Sorrento 2026. Diario di una campagna elettorale – Settimana 5: chi può stare con chi
Per qualche giorno è sembrato che il primo turno avesse chiarito tutto. I numeri erano lì, nitidi: Corrado Fattorusso al 49,3%, Ferdinando Pinto al 43,6%, Raffaele Attardi al 7,1%. Eppure, appena terminato lo scrutinio, la campagna elettorale ha cambiato natura. I voti sono rimasti gli stessi, ma il dibattito si è spostato altrove.
La settimana appena trascorsa non è stata dominata da nuovi programmi, grandi annunci o improvvise scoperte amministrative. Al contrario, l’attenzione si è concentrata quasi interamente sulle alleanze, sugli apparentamenti, sulle vicinanze e sulle distanze tra persone, gruppi e storie politiche. La disponibilità manifestata da Raffaele Attardi a sostenere Corrado Fattorusso nel ballottaggio ha occupato gran parte della scena pubblica, suscitando reazioni favorevoli, critiche, delusioni, entusiasmi e polemiche. Ferdinando Pinto ha contestato apertamente quella scelta; alcuni candidati e sostenitori provenienti dall’area di Attardi hanno assunto posizioni differenti; i commentatori si sono divisi. A prima vista potrebbe sembrare una normale dinamica da secondo turno. Osservando più attentamente i discorsi che hanno attraversato la città, però, emerge qualcosa di più interessante.
La domanda che sembra dominare il confronto pubblico non riguarda tanto il governo futuro di Sorrento quanto la legittimità delle alleanze presenti. In altre parole, la città continua a interrogarsi su chi possa stare con chi.
È una differenza sottile ma importante. Quando i cittadini discutono dell’apparentamento tra Attardi e Fattorusso raramente si soffermano su mobilità, turismo, politiche abitative o servizi pubblici. Molto più spesso parlano di coerenza, credibilità, fiducia, continuità, cambiamento, metodo, trasparenza. Le categorie che ricorrono maggiormente appartengono al vocabolario morale prima ancora che a quello amministrativo.
È un dato che colpisce. A un anno dall’arresto del sindaco, la discussione pubblica continua a ruotare soprattutto attorno alla credibilità delle persone e delle relazioni politiche. La città sembra ancora impegnata a stabilire di chi ci si possa fidare, prima ancora di decidere quale progetto urbano ritenga preferibile. Anche i candidati rimasti in corsa sembrano muoversi dentro questo quadro: i loro messaggi insistono frequentemente sulla correttezza personale, sulla trasparenza, sull’affidabilità e sulla fiducia, elementi che spesso precedono l’illustrazione delle singole proposte amministrative.
Da questo punto di vista, la settimana appena trascorsa appare come una prosecuzione della lunga elaborazione collettiva iniziata un anno fa con l’arresto del sindaco Massimo Coppola. La campagna elettorale ha certamente riportato al centro programmi e candidati, ma il baricentro emotivo del dibattito continua a gravitare attorno a una domanda preliminare: di chi ci si può fidare?
Anche per questo motivo la figura di Raffaele Attardi ha assunto in questi giorni un ruolo particolare. Terminata la competizione del primo turno, il candidato è diventato qualcosa di diverso da un semplice protagonista elettorale. I suoi voti, la sua posizione pubblica e le sue scelte sono stati trasformati in una sorta di test collettivo. Ogni sua dichiarazione è stata interpretata come un segnale, ogni gesto come un’indicazione, ogni presa di posizione come una possibile risposta alla domanda che attraversa la città.
Ma forse l’aspetto più curioso della settimana è un altro. Leggendo centinaia di post e commenti sui social network, si incontrano continuamente espressioni che sembrano chiarissime e che invece, a uno sguardo più attento, risultano sorprendentemente sfuggenti. Si parla del “Sistema Sorrento”, dei “vecchi metodi”, della “continuità”, del “vero cambiamento”, dei “soliti noti”. Sono formule potentissime dal punto di vista comunicativo. Producono immediatamente consenso o dissenso. Eppure raramente vengono definite con precisione.
Che cosa sia esattamente il “Sistema Sorrento” non è affatto evidente. Per alcuni coincide con il sistema corruttivo emerso dalle inchieste giudiziarie; per altri indica una più ampia rete di relazioni politico-amministrative sedimentate negli anni; per altri ancora rappresenta semplicemente un modo di fare politica percepito come distante dalle aspettative di rinnovamento. Proprio questa indeterminatezza contribuisce probabilmente alla fortuna dell’espressione. Più che descrivere una realtà precisa, “Sistema Sorrento” sembra funzionare come una formula capace di condensare sospetti, giudizi morali e interpretazioni differenti della recente crisi politica cittadina. La sua forza risiede forse proprio nell’elasticità, che consente a persone diverse di riconoscervi significati differenti.
Qualcosa di simile accade con le formule che richiamano il cambiamento o la continuità. Quando vengono utilizzate, raramente si riferiscono soltanto ai candidati. Più spesso evocano mondi relazionali, appartenenze, reti di conoscenze, storie politiche che si intrecciano da decenni. È come se la città stesse continuamente disegnando una propria mappa morale, nella quale persone e coalizioni vengono collocate non soltanto in base alle loro proposte, ma anche in base ai legami che si presume intrattengano con altre persone, altri gruppi e altre stagioni della vita pubblica sorrentina.
Questa mappa morale, del resto, aiuta a comprendere anche un altro aspetto emerso con forza durante la settimana. Molti commenti che circolano sui social network risultano quasi indecifrabili a chi non possieda una conoscenza molto approfondita della storia politica locale. Si citano amministrazioni di venti o trent’anni fa, si evocano rapporti personali, antiche alleanze, vecchie fratture, passaggi di campo e appartenenze che vengono date per scontate. Talvolta basta un cognome, una fotografia o una presenza su un palco per attivare lunghe discussioni il cui significato resta opaco agli osservatori esterni.
È un tratto tipico delle comunità caratterizzate da un’elevata interconoscenza. La politica non viene percepita come una sfera separata dalla vita quotidiana, ma come una sua estensione. Le persone valutano i candidati anche attraverso ciò che sanno di loro come vicini di casa, professionisti, parenti, amici o conoscenti. Le biografie individuali si intrecciano continuamente con le biografie collettive e ogni scelta politica viene letta alla luce di una memoria condivisa che spesso affonda le proprie radici molto indietro nel tempo.
Per questa ragione, una parte significativa del dibattito non riguarda soltanto i candidati attuali, ma anche ciò che essi evocano. Dietro ogni nome sembrano affacciarsi altre figure, altre stagioni amministrative, altre reti relazionali. Si comprende allora perché molte discussioni ruotino attorno alle compagnie, alle vicinanze e alle appartenenze più che ai programmi. Ciò che viene continuamente valutato è il significato simbolico delle relazioni.
Anche il tema del cambiamento, che attraversa l’intera campagna elettorale, appare più complesso di quanto possa sembrare a prima vista. In teoria dovrebbe essere una categoria semplice: c’è chi rappresenta il nuovo e chi rappresenta il passato. Nella pratica, però, le cose appaiono molto meno lineari. Alcuni osservatori associano il cambiamento all’età anagrafica dei candidati, altri alle reti che li sostengono, altri ancora al linguaggio utilizzato o ai gruppi che si raccolgono attorno a una coalizione. La stessa parola viene impiegata per descrivere fenomeni differenti e talvolta opposti.
Qualcosa di analogo accade con la continuità. In questi giorni il termine è stato utilizzato frequentemente, ma raramente con un significato univoco. Per alcuni indica la presenza di figure già attive nella politica cittadina; per altri riguarda stili di leadership, modalità di costruzione del consenso o forme di esercizio del potere percepite come consolidate. Ancora una volta, il dibattito sembra svilupparsi più sul terreno delle rappresentazioni che su quello delle definizioni precise.
Da questo punto di vista, la settimana successiva al primo turno ha offerto un’immagine particolarmente interessante di Sorrento. Mentre formalmente si prepara a scegliere il prossimo sindaco, la città continua a interrogarsi soprattutto su se stessa. Le discussioni pubbliche assomigliano spesso a una grande conversazione collettiva sulla fiducia, sulla credibilità e sui confini morali della rappresentanza. Le alleanze diventano allora occasioni per discutere questioni più profonde: quali relazioni siano considerate legittime, quali percorsi politici appaiano coerenti, quali passaggi vengano percepiti come accettabili e quali invece suscitino diffidenza.
In fondo, è forse proprio questo il significato più interessante della settimana appena trascorsa. L’apparentamento tra Attardi e Fattorusso, le reazioni di Pinto, le prese di posizione dei candidati e le discussioni dei cittadini hanno funzionato come una sorta di specchio collettivo. Ognuno vi ha proiettato aspettative, timori e idee differenti di cambiamento. Più che discutere soltanto di programmi e assetti futuri, la città ha continuato a interrogarsi sulle condizioni che rendono possibile riconoscere un candidato come interlocutore credibile.
Non sorprende allora che anche la comunicazione elettorale degli ultimi giorni abbia assunto spesso la forma di una richiesta di fiducia personale. Prima ancora delle opere da realizzare o dei programmi da attuare, i candidati sembrano chiamati a dimostrare di meritare nuovamente credito agli occhi della comunità.
Forse è questo il segnale più significativo della fase che Sorrento sta attraversando. A poco più di un anno dall’arresto del sindaco, il confronto pubblico continua a ruotare attorno alla fiducia, alla credibilità e alla qualità delle relazioni politiche. Il ballottaggio del 7 e 8 giugno deciderà certamente chi governerà la città nei prossimi anni. Ma le discussioni di queste settimane suggeriscono che, per molti cittadini, è ancora aperta una questione più profonda: capire chi può stare con chi e, soprattutto, perché.
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