sarà qualcuno che vorrà comprenderli, pronto ad accogliere tutte le emozioni che la vista dell’opera gli scatena. Le opere dei primi anni Cinquanta vedono l’utilizzo di colori caldi, come il giallo e il rosso. Rothko vuole rappresentare la potenza pervasiva della luce e del calore, come lo si può ben percepire nelle opere “No. 12” e “Orange and Tan”. Sonoquesti gli anni in cui Rothko compie una serie di viaggi in Italia, lasciandosi influenzare dall’arte di Venezia, Firenze e Roma. Alla fine degli anni Cinquanta, invece, i colori caldi lasciano spazio a tonalità più fredde, come quelle del blu e del verde. Osservando questi quadri, i raggi di sole che mi avevano pervaso nella sala precedente mi abbandonano. Le ampie distese di blu e di verde mi fanno pensare di essere cullata dalle onde del mare, di essere immersa nella notte scura oppure, ancora, di trovarmi in una foresta di pini profumati. La potenza di questi quadri risiede proprio in questo: nel trasportarti in una dimensione dove non esiste ciò che hai attorno. Le sale successive sono dedicate ai bozzetti preparatori che Rothko ha realizzato per i SeagramMurals. Nel1958Rothkoavevaaccettatol’incarico di realizzare una serie di pitture murali per il ristorante Four Seasons, all’interno del Seagram Building. L’ispirazione principale proviene dalla sua visita alla Biblioteca Medicea Laurenziana, della quale lo colpisce in maniera particolare il vestibolo ideato da Michelangelo. Con queste opere, proprio come aveva fatto l’artista italiano, vuole restituire un senso di oppressione e farsentire lo spettatore come se fosse in una stanza dalla quale non ha più via d’uscita. Le pareti del Four Seasons, però, vengono arricchite dai suoi dipinti soltanto per un breve periodo: Rothko si rende conto che aveva ricevuto quella commissione perché il prestigio del ristorante fosse accresciuto. In quel luogo, la sua arte smetteva di essere tale. È per questo motivo che decise di restituire il cachet e di donare le opere alla Tate Gallery di Londra. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, nei suoi dipinti possiamo apprezzare delle tonalità intense, come rossi più profondi e saturi. Le sue visite ai templi di Paestum e agli scavi di Pompei, chiaramente, lo inducono a prediligere questa nuova tavolozza. Alla fine degli anni Sessanta riceve una commissione da parte dell’UNESCO. Rothko non porterà mai a termine queste opere, ma, nella penultima sala, abbiamo potuto osservare alcuni quadri realizzati con pittura acrilica facenti parte della serie “Black and Grey”. Si tratta di una variazione del suo stile classico. I colori accesi e intensi a cui siamo abituati lasciano spazio al nero e a una scala di grigi piuttosto chiara. È la prima volta, inoltre, che vediamo i quadri incorniciati. In questo caso, soffermandomi sui tre dipinti esposti nella sala, non sono stata travolta da emozioni travolgenti. Mi sono immaginata, ancora una volta, in un luogo irreale e mi sono lasciata scivolare nelle immagini che scorrevano nella mia mente. L’ultima sala ci ha offerto un ulteriore cambio di prospettiva. Negli ultimi anni della sua vita, infatti, Rothko realizza delle opere su carta. I colori chiari, come l’azzurro tenue e la terracotta, non implicano una rinuncia dell’artista alla potenza espressiva. I messaggi che vuole veicolare vengono sussurrati e lo spettatore è accompagnato dolcemente all’uscita, pronto a svegliarsi da un sogno. Firenze si è prestata come sfondo per l’arte di Rothko. La sezione di Palazzo Strozzi è la prima di tre. Anche il Museodi SanMarcoelaBibliotecaMediceaLaurenziana,infatti, hanno ospitato parte della mostra. Purtroppo, ho avuto il piacere di visitare soltanto il Museo di San Marco. Innanzitutto, consiglio caldamente di visitare il Museo di San Marco e di rimanere incantati dalle miniature dei libri liturgici esposti nella sua biblioteca. In occasione della mostra, alcuni affreschi realizzati da Beato Angelico nelle celle del dormitorio sono stati accostati a delle tele più piccole di Rothko. È stata un’esperienza quasi trascendentale vedere la connessione fra opere così distanti nel tempo. Rothko e Beato Angelico, in epoche diverse, volevano rappresentare l’inesprimibile. Le tecniche adoperate e i soggetti ritratti sono diversi, ma il fine è lo stesso: costruire un ponte fra l’uomo e il divino. Diffidate da chi dice: “Anche un bambino lo avrebbe potuto fare!”. L’arte moderna non è veicolo di immediatezza. Ti invita a fermarti, prendere fiato e assorbire tutto quello che una tela ha da trasmetterti. È un “sacrificio” che siamo pronti a fare? Per rispondere a chi considerava le sue opere come dei semplici campi di colore messi su una tela, Rothko afferma: “La mia arte non è astratta. Vive e respira”. I quadri di Rothko ti costringono a rimanere solo con te stesso, a guardarti dentro. I suoi accostamenti di colori, che ti possono sembrare banali o persino elementari, colpiscono ciascun soggetto in maniera singolare. Vi posso assicurare che ciascun visitatore dellamostra ha fatto un’esperienza unica, assolutamente dissimile da quella di qualcun altro. Mi piacerebbe raccontarvi la mia, ma preferisco preservare la mia intimità, gelosa del mio vissuto. Infine, vi invito a non perdere l’occasione di conoscere Rothko, in qualunque parte del mondo voi siate e in qualunque tempo viviate. Vi invito a fermarvi e a lasciare che l’immaginazione prenda il sopravvento.



















