“Se ne trase ’a Maronna”: il rito che racconta l’anima di Positano
Ci sono momenti che, per chi è nato a Positano, non hanno bisogno di essere spiegati. Si riconoscono subito, perché appartengono a quella parte più profonda della nostra memoria, quella fatta di gesti antichi, di volti familiari, di preghiere tramandate da una generazione all’altra e di tradizioni che, ancora oggi, riescono a riunire un’intera comunità.
Uno di questi momenti è “Se ne trase ’a Maronna”, il rito che ogni anno, al termine dei festeggiamenti in onore della Madonna Assunta, accompagna la statua della Vergine nella sua reposizione nella Cappella Stellata della Chiesa Madre.
Ieri sera ero lì, come ogni anno. E, come ogni anno, mi sono ritrovato a vivere emozioni che pensavo di conoscere già, ma che puntualmente riescono a sorprendermi. Forse è proprio questa la forza delle tradizioni vere: non sono mai semplicemente qualcosa che si ripete. Ogni volta ci riconsegna qualcosa di noi stessi.
Entrando nella Chiesa Madre, ieri sera, ho avvertito immediatamente quell’atmosfera particolare che precede i momenti più sentiti. C’era tanta gente, ma non era soltanto la presenza fisica delle persone a riempire la chiesa. C’era un’attesa. Quasi una consapevolezza condivisa che stava per accadere qualcosa che, pur essendo conosciuto da tutti, riesce ogni volta a toccare corde profonde.
Ho guardato i volti delle persone accanto a me e mi è sembrato di riconoscere la stessa emozione. C’erano anziani che questa scena l’hanno vissuta decine e decine di volte, famiglie che ogni anno tornano a partecipare alla funzione, giovani e bambini che forse ancora non comprendono fino in fondo il significato di ciò che stanno vivendo ma che osservano con attenzione, custodendo negli occhi immagini che un giorno diventeranno ricordi.
E poi c’era Lei.
La Madonna Assunta, con il suo volto sereno, la sua veste riccamente adornata, la corona e il Bambino tra le braccia. Guardarla ieri sera mi ha fatto pensare a quanto sia difficile separare, per noi positanesi, la devozione alla Madonna dalla storia stessa del nostro paese.
La sua immagine è parte della nostra identità. È presente nei racconti dei nostri nonni, nelle preghiere delle nostre famiglie, nelle fotografie conservate con cura e nei ricordi di chi non c’è più.
Quando arriva il momento di accompagnarla nella Cappella Stellata, tutto questo sembra emergere insieme. La statua viene sollevata dai portatori. Il passo diventa lento, attento, quasi solenne. E mentre la Madonna attraversa la chiesa, è impossibile non sentirsi coinvolti.
Ho provato una grande emozione.
Non quella rumorosa, che ha bisogno di essere mostrata, ma un’emozione intima, profonda, che ti porta quasi naturalmente a stare in silenzio. Ho pensato a quante volte, da bambino, ho assistito a questa scena. Ho pensato alle persone che erano accanto a me allora e che oggi non ci sono più.
È forse questo uno degli aspetti più belli e struggenti di “Se ne trase ’a Maronna”: mentre accompagniamo la Madonna verso la Cappella Stellata, in qualche modo accompagniamo anche i nostri ricordi.
Ogni anno ritornano alla mente volti, voci, momenti della nostra vita. Ci ricordiamo di chi ci ha insegnato a pregare, di chi ci portava in chiesa, di chi viveva queste giornate con una devozione semplice e sincera. E allora comprendiamo che una tradizione religiosa può diventare anche un filo che unisce il passato al presente.
La Madonna entra nella Cappella Stellata e, per qualche istante, sembra quasi che il tempo si fermi.
La gente guarda, prega, saluta. Qualcuno si fa il segno della croce. Qualcuno abbassa lo sguardo. Qualcuno cerca un’ultima fotografia, quasi per portare con sé un’immagine di quei momenti.
C’è una certa malinconia in questo momento. Dopo i giorni della festa, dopo l’attesa, le celebrazioni e la partecipazione di tutta la comunità, arriva il momento del ritorno. La Madonna torna nella sua Cappella e con questo gesto si conclude ufficialmente il tempo dei festeggiamenti in suo onore.
È come se Positano, per un attimo, dovesse imparare nuovamente a fare a meno di quella presenza che durante la festa è ancora più visibile e vicina.
La Madonna torna nella sua dimora, ma resta nel cuore dei positanesi.
E forse è proprio per questo che, nonostante la commozione e quella inevitabile sensazione di tristezza che accompagna la fine della festa, uscendo dalla Chiesa Madre non mi sono sentito davvero triste.
Ho sentito piuttosto gratitudine.
Gratitudine per aver potuto vivere ancora una volta un momento che appartiene alla nostra comunità. Gratitudine per chi mantiene viva questa tradizione. Gratitudine per i portatori, per coloro che rendono possibile il rito, per chi prepara la chiesa, per chi partecipa, per chi prega e per tutte quelle persone che, spesso senza apparire, contribuiscono a fare in modo che ogni anno “Se ne trase ’a Maronna” possa rinnovarsi.
Ieri sera, mentre la Madonna veniva accompagnata verso la Cappella Stellata, ho guardato ancora una volta il suo volto. E ho pensato a quanto sia particolare il rapporto che lega noi positanesi alla nostra Madonna Assunta. È un rapporto fatto di fede, certamente, ma anche di appartenenza. È come se Lei fosse parte della famiglia di Positano. E ogni anno, quando arriva agosto, torniamo a incontrarla attraverso una festa che riesce a coinvolgere tutta la comunità.
Poi arriva “Se ne trase ’a Maronna”.
E allora bisogna salutarla. Ma è un saluto soltanto apparente.
Perché sappiamo che, una volta chiusa la Cappella Stellata, Lei continuerà ad essere lì. A vegliare. A proteggere. A raccogliere le preghiere. A guardare dall’alto la nostra Positano, il suo mare, le sue case, le sue strade. Da lì tonerà sull’altare in diverse ricorrenze durante l’anno liturgico per rendere ancora più visibile la sua materna protezione.
Le luci della celebrazione si affievoliscono, la chiesa lentamente si svuota, la gente torna alle proprie case. Ma qualcosa rimane. Rimane il silenzio dopo la preghiera. Rimane l’immagine della Madonna. Rimane il ricordo di chi era accanto a noi. Rimane quella commozione che, ogni anno, ci prende un po’ alla sprovvista. E rimane soprattutto una certezza: la Madonna torna nella Cappella Stellata, ma non torna mai lontano da noi.
Perché per un positanese la Madonna Assunta non è soltanto una statua da accompagnare, una festa da celebrare o una tradizione da rispettare. È una presenza. Una presenza che appartiene alla nostra storia e alla nostra identità.
Ieri sera, uscendo dalla Chiesa Madre, ho rivolto ancora una volta lo sguardo verso la Cappella Stellata. Ho salutato la Madonna come faccio ogni anno. E dentro di me ho pensato: “A Maronna se ne trase… ma resta ccà, cu’ nuje.”
Resta con noi, come è sempre stato.






