Addio al prefetto Corrado Catenacci, il commissario che cambiò la storia di Piano di Sorrento
A marzo se n’è andato il dottor Corrado Catenacci. Forse il suo nome non dirà nulla a molti di voi — e questo, in fondo, è già una piccola tristezza. Eppure, se un giorno entrate nella sala consiliare del Comune di Piano di Sorrento e percorrete con gli occhi quella lista di sindaci incisa nella memoria collettiva di un paese, il suo nome lo trovate lì, silenzioso e fedele. Il Prefetto Catenacci fu commissario del nostro comune nel 1966 e nel 1967, e in quegli anni — brevi come un’estate — cambiò per sempre la vita di persone che non avrebbero mai dimenticato.
C’era tra loro mio padre.
Da anni si trascinava un contratto a tempo determinato, rinnovato ogni tre mesi come se la vita potesse esistere a rate, come se costruire un futuro fosse un lusso che qualcuno ti concedeva o ti revocava con una firma. Poi arrivò Catenacci, e quella precarietà finì. Non con indifferenza burocratica, non con la fredda efficienza di chi fa solo il suo dovere — ma con la consapevolezza di chi sa che dietro ogni pratica c’è un uomo, dietro ogni contratto c’è una famiglia che aspetta di nascere.
E mio padre, finalmente libero di guardare avanti, decise di sposarsi.
La data delle nozze cadeva però in un momento delicato, con scadenze di lavoro che il Commissario non poteva ignorare. E allora Catenacci — un prefetto, un rappresentante dello Stato — non emanò un ordine. Chiese una cortesia. Chiese, con la grazia di chi non dimentica di essere anche un essere umano, se fosse possibile rimandare le nozze di qualche settimana. E in cambio, disse, sarebbe stato il testimone di nozze.
Così fu.
Penso spesso a quella scena — a mio padre e a quell’uomo stringersi la mano davanti a un altare, in un pomeriggio di giugno che profumava di gelsomini e di futuro. E penso che se oggi sono qui, un pochino lo devo anche a lui. A quella gentilezza improbabile, a quella firma messa su un contratto che era anche un atto di fede nell’altro.
Perché allora il comune era ancora una famiglia. Le cose si chiedevano per cortesia, anche quando a chiederle era un Commissario Prefettizio. La fiducia, una volta data, non si ritirava per convenienza — perché si sapeva, si sentiva, che il rapporto umano vale più di qualsiasi calcolo. E le ricompense erano spesso solo simboliche, ma almeno erano vere: indicavano gratitudine, e la gratitudine è una forma di giustizia.
Catenacci non dimenticò mio padre nemmeno dopo, quando gli incarichi più importanti lo portarono lontano. Quando tornava a Piano, voleva incontrarlo. Voleva incontrare anche mia madre. Aveva quella rara qualità di chi non considera le persone degli strumenti utili per un momento, ma degli incontri degni di durata.
Un signore di altri tempi.
Oggi che i tempi sono fatti di convenienza e di freddo calcolo, oggi che il rispetto per le sensibilità altrui è diventato merce sempre più rara, mi fermo un momento su questo nome inciso in una sala che pochi frequentano. E mi chiedo quante famiglie, quante vite, quanti figli nati da padri a cui qualcuno aveva finalmente detto ti fido — mi chiedo quante di quelle vite portino ancora, senza saperlo, l’impronta silenziosa di quest’uomo.
Riposi in pace, dottor Catenacci. E grazie.
(Domenico Cinque)
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