Maiori piange Filippo Civale, il ricordo commosso del giornalista Sigismondo Nastri
Non ce l’ha fatta Filippo Civale, il pedone coinvolto nei giorni scorsi in un grave incidente a Maiori mentre attraversava sulle strisce pedonali. Fin da subito il quadro clinico era apparso estremamente delicato: dopo il trasferimento all’ospedale Ruggi d’Aragona di Salerno, i medici lo avevano sottoposto a un intervento chirurgico urgente per una grave emorragia cerebrale. Da allora era rimasto ricoverato nel reparto di terapia intensiva, in stato di coma. Ieri il suo cuore si è fermato lasciando nel dolore familiari, amici e tutti coloro che hanno avuto il piacere di conoscerlo.
Tra i tanti messaggi di cordoglio quello del giornalista Sigismondo Nastri: «La notizia della morte di Filippo Civale, travolto il 9 maggio a Maiori da un motociclo mentre attraversava il lungomare sulle strisce pedonali, mi lascia sconvolto e addolorato. Speravo tanto che potesse riprendersi dal duro colpo subito.
Avrebbe festeggiato l’onomastico fra due giorni e poi il novantesimo compleanno il 16 settembre prossimo.
Ci conoscevamo, ed eravamo amici, da oltre sessanta anni. Credo di averlo incontrato, la prima volta, agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, quando ero segretario dell’onorevole Francesco Amodio, sindaco di Amalfi e deputato al parlamento, e lui già impegnato, con la passione che lo contraddistingueva, nel campo della produzione della carta.
È trascorso abbondantemente il mezzo secolo da allora. Nel frattempo siamo diventati vecchi. Pardon, sono diventato vecchio. Egli no, dato che, fino a quando non è rimasto vittima dell’incidente, ha conservato della giovinezza, se non i tratti somatici – le rughe sono il segno indelebile di una vita… lavorata -, l’energia, l’entusiasmo, la gioia del giovanotto, lo spirito pionieristico: qualità che lo spingevanono ancora a compiere ardite arrampicate lungo i sentieri, le scarpate, i dirupi che sovrastano Maiori per raggiungere il santuario di Maria SS. Avvocata. Lì, in cima al monte Falesio, affacciato sul golfo. Ottocento metri sul livello del mare. Ci vogliono almeno quattro ore per arrivarci.
Ci si recava solitamente da solo, per sciogliere un voto, per ringraziare la Madonna della sua protezione.
«Mia madre mi raccontava sempre – riferiva Filippo – che nel 1936, periodo fascista, i neonati morivano di stenti alimentari e per piccole malattie, come bronchite e altro. La Vergine santissima dell’Avvocata era la mamma a cui tutti si rivolgevano. Era la festa della Vergine, nel mese di maggio, quando mia mamma in stato interessante di cinque mesi del sottoscritto, assieme a mio padre, decisero di salire sul monte per affidarmi alla Madonna miracolosa, dicendole in dialetto: Madonna mia, nun ‘o fa murì, pienzace tu!”. Andò tutto bene, grazie al Cielo».
«La mia prima visita alla Beata Vergine – aggiungeva – per ringraziarla, avvenne il 2 giugno del 1952». Aveva sedici anni. Poi c’è tornato continuamente. E avrebbe continuato a tornarci, anche portandosi dietro qualche amico, mosso dalla voglia di avventura o di rigenerarsi all’aria pura che si respira lassù, all’alone di misticismo che si lega al luogo.
Sei anni fa fece fare l’esperienza Carlo Verna, allora presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che a Maiori ama trascorrere i suoi momenti di libertà.
Per tenersi allenato, quando non scalava la montagna, Filippo si spingeva fino a Positano, andata e ritorno a Maiori, rigorosamente a piedi. Si calcola che in un anno abbia percorso ben 8700 chilometri, con una media giornaliera di oltre 23 chilometri.
In un libro, La mia Avvocata, ci ha lasciato il racconto della sua vita, della devozione alla Madre di Dio. «Oggi mi sento in dovere – ha scritto – per avermi protetto, di ringraziare la Madonna e pregarLa perché mi dona ancora, alla mia età, tanta energia per andare su da lei. E io ci vado non tanto per me, ma per chi ne ha bisogno… e tante sono le preghiere che mi affidano e che le porto con tanta fede».
Un libro, il suo, che resta come memoria e testimonianza di vita: più che da leggere, da gustare, come una leccornia dolce. Anche salutare, sotto l’aspetto spirituale».
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