Piano di Sorrento, successo per “Li mutte de l’antiche so digne de memoria”: Marialuce Balsamo e Giovanni Gugg raccontano la memoria popolare della Penisola Sorrentina
Non semplici proverbi, non soltanto espressioni dialettali da conservare come reliquie di un passato ormai lontano. I mutte degli antichi sono, prima di tutto, una forma di conoscenza: condensano esperienze, osservazioni, giudizi, ironie, paure, rivalità e modi di interpretare il mondo. E continuano a vivere, spesso inconsapevolmente, sulle labbra delle nuove generazioni.
È stato questo il filo conduttore della serata “Li mutte de l’antiche so digne de memoria”, ospitata ieri a Villa Fondi a Piano di Sorrento e promossa dal CIF – Centro Italiano Femminile, presieduto da Luisa Bevilacqua, . La serata è stata introdotta dalla Professoressa Miriam Perfetto ed ha visto gli interventi di Marialuce Balsamo e dell’antropologo Giovanni Gugg.
Un appuntamento che ha assunto i contorni di un vero viaggio dentro la cultura popolare della Penisola Sorrentina mettendo in dialogo linguistica e antropologia e mostrando come, dietro una frase apparentemente semplice, possa nascondersi un universo di significati.
La serata ha avuto infatti un merito particolare: non limitarsi a celebrare la memoria del passato, ma interrogarsi sulla vitalità contemporanea dei proverbi, sul modo in cui continuano a essere utilizzati, trasformati e trasmessi e, soprattutto, su ciò che raccontano delle comunità che li hanno prodotti.
A entrare nel cuore della questione è stata Marialuce Balsamo, che ha presentato il percorso della propria ricerca sui proverbi della Penisola Sorrentina.
«Lo scopo di questa serata – ha spiegato – è individuare un ponte tra ricerca e pubblico, un ponte tra antropologia e linguistica».
Ed è proprio il proverbio, secondo Balsamo, a rendere particolarmente efficace questo incontro tra discipline diverse. I mutte non sono infatti semplici sequenze di parole: sono espressioni linguistiche nelle quali il significato può andare molto oltre quello letterale.
Una caratteristica che conferisce loro una particolare forza comunicativa. Il proverbio, proprio perché breve, ritmico, spesso costruito su rime, assonanze, immagini e metafore, riesce a imprimersi nella memoria molto più di una frase ordinaria.
Ma c’è un altro elemento decisivo: il proverbio nasce per essere trasmesso oralmente. E la trasmissione orale lo rende, allo stesso tempo, estremamente resistente e continuamente modificabile.
Balsamo ha ricordato il patrimonio di studi che, soprattutto dalla seconda metà del Novecento, ha interessato la tradizione proverbiale della Penisola Sorrentina. Un patrimonio nel quale si incontrano espressioni legate alla vita agricola, alla pesca, alla navigazione, alle stagioni e alle relazioni tra gli abitanti dei diversi paesi. Proprio da questo patrimonio documentario è partita la ricerca di Marialuce Balsamo, iniziata nel 2021. Il punto di partenza era una constatazione presente nelle stesse raccolte: gli autori consideravano i proverbi come qualcosa destinato a scomparire e ritenevano necessario sottrarli «all’azione corrosiva del tempo».
La ricerca sul campo ha però restituito un’immagine diversa. I proverbi non sembrano affatto morti. «Non sono i proverbi a scomparire: è cambiata la nostra consapevolezza», questo è forse uno dei passaggi più interessanti dell’intervento di Balsamo.
Per dimostrare la vitalità delle espressioni tradizionali non è necessario andare necessariamente alla ricerca degli anziani depositari della memoria popolare. A volte basta ascoltare con attenzione una conversazione tra giovani.
Balsamo ha raccontato un episodio particolarmente significativo: qualche anno fa si trovava con il proprio fidanzato quando lui ascoltò un messaggio vocale all’interno di un gruppo di fantacalcio. I protagonisti erano ragazzi di circa 24-25 anni, impegnati nell’organizzazione dell’asta. A un certo punto uno di loro utilizzò un’espressione che a Balsamo risultò immediatamente familiare, ma che inizialmente non riuscì a collocare. Ripensandoci, si rese conto di averla già incontrata durante la propria ricerca: era un’espressione raccolta a Marina Grande di Sorrento, legata al mondo della navigazione e alla necessità di stabilire prima i ruoli e dividere i compiti prima di prendere il mare. Il giovane, naturalmente, non aveva probabilmente la minima consapevolezza di stare utilizzando un’espressione appartenente a un patrimonio linguistico e culturale studiato dalla ricerca antropologica e linguistica.
Ed è proprio questo il punto. Secondo Marialuce Balsamo non è necessariamente il patrimonio linguistico a essere scomparso: è cambiata la consapevolezza che i parlanti hanno della sua origine.
La lingua contemporanea offre infatti un ventaglio molto più ampio di possibilità. L’italiano viene utilizzato in moltissimi contesti, mentre il dialetto può sopravvivere in famiglia, tra amici, nelle conversazioni informali e nelle situazioni nelle quali l’identità locale assume maggiore importanza. Lo stesso accade con i proverbi: possono essere utilizzati senza che chi li pronuncia sappia da dove provengano. E proprio questa inconsapevole trasmissione può diventare una delle ragioni della loro sopravvivenza.
Un’altra chiave della ricerca di Balsamo riguarda la particolare conformazione culturale della Penisola Sorrentina. La Penisola è attraversata longitudinalmente dalla catena dei Monti Lattari e presenta una duplice identità: da un lato quella marittima e marinara, dall’altro quella agricola e contadina.
Due mondi che hanno prodotto attività, linguaggi, conoscenze e immaginari differenti. I proverbi conservano le tracce di entrambe queste realtà. Ci sono espressioni che parlano del mare, delle condizioni meteorologiche, dei venti e della navigazione; altre che raccontano la campagna, gli animali, le coltivazioni, le stagioni e i cicli della natura. E questa distinzione emerge anche nelle categorie linguistiche utilizzate per analizzare i proverbi. Ci sono espressioni dal significato prevalentemente letterale, legate a un’esperienza concreta, e altre nelle quali prevale invece il carattere metaforico, allusivo e figurato. Ed è proprio in queste seconde che si concentra una parte della complessità della ricerca.
Il proverbio, infatti, non ha necessariamente un significato unico e immutabile. Può essere adattato, deformato, pronunciato diversamente e utilizzato in contesti differenti. Ogni parlante può riutilizzarlo secondo il proprio obiettivo comunicativo. Per questo Marialuce Balsamo ha definito i proverbi, richiamando una suggestiva immagine utilizzata negli studi sul tema, quasi come delle “anguille”, difficili da afferrare da un unico punto di vista.
È qui che assume particolare importanza il lavoro etnografico. Una raccolta scritta fotografa un’espressione in un determinato momento. L’indagine sul campo permette invece di osservare cosa succede quando quella stessa espressione viene utilizzata da persone diverse. La pronuncia può cambiare. Il significato può assumere sfumature differenti. Una frase può essere accorciata, modificata, adattata.
E soprattutto può attraversare generazioni. Balsamo ha quindi cercato di individuare parlanti rappresentativi delle diverse aree della Penisola, privilegiando inizialmente persone anziane e meno esposte a contaminazioni linguistiche esterne, per poi verificare la vitalità delle espressioni anche presso altri parlanti. Un lavoro che consente di comprendere come il patrimonio proverbiale non sia un blocco immobile, ma un organismo linguistico in continua trasformazione.
Ad ampliare la prospettiva è stato l’intervento dell’antropologo Giovanni Gugg che ha spostato l’attenzione dal significato letterale dei proverbi alla loro funzione sociale. Gugg ha illustrato innanzitutto il ruolo dei cosiddetti proverbi “didattici”: quelli che insegnano a leggere il tempo, riconoscere il cambio delle stagioni, osservare i movimenti degli uccelli, interpretare gli astri, comprendere quando seminare, coltivare o svolgere determinate attività. È una conoscenza sedimentata attraverso generazioni. Prima delle previsioni meteorologiche, dei calendari agricoli e delle moderne tecnologie, il territorio veniva letto attraverso segnali naturali che venivano trasformati in formule brevi e facilmente memorizzabili. Il proverbio diventava così una sorta di manuale orale della vita quotidiana.
Ma Gugg ha evidenziato un’altra categoria, altrettanto interessante: quella dei proverbi che parlano degli altri, degli abitanti del paese vicino, della comunità confinante. Ed è qui che entra in gioco l’antropologia. Chi parla del vicino, parla anche di se stesso. Secondo Gugg il punto non è chiedersi semplicemente se gli abitanti di un determinato paese siano davvero avari, furbi, antipatici o poco affidabili, come sostengono alcuni proverbi. La domanda antropologica è un’altra: perché una comunità sente il bisogno di raccontare l’altra in questo modo?
Il proverbio, in questo senso, non descrive necessariamente una realtà oggettiva. È una sentenza, una formula breve che non argomenta e non dimostra. Deve essere memorabile. E proprio per questo ricorre alla rima, all’assonanza, alla battuta, all’esagerazione.
Gugg ha mostrato come espressioni riferite a località diverse possano essere costruite con meccanismi linguistici simili: il nome del paese viene inserito in una formula breve e ritmica che diventa immediatamente riconoscibile. Ma dietro quella battuta c’è qualcosa di molto più profondo: la costruzione dell’alterità.
L’antropologia, ha spiegato Gugg, si occupa della diversità e, più precisamente, dell’alterità. Gli esseri umani costruiscono continuamente differenze tra “noi” e “loro”. E il proverbio è uno degli strumenti culturali attraverso cui queste differenze vengono raccontate.
Il ragionamento di Gugg ha assunto un significato ancora più interessante quando è stato applicato alla Penisola Sorrentina. Non serve attraversare una frontiera nazionale per costruire un “altro”. Non serve neppure cambiare regione. A volte basta attraversare la strada. I proverbi possono infatti distinguere tra abitanti di comuni confinanti, tra quartieri, tra la marina e la montagna, perfino tra persone appartenenti allo stesso territorio comunale. È il caso della distinzione tra “gente marina” e “gente montagna”. Una formula apparentemente innocua diventa così una vera e propria rappresentazione geografica e sociale della Penisola.
«Il proverbio costruisce una geografia sociale interna allo stesso territorio», ha spiegato Giovanni Gugg. Non soltanto, dunque, una geografia fatta di luoghi, ma una geografia fatta di appartenenze. Il paese, il quartiere, la marina, la montagna diventano categorie attraverso le quali le persone definiscono se stesse. Ed è qui che emerge uno dei paradossi più affascinanti raccontati dall’antropologo. I proverbi che mettono in evidenza le differenze tra paesi possono sembrare strumenti di divisione. In realtà, secondo Gugg, contribuiscono anche a costruire una comunità più ampia. Per poter dire “loro sono diversi da noi”, bisogna infatti riconoscersi come parte di un “noi”. Il campanilismo, dunque, separa e contemporaneamente unisce. I carottesi possono distinguersi dai santanellesi, i sorrentini dagli abitanti degli altri comuni, la marina dalla montagna. Ma tutte queste identità finiscono per essere comprese dentro una dimensione comune: quella della Penisola Sorrentina. È un piccolo paradosso culturale: ci differenziamo continuamente per ribadire, allo stesso tempo, una comune appartenenza.
Gugg ha poi collegato questo meccanismo al concetto di malalingua. La malalingua funziona soprattutto all’interno di una comunità. Un estraneo può insultare, ma spesso è il vicino a conoscere davvero il punto nel quale colpire. Lo stesso accade con i proverbi. Le battute sui paesi vicini, sulle loro abitudini o sui loro abitanti funzionano perché chi ascolta conosce il contesto, comprende l’allusione e riconosce immediatamente il bersaglio. Non sono quindi semplicemente insulti. Sono strumenti di relazione. Possono contenere ironia, rivalità, sarcasmo, campanilismo e perfino elementi sessisti o xenofobi, ma nello stesso tempo sono parte di un sistema di comunicazione condiviso. E soprattutto sono memorabili.
Gugg ha distinto anche i proverbi che trasmettono conoscenze pratiche da quelli che potremmo definire “proverbi cattivi”, cioè quelli che attribuiscono caratteristiche negative agli abitanti di un luogo. I primi insegnano, per esempio, a leggere il cambiamento delle stagioni e a organizzare il lavoro. I secondi insegnano invece – in modo certamente stereotipato – a “sospettare dell’altro”, a stabilire un confine, a riconoscere chi appartiene al proprio gruppo e chi no.
Sono forme di conoscenza che possono oggi apparire problematiche, ma che diventano interessanti proprio perché permettono di comprendere come una comunità abbia costruito nel tempo la propria identità. E quei confini, ha osservato Gugg, non sono affatto impermeabili. Le persone continuano a sposarsi, commerciare, lavorare e vivere insieme. Le differenze che il proverbio costruisce vengono continuamente attraversate dalla vita reale. Per questo devono essere continuamente ribadite.
Il contributo di Balsamo e quello di Gugg hanno finito così per incontrarsi su un punto fondamentale.
Il proverbio non è un fossile linguistico. È una forma di memoria viva. Balsamo ha mostrato come possa sopravvivere anche quando chi lo utilizza non è consapevole della sua origine. Gugg ha spiegato invece come quella stessa formula possa continuare a svolgere una funzione sociale, contribuendo a definire appartenenze, differenze e relazioni.
Da una parte, dunque, la lingua che conserva. Dall’altra, la comunità che continua a utilizzarla e trasformarla.
È probabilmente questa la ragione per cui i mutte meritano di essere studiati e raccontati ancora oggi.
Non perché siano necessariamente tutti condivisibili nei loro contenuti, né perché ogni espressione del passato debba essere riproposta senza spirito critico, ma perché dentro quelle poche parole è possibile leggere una parte della storia sociale della Penisola.
La riflessione più suggestiva emersa dalla serata è forse proprio questa: la tradizione non sopravvive soltanto nei libri o nelle raccolte degli studiosi. Può passare attraverso un messaggio vocale. Può riaffiorare nella conversazione tra due amici. Può essere pronunciata da un ragazzo che non conosce la storia di quella frase. Può essere modificata e adattata a un contesto completamente nuovo.
La memoria orale, insomma, non si limita a guardare indietro. Continua a produrre presente.
E così i mutte degli antichi diventano molto più di un repertorio di proverbi: sono una lente attraverso la quale osservare la Penisola Sorrentina, le sue due anime, le sue rivalità, i suoi campanili, le sue trasformazioni linguistiche e il rapporto tra le generazioni.
La serata di Villa Fondi ha avuto proprio il merito di riportare quelle parole al centro dell’attenzione dimostrando che custodire la memoria non significa semplicemente conservare ciò che rischia di scomparire. Significa anche ascoltare ciò che, magari senza che ce ne accorgiamo, continua ancora oggi a parlare. E nei mutte degli antichi, come suggerisce il titolo dell’incontro, non ci sono soltanto parole del passato: ci sono frammenti della storia comune di una comunità, della sua identità e del modo in cui, generazione dopo generazione, ha imparato a raccontare se stessa e gli altri.
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