Il Racconto del Lunedì del Professor Ciro Ferrigno: “La collega di stenografia”
Il 18 febbraio del 1981 presi una supplenza lunga, fino a fine anno scolastico, presso l’Istituto Professionale per il Commercio De Sanctis di Napoli, nella Sede Staccata di San Giovanni a Teduccio. Ogni giorno era una piccola Odissea, arrivavo in treno fino a Portici e, con un pullman di linea raggiungevo San Giovanni, passando presso la storica edicola votiva della Croce del Lagno. Quando scendevo dal mezzo, ancora mi aspettava una lunga scarpinata, per raggiungere la scuola. Tutto questo non mi pesava, perché non avevo ancora trent’anni ed ero reduce da una lunga supplenza a Casamicciola d’Ischia assai faticosa perché erano i giorni del terremoto dell’Ottanta, la terra ancora tremava e pure il mare era quasi sempre in burrasca. A San Giovanni la scuola funzionava tra mille difficoltà e un ragazzo un giorno mi disse di raggiungere la finestra, mi mostrò la sua casa, una baracca di legno montata poco distante.
Nell’orario avevo un’ora di spacco e la trascorrevo in sala professori, unica consolazione un po’ di caffè caldo. Con me la collega di Stenografia, pure lei con la stessa ora buco. Era una donna anzianotta, chiusa nel suo tailleur grigio, che indossava come una divisa e un cappellino di lana poggiato sulla testa, sembrava un personaggio uscito da un libro di De Amicis, una figura di altri tempi. Poco alla volta, ora di spacco dopo ora di spacco cominciammo a parlare e quella donnina minuta e quasi insignificante mi disse delle cose che non ho mai più dimenticato. Alcuni anni prima era venuta a mancare sua sorella, ancora giovane, madre di due anime, un maschio e una femmina e lei si era ritrovata a fare da madre ai due nipotini, in età scolastica, lei che era nubile e impreparata al ruolo materno. Quando mi raccontava queste cose, dei sacrifici, delle rinunzie, le brillavano gli occhi e vedevo nel suo sguardo tutto l’amore di una grande donna, degna figlia di una città capace di dispensare a piene mani l’amore, anche quello materno. Certe volte quanto può ingannare l’aspetto esteriore e un’umile scorza può nascondere un frutto prezioso.
Poi un altro giorno mi raccontò un aneddoto assai simpatico e dall’imprevedibile chiusa. Era una serata di forte maltempo, pioveva a scrosci, quando lei a bordo della sua cinquecento arrancava verso casa. A un certo punto vide un signore che si sbracciava per chiedere un passaggio, era bagnato dalla testa ai piedi. Per carità cristiana si fermò e lo fece salire, ma quanto ne avrebbe fatto volentieri a meno! Fecero un tratto assieme e lei lo accompagnò anche oltre, perché ancora diluviava. Poco prima di scendere l’uomo prese da un taschino un biglietto da visita, glielo porse dicendole: “Siete stata troppo gentile con me e vi ringrazio. Questo è il mio numero di telefono, per qualunque cosa nella vita, consideratemi sempre a vostra completa disposizione” – Solo più tardi scoprì che quell’uomo era uno degli elementi di spicco della Camorra napoletana.
Dopo tanti anni ripenso alla mia collega di Stenografia, a quella donnina minuta e irrilevante, chiamata a un destino più grande di lei, in una città che è un universo, dove tutte le storie, certe volte anche quelle tristi, si scrivono attingendo all’inchiostro del cuore.
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