Vico Equense, l’intervento di Rosario Lotito sui lavori a via Castello Marina: “Cancellato un altro pezzo di storia”
Nel dibattito pubblico locale ci sono vicende che riescono a scuotere non solo l’opinione dei cittadini ma anche il senso più profondo di appartenenza a un territorio. È il caso della recente trasformazione che ha interessato una storica scala a Vico Equense, al centro di una riflessione critica sollevata da Rosario Lotito, referente locale di Europa Verde e osservatore attento delle dinamiche sociali e ambientali del territorio. Il suo intervento richiama l’attenzione su un tema cruciale: la salvaguardia della memoria storica e dell’identità dei luoghi, troppo spesso sacrificata in nome di interventi poco rispettosi del passato.
Lotito scrive: «VICO EQUENSE: UN ALTRO PEZZO DI STORIA CANCELLATO.
Ci sono luoghi che non sono solo pietre.
Sono memoria.
Sono identità.
Sono storia.
I lavori alla scala di via Castello Marina a Vico Equense stanno sollevando forti perplessità tra chi conosceva quel luogo prima dell’intervento.
E non si tratta di una questione estetica, né di una polemica sui tempi dei lavori.
Qui siamo davanti a un tema molto più serio:
La tutela e la conservazione di un bene che rappresentava una testimonianza storica del territorio.
Il nostro ordinamento è chiaro.
Il codice dei beni culturali stabilisce che la tutela dei beni storici consiste nella loro conservazione e trasmissione alle future generazioni (art. 1).
Inoltre, l’art. 29 parla esplicitamente di interventi di conservazione, che devono essere finalizzati al mantenimento dell’integrità e dell’identità del bene, evitando alterazioni che ne compromettano il valore storico.
E ancora, l’art. 30 impone ai soggetti pubblici l’obbligo di garantire la corretta conservazione dei beni culturali.
Alla luce di questi principi, interventi su strutture storiche come quella scala dovrebbero essere orientati al ripristino, al recupero, alla manutenzione, non alla trasformazione che ne cancella l’identità.
Quella scala era parte della memoria collettiva.
Oggi, quella memoria è stata cancellata.
In un territorio dove, anno dopo anno, scompare sempre più della nostra identità,
Quel poco che resta dovrebbe essere difeso con il massimo rigore.
Perché quando perdiamo questi luoghi,
non perdiamo solo delle pietre.
Perdiamo la nostra storia.
E perdiamo noi stessi.
E questo è un fatto grave.
Estremamente grave».
Quella che emerge da questa vicenda è una questione che va ben oltre il singolo intervento urbanistico. È il riflesso di un approccio sempre più diffuso che tende a considerare il patrimonio storico come qualcosa di modificabile a piacimento, piuttosto che come un’eredità da custodire con attenzione e responsabilità. Il rischio, in questi casi, è quello di perdere progressivamente il legame tra comunità e territorio, trasformando luoghi carichi di significato in spazi anonimi, privi di radici.
La memoria collettiva non è un concetto astratto: vive nei dettagli, nelle architetture, nei percorsi quotidiani che attraversano generazioni. Quando questi elementi vengono alterati senza un reale rispetto per la loro storia, si crea una frattura silenziosa ma profonda. Non si tratta solo di estetica o nostalgia, ma di identità culturale, di continuità tra passato e presente.
In territori come quello della penisola sorrentina, dove ogni angolo racconta una stratificazione secolare di vita, lavoro e tradizioni, la tutela dovrebbe essere una priorità assoluta. Ogni intervento dovrebbe partire da una domanda fondamentale: cosa stiamo preservando per chi verrà dopo di noi? Se questa domanda viene ignorata, il risultato è una progressiva perdita di autenticità che, nel lungo periodo, impoverisce non solo il paesaggio, ma anche il senso di comunità.
La sfida vera, oggi, è trovare un equilibrio tra esigenze contemporanee e rispetto del passato. Non si tratta di fermare il cambiamento, ma di guidarlo con consapevolezza. Perché una comunità che smarrisce i propri riferimenti storici rischia di diventare più fragile, meno coesa, più esposta a un futuro senza memoria. E un territorio senza memoria è un territorio che perde la sua anima.
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