Tre anni dalla scomparsa di Domenico De Masi: una voce che manca ed il legame profondo con Ravello
Alcune persone continuano a farci compagnia anche dopo averci lasciato. Restano nelle parole che ricordiamo, nelle idee che ci hanno trasmesso, nel modo in cui ci hanno insegnato a guardare il mondo. Domenico De Masi è una di queste presenze. A tre anni dalla sua morte capita ancora di tornare alle sue parole, al modo in cui sapeva raccontare il presente e, soprattutto, alla capacità che aveva di farci guardare un po’ più lontano. Non è soltanto il ricordo di un grande sociologo: è la sensazione, più personale, di aver incontrato una voce che sapeva lasciare qualcosa dentro.
Forse è proprio questo che rende difficile parlare di lui al passato. De Masi non è stato semplicemente un sociologo di fama internazionale. Per Napoli e per il Mezzogiorno è stato, prima di tutto, un osservatore appassionato, uno studioso capace di guardare alla realtà senza rinunciare alla speranza. Ha raccontato le contraddizioni del nostro tempo, il lavoro che cambia, la società che corre, le nuove solitudini e le possibilità offerte dalla creatività. Ma soprattutto ha difeso un’idea controcorrente e profondamente umana: che il progresso non possa essere misurato soltanto dalla produzione e dalla ricchezza ma anche dalla qualità della vita, dal tempo, dalla conoscenza e dalla libertà di pensare.
De Masi aveva il modo, non sempre comodo, di mettere queste domande al centro della conversazione. Non cercava necessariamente risposte definitive e, soprattutto, non aveva paura di sostenere idee che potevano sembrare lontane dal senso comune. Era questo, forse, uno degli aspetti più interessanti del suo modo di essere intellettuale: provare a leggere il presente senza accettarlo per forza così com’era.
Per Napoli e per il Mezzogiorno il suo sguardo aveva poi qualcosa di particolare. Non era uno sguardo ingenuamente ottimista, né quello di chi osserva i problemi da lontano. Conosceva bene le difficoltà, i ritardi, le contraddizioni di questa parte del Paese ma non considerava il Sud una realtà destinata necessariamente a inseguire gli altri. Al contrario, proprio nelle sue caratteristiche cercava risorse, possibilità, un modo diverso di pensare il futuro.
E poi c’era la Costiera Amalfitana e, soprattutto, Ravello. Qui il rapporto con De Masi diventava qualcosa di più personale. Ravello non era semplicemente il luogo delle estati o dei panorami, ma uno spazio nel quale tornare a pensare, incontrare persone, discutere di cultura e provare a immaginare un futuro diverso per il territorio. Negli anni De Masi legò profondamente il proprio nome alla vita culturale di Ravello: fu presidente della Fondazione Ravello e partecipò a un progetto che puntava a fare della città non soltanto una destinazione turistica ma un centro culturale capace di vivere durante tutto l’anno. L’Auditorium progettato da Oscar Niemeyer fu una delle espressioni più concrete di quella visione.
È forse proprio qui che si comprende meglio il suo modo di intendere il rapporto tra cultura e territorio. De Masi non sembrava interessato a una Costiera da cartolina, bella soltanto perché bella. Pensava piuttosto a una Costiera capace di riconoscersi, di valorizzare la propria storia e le proprie differenze, mettendo in rete i suoi paesi e le sue energie. Il turismo, nella sua idea, non doveva consumare un luogo, ma conoscerlo. Non a caso arrivò a parlare di uno «Spirito di Ravello» e della necessità di estenderne i principi all’intera Costiera.
È un aspetto del suo pensiero che oggi appare particolarmente interessante. Perché mentre la Costiera continua a essere attraversata da un turismo sempre più intenso, torna inevitabilmente la domanda su quale rapporto vogliamo avere con questo territorio. Quanto possiamo crescere senza perdere ciò che rende questi luoghi riconoscibili? Quanto spazio deve avere la cultura rispetto al consumo veloce della bellezza? E soprattutto: per chi deve essere pensata la Costiera, per chi la visita o anche per chi la abita?
Ravello, per De Masi, sembrava essere una possibile risposta a queste domande. Un luogo dove il paesaggio poteva incontrare la musica, la letteratura, l’arte, la riflessione. Un luogo dove anche l’ozio, inteso nel senso più alto che lui gli attribuiva, poteva diventare occasione di confronto. Attorno a lui si era raccolto negli anni un gruppo di amici e interlocutori con i quali quelle idee venivano discusse, messe alla prova, talvolta anche semplicemente condivise.
Il suo rapporto con Ravello rende quindi ancora più difficile separare l’uomo dalle sue idee. Perché alcune idee, in fondo, non nascono soltanto dai libri. Nascono dai luoghi, dalle persone incontrate, dalle conversazioni, dalle abitudini. E Ravello fu certamente uno dei luoghi nei quali De Masi pensò, progettò e immaginò di più.
Il suo «ozio creativo» è forse l’esempio più noto di questa impostazione. Nel tempo è diventato quasi uno slogan, mentre dietro quell’espressione c’era una riflessione più ampia sul rapporto tra lavoro, tempo e creatività. De Masi ci ricordava che una vita interamente organizzata intorno alla produttività rischia di lasciare poco spazio a ciò che ci rende davvero persone: pensare, imparare, parlare, immaginare, persino fermarsi.
Rileggere oggi quelle riflessioni ha un effetto particolare. Il mondo del lavoro è cambiato rapidamente, la tecnologia ha modificato abitudini e professioni e siamo sempre più abituati a essere raggiungibili in qualsiasi momento. Forse alcune delle sue domande sono diventate ancora più difficili da eludere.
Ma ricordare De Masi soltanto attraverso le sue idee sarebbe riduttivo. C’è anche il ricordo dell’uomo, del professore che sapeva conversare senza trasformare ogni discorso in una lezione, del napoletano che conosceva bene pregi e difetti della propria città e non aveva bisogno di idealizzarla per sentirsi legato a essa.
È questo, a distanza di tre anni, quello più difficile da sostituire: la possibilità di ascoltare il suo punto di vista, anche quando non lo si condivideva del tutto. Perché una persona può lasciare un segno non soltanto quando ci convince, ma anche quando ci costringe a fermarci e a pensare.
Forse è questo il modo più semplice per ricordare Domenico De Masi senza trasformarlo in un monumento. Tornare alle sue domande, confrontarle con il presente e verificare, con onestà, quali delle sue intuizioni hanno resistito al tempo e quali invece devono essere ripensate.
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