Dalla Penisola Sorrentina una lettera di Laura Cuomo a Papa Leone XIV: «Ripensare i fuochi d’artificio nelle feste religiose»
Una riflessione sul rapporto tra devozione, tutela dell’ambiente e rispetto delle persone e degli animali. È quella affidata da Laura Cuomo ad una lettera indirizzata a Papa Leone XIV e inviata alla Segreteria di Stato della Santa Sede.
La missiva prende spunto dalla presenza dei fuochi d’artificio nelle feste patronali e nelle celebrazioni dedicate alla Madonna e ai Santi. L’autrice non mette in discussione il valore della tradizione e della fede popolare ma propone una riflessione sul significato che queste manifestazioni possono assumere oggi, alla luce dell’attenzione verso il Creato, della sensibilità delle persone più fragili e del benessere degli animali.
Nella lettera viene avanzata anche una proposta concreta: trasformare le risorse destinate agli spettacoli pirotecnici in iniziative di solidarietà, interventi ambientali e progetti a favore di chi si trova in difficoltà. Un invito a immaginare modalità diverse di celebrare, senza rinunciare alla partecipazione e alla dimensione comunitaria delle feste.
Di seguito il testo integrale della lettera: «Oggetto: Appello dalla Penisola Sorrentina per una nuova forma di devozione rispettosa del Creato
Beatissimo Padre,
mi rivolgo a Vostra Santità con profondo rispetto e con la fiducia che una voce che nasce dall’amore per la propria terra e per la propria fede possa trovare ascolto.
Le scrivo dalla Penisola Sorrentina, una terra benedetta da una straordinaria bellezza, nella quale il rapporto con il mare, con la natura e con il paesaggio costituisce da sempre parte essenziale della vita delle nostre comunità.
È anche una terra profondamente legata alla devozione alla Madonna e ai Santi.
Le feste religiose rappresentano momenti di identità, di partecipazione, di preghiera e di condivisione. E tuttavia proprio nel corso di queste celebrazioni si ripete una consuetudine sulla quale sento il bisogno di chiedere alla Chiesa una riflessione: il ricorso, sempre più frequente e spesso imponente, ai fuochi d’artificio, sparati sia dalla terra sia dal mare.
Non intendo mettere in discussione la fede popolare, né la bellezza della festa.
Vorrei soltanto domandare se, alla luce della crescente consapevolezza della nostra responsabilità verso il Creato, sia ancora necessario celebrare la Madonna e i Santi attraverso manifestazioni che producono rumore, emissioni, residui e disturbo ambientale, con effetti che non si esauriscono nei pochi minuti dello spettacolo.
Quando i fuochi vengono sparati sul mare, inoltre, diventa particolarmente difficile non interrogarsi sulle conseguenze che i residui delle combustioni e dei materiali impiegati possono avere sull’ambiente marino.
C’è poi un aspetto che mi permetto di sottoporre alla Sua attenzione e che, proprio in questo tempo segnato da tante guerre, assume per me un significato ancora più profondo.
Il boato improvviso e assordante dei fuochi d’artificio può richiamare, in chi ha conosciuto o teme la guerra, il rumore delle esplosioni e delle armi da fuoco. È un suono che per alcuni non significa festa, ma paura, allarme, sofferenza. E mentre celebriamo i nostri Santi e la Vergine Maria, ci si può chiedere se sia davvero necessario ricorrere a un linguaggio sonoro che, sia pure inconsapevolmente, può evocare proprio ciò da cui il mondo desidera essere liberato: la violenza, la distruzione, la guerra.
Forse potremmo imparare a distinguere il rumore della festa dal rumore della guerra e scegliere, anche nelle nostre celebrazioni religiose, forme di gioia che non abbiano bisogno del fragore delle esplosioni.
In questo senso, una festa senza botti potrebbe diventare essa stessa un piccolo, ma significativo, messaggio di pace: non celebrare la vita attraverso il fragore della distruzione, ma attraverso la luce, la musica, la bellezza, la solidarietà e il bene fatto agli altri.
Ma vi è un’altra sofferenza, mai considerata.
Penso alle persone con disturbi dello spettro autistico, agli anziani, ai bambini, alle persone malate e, più in generale, a quanti sono particolarmente sensibili ai rumori improvvisi e violenti.
E penso agli animali.
Un animale non sa che quella notte o quel mezzodì, talvolta quella mattina intera, è una festa patronale. Non sa che quei boati vengono sparati “in onore” della Madonna o di un Santo. Per lui sono esplosioni improvvise, fonte di paura e disorientamento.
Ed è proprio qui che nasce la mia domanda, Beatissimo Padre:
possiamo ancora considerare una forma autentica di devozione una pratica che, per celebrare il sacro, finisce per provocare sofferenza ad altri esseri viventi e un impatto sull’ambiente che siamo chiamati a custodire?
La domanda mi è apparsa ancora più urgente leggendo le parole che Vostra Santità ha pronunciato proprio in questi giorni.
Nel Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato del 2026, Vostra Santità ci invita ad avere “a cuore la terra che […] sostiene” la vita e parla della necessità di una conversione del cuore, affinché possiamo prenderci cura del Creato.
E nell’omelia pronunciata il 1° settembre 2026 al Borgo Laudato Si’, Vostra Santità ha pronunciato parole che mi hanno particolarmente colpita: ci ha invitati a mettere “in modalità silenziosa” i rumori delle opere umane, per poter ascoltare la voce della creazione.
Ha inoltre ricordato che dalla contemplazione del Creato deve nascere una responsabilità personale e collettiva verso l’armonia della creazione.
È proprio alla luce di queste parole che oso rivolgere a Vostra Santità una proposta.
Potrebbe la Chiesa invitare le comunità cristiane a ripensare l’uso dei fuochi d’artificio nelle feste religiose?
Non per cancellare le feste.
Non per impoverire la devozione popolare.
Non per togliere alle comunità la loro gioia.
Ma per trasformare la festa in una forma ancora più autentica di testimonianza cristiana.
Le somme destinate ai fuochi potrebbero essere utilizzate, in nome della Madonna o del Santo celebrato, per opere di carità e di custodia del Creato.
Potrebbero diventare:
un aiuto a una famiglia in difficoltà;
un sostegno a una persona malata;
un contributo per un bambino o un anziano in situazione di bisogno;
un intervento per la tutela del mare;
un progetto per la cura del territorio;
un sostegno alle associazioni che si occupano degli animali;
un’opera concreta a favore di chi soffre.
Vostra Santità, quale omaggio potrebbe essere più gradito alla Madonna di un aiuto concreto dato a chi ha bisogno?
E quale festa potrebbe onorare meglio un Santo se, invece di lasciare dietro di sé fumo, rumore e residui, lasciasse dietro di sé un’opera di bene?
Forse è arrivato il momento di immaginare una nuova forma di festa religiosa.
Una festa nella quale la devozione non venga misurata dalla quantità dei fuochi esplosi nel cielo, ma dalla quantità di bene che quella festa riesce a generare.
Una festa nella quale il denaro destinato allo spettacolo possa trasformarsi in solidarietà.
Una festa nella quale la luce non venga soltanto dal cielo, ma dalla carità.
La Penisola Sorrentina, con il suo mare e la sua straordinaria bellezza, potrebbe forse diventare un luogo nel quale questa nuova sensibilità viene sperimentata e proposta come esempio.
Per questo mi permetto di chiedere a Vostra Santità di rivolgere una parola alle Diocesi, alle parrocchie, alle confraternite e alle comunità cattoliche, affinché si apra una riflessione sull’uso dei fuochi nelle celebrazioni religiose e si incoraggino forme di festa rispettose del Creato, delle persone fragili e degli animali.
Non sarebbe un gesto contro la tradizione.
Sarebbe, piuttosto, una tradizione rinnovata dalla fede.
Sarebbe una testimonianza concreta che amare Dio significa anche amare e custodire ciò che Egli ci ha affidato.
E forse potremmo scoprire che il modo più bello di onorare la Madonna e i Santi non è far esplodere il cielo per pochi minuti, ma illuminare la vita di qualcuno attraverso un gesto di carità.
Beatissimo Padre, affido questa mia riflessione alla Sua sensibilità, con la speranza che possa essere accolta non come una critica, ma come una piccola proposta nata dall’amore per la mia terra, per la Chiesa e per il Creato.
Con profondo rispetto e devozione,
Laura Cuomo
Penisola Sorrentina, 6 settembre 2026».
La lettera porta al centro una questione destinata a far discutere perché tocca una consuetudine profondamente radicata in molte comunità. Il punto, però, non è contrapporre la tradizione alla modernità né stabilire se una festa sia più o meno sentita in base agli effetti spettacolari che la accompagnano. La riflessione proposta riguarda piuttosto il modo in cui i riti collettivi possono evolvere, mantenendo intatto il loro valore spirituale e sociale.
In un’epoca in cui la tutela dell’ambiente e l’attenzione alle fragilità sono diventate temi sempre più presenti nella vita delle comunità, anche le manifestazioni più consolidate possono essere oggetto di un confronto. La proposta inviata al Pontefice si muove proprio in questa direzione: interrogarsi su come trasformare una scelta tradizionale in un’occasione capace di produrre benefici duraturi.
Il futuro delle feste religiose, forse, non passa necessariamente dalla rinuncia a ciò che le rende popolari e partecipate, ma dalla capacità di aggiungere nuovi significati. Accanto alla processione, alla musica e ai momenti di preghiera potrebbero trovare spazio iniziative sociali e ambientali legate alla ricorrenza. Un modo per far sì che il giorno dedicato a un Santo o alla Madonna lasci una traccia concreta anche dopo la conclusione della festa.
Sarà ora la Santa Sede, eventualmente, a valutare l’appello e le questioni poste dalla firmataria. Intanto, dalla Penisola Sorrentina arriva una sollecitazione che va oltre il dibattito sui fuochi d’artificio e chiama in causa il significato stesso del celebrare: non soltanto condividere un momento, ma interrogarsi su ciò che quel momento può generare nella vita degli altri e nel territorio.
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