Piano di Sorrento, la “caduta emozionale” dei visitatori davanti alla Via Crucis di Letizia Caiazzo – FOTOGALLERY
A distanza di una settimana dalla chiusura, è chiaro che la mostra “La Via Crucis” di Letizia Caiazzo, tenutasi nella sala consiliare del Comune di Piano di Sorrento, non è stata una semplice esposizione artistica, ma un’esperienza catartica collettiva. Il grande successo di pubblico non si misura solo nei numeri, ma nella scia emotiva che ha lasciato: un “effetto valanga” interiore che molti faticano ancora a smaltire.
I visitatori, uscendo dal percorso, apparivano visibilmente colpiti, spesso in silenzio, con lo sguardo perso nel vuoto. Non era la commozione rituale davanti all’arte sacra, ma una vera e propria caduta verticale nelle proprie fragilità. Le quindici stazioni, realizzate con segni laceranti, hanno agito come specchi: ogni piaga di Cristo diventava una cicatrice personale, ogni caduta un dolore rimosso.
Le poesie dell’artista, affiancate alle opere, hanno completato il cortocircuito emotivo. Frasi brevi, asciutte, a tratti feroci (“Il peso non è la croce, è il non avere nessuno che ti aiuti a portarla”) hanno emozionato anche gli spettatori laici o non credenti. Molti hanno confessato di essersi sentiti “spogliati”, costretti a guardare dentro quel baratro che di solito si evita.
L’elemento più sorprendente è stato l’umanità non scontata. Non c’era retorica, né pietismo. C’era invece la nudità di un dolore che non cerca consolazione, ma riconoscimento. E il pubblico ha risposto con una vulnerabilità di massa: abbracci di sguardi tra sconosciuti, scritti lasciati nel libro delle firme.
L’artista, Letizia Caiazzo, si dichiara profondamente soddisfatta, ma non per l’applauso. “La vera vittoria – ha detto – è quando qualcuno esce e mi dice: ‘Ho pianto per me, non per le tue figure’. Significa che la trasmissione è avvenuta. L’arte non deve essere confortevole. Deve far male bene”.
A una settimana di distanza, sui social e nelle conversazioni private, chi ha visto la mostra continua a parlarne come di “un lutto necessario”. Un successo, sì, ma di quelli che lasciano il segno dentro, non sulla pelle.
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