Le voci dimenticate. Cosa resta di Carlo Ginzburg
Ho incontrato Carlo Ginzburg molto prima di leggerlo davvero. Sì, l’ho incontrato, ma non lo sapevo, mentre preparavo la mia tesi di laurea. Studiavo un territorio marginale della Penisola sorrentina: Punta Sant’Elia e i suoi dintorni, una porzione di costa abbandonata da decenni ma abitata per secoli da contadini, tonnaroti e monaci basiliani. Cercavo di ricostruire vite che non avevano lasciato monumenti, memorie ufficiali o grandi eventi da raccontare. Restavano poche tracce, come un toponimo, un muro a secco, una testimonianza orale, qualche documento dimenticato in archivi parrocchiali…
Solo più tardi compresi che quella domanda era la stessa che aveva guidato Ginzburg per tutta la vita: come restituire voce a persone apparentemente insignificanti, a uomini e donne che la storia sembrava aver lasciato ai margini. La risposta più celebre arrivò nel 1976 con Il formaggio e i vermi, il libro che racconta la vicenda di Menocchio, un mugnaio friulano del Cinquecento processato dall’Inquisizione. Prima di allora Menocchio era poco più di un nome disperso in un fascicolo giudiziario, ma dopo Ginzburg divenne uno dei personaggi più noti della storiografia contemporanea. Non perché fosse un eroe, un rivoluzionario o un protagonista della grande storia, ma perché attraverso le sue parole era possibile intravedere un intero universo culturale, fatto di letture, credenze, immaginazione e conflitti.
Quella intuizione avrebbe cambiato profondamente il modo di fare storia, nel senso che non esistono vite minori, né personaggi secondari per natura. Piuttosto, esistono sguardi che considerano irrilevanti alcune esistenze e degne di attenzione altre. Ginzburg scelse deliberatamente di guardare dall’altra parte della barricata: non il giudice ma l’imputato, non l’istituzione ma chi ne subiva il potere, non il centro ma la periferia. In questo senso la sua opera non fu più di una rivoluzione metodologica, perché fu anche una scelta etica.
La scomparsa di Carlo Ginzburg, il 17 giugno 2026, offre l’occasione per riflettere su un’eredità che va ben oltre la storiografia, perché è la perdita di un maestro che ha insegnato a generazioni di studiosi che una traccia minima può raccontare un’intera civiltà, che un dettaglio apparentemente insignificante può illuminare un’epoca e che la conoscenza comincia spesso proprio là dove il sapere consolidato smette di guardare.
Se Il formaggio e i vermi mi insegnò a guardare alle persone dimenticate, fu Storia notturna (1989) ad aprirmi un altro orizzonte. Negli anni successivi mi capitò infatti di raccogliere tanti di racconti popolari nella Penisola sorrentina: storie di janare, munacielli, lupi mannari, fantasmi, tesori nascosti, presenze misteriose che sopravvivevano nella memoria delle donne anziane di Nerano, di Massa Lubrense e di altri piccoli centri della zona. Per lungo tempo questi racconti sono stati considerati poco più che superstizioni, residui folklorici destinati a scomparire con l’avanzare della modernità, insomma storielle da poco. Invece, Ginzburg insegnava a prenderle sul serio. Ricordo ancora certe conversazioni nelle cucine delle case di Nerano o di Monticchio, quando il registratore era ormai spento e le persone intervistate cominciavano a raccontare ciò che ritenevano davvero importante: una janara vista da una zia, un incontro con il munaciello, una presenza misteriosa lungo un sentiero di campagna. Erano racconti che sfuggivano alle classificazioni più semplici e che proprio per questo meritavano attenzione.
Ginzburg insegnava anche a lasciare spazio all’inatteso, come ha spiegato in una delle sue ultime interviste a Radio France, in cui ricordava che trovare ciò che si cerca non basta; occorre essere disposti a cercare ciò che non si aspettava di trovare. È una lezione che riconosco in molte esperienze di ricerca, infatti le storie più interessanti non sono quasi mai quelle che si vanno a cercare deliberatamente, ma emergono ai margini di una conversazione, in una digressione apparentemente secondaria, in un racconto che sembra fuori tema e che, invece, finisce per illuminare tutto il resto.
Non perché le streghe esistessero davvero, naturalmente, ma perché esistevano le persone che raccontavano quelle storie, esistevano le paure, le speranze, i conflitti e le visioni del mondo che quelle narrazioni custodivano. Dietro il racconto di un volo notturno, di una trasformazione o di un incontro con l’invisibile non si nasconde soltanto una fantasia popolare, ma, più spesso, si cela una riflessione collettiva sul potere, sull’esclusione, sul rapporto tra vivi e morti, tra ordine e disordine. Già nel suo primo grande libro, I benandanti (1966), nato dall’incontro quasi casuale con alcuni processi inquisitoriali friulani, Ginzburg aveva mostrato come credenze apparentemente marginali potessero aprire squarci imprevisti sulla cultura popolare europea. In Storia notturna (1989) quella ricerca si ampliò ulteriormente, con miti, credenze e racconti apparentemente lontanissimi tra loro che diventarono tracce di antiche concezioni del mondo, sopravvissute sotto forme diverse nel corso dei secoli.
Ripensando oggi a quelle ricerche sul folklore locale, mi accorgo che una parte importante del mio lavoro etnografico è stata, in fondo, una sorta di dialogo implicito con Ginzburg. Non tanto con le sue conclusioni, quanto con il suo metodo. La convinzione, cioè, che anche quel che appare marginale, irrazionale o insignificante meriti attenzione, oppure l’idea che le storie raccontate nelle cucine, nei cortili o lungo i sentieri di campagna possano contenere una conoscenza del mondo non meno interessante di quella custodita negli archivi. Grazie a lui, quindi, è diventato chiaro che il compito del ricercatore non è di decidere in anticipo che cosa è importante, ma imparare a riconoscere l’importanza dove gli altri vedono soltanto dettagli.
C’è però anche un altro Ginzburg che mi ha accompagnato negli anni, e non è quello delle streghe o di Menocchio, ma quello delle tracce.
Tra i suoi saggi più influenti vi è certamente Spie. Radici di un paradigma indiziario, confluito poi in Miti, emblemi, spie (1986), in cui Ginzburg mostrava come la conoscenza proceda spesso attraverso dettagli minimi e apparentemente trascurabili. Una traccia, un sintomo, una discrepanza, un frammento possono aprire prospettive inattese su realtà molto più ampie. Non si tratta di accumulare prove fino a raggiungere una certezza assoluta, ma di costruire interpretazioni plausibili a partire da indizi parziali e spesso ambigui.
Quando mi capita di scorrere le ricerche che ho condotto negli ultimi anni, mi accorgo di quanto quella lezione sia stata presente, spesso in modo implicito. Gli ex voto marinari, le leggende popolari e le storie di vita, le testimonianze raccolte dopo un disastro e i racconti di chi continua a vivere in territori esposti al rischio vulcanico o idrogeologico: quasi mai questi materiali parlano in maniera trasparente. Negli ex voto vesuviani che ho studiato per anni, ad esempio, una data, una nube di cenere o la posizione di una figura o il suo abbigliamento possono raccontare molto più di quanto sembri a un primo sguardo. Sono frammenti, appunto, tracce e segni che rimandano a qualcosa di più grande e che richiedono un lavoro di interpretazione.
In un mio saggio dedicato agli ex voto dei disastri naturali scrivevo che perfino un’assenza può diventare una fonte storico-antropologica. Oggi mi rendo conto che dietro quella intuizione c’era, ancora una volta, una lezione appresa da Ginzburg. Infatti, una traccia non coincide mai con il fenomeno che l’ha prodotta, perché non è una prova definitiva, ma resta un segnale parziale, ambiguo, talvolta contraddittorio. Eppure è proprio attraverso queste imperfezioni che diventa possibile avvicinarsi a esperienze umane altrimenti perdute.
Forse è anche per questo che Ginzburg continua a parlare a storici, antropologi, archeologi, giornalisti e ricercatori di discipline molto diverse. Perché il suo insegnamento è, da un lato, sul passato, ma dall’altro riguarda un atteggiamento intellettuale. L’idea che la realtà sia sempre più complessa delle categorie con cui tentiamo di descriverla e che ogni documento contenga lacune, silenzi e distorsioni è basilare per un lavoro di ricerca consapevole e maturo. Oggi sappiamo che la ricerca non deve eliminare questa complessità, ma, al contrario, deve imparare a lavorare dentro di essa, seguendo pazientemente le tracce che il mondo lascia dietro di sé.
C’è infine un ultimo libro di Carlo Ginzburg che ha avuto un’importanza particolare nella mia formazione: Il giudice e lo storico, pubblicato nel 1991 a margine del processo Sofri. Lo lessi in anni in cui cercavo di costruirmi una coscienza civile e politica, di orientarmi tra le contrapposizioni ideologiche che attraversavano (e forse continuano ad attraversare) il dibattito pubblico italiano. Non trovai un manifesto politico, né una difesa di parte, bensì qualcosa di molto più utile: una riflessione sul rapporto tra verità, prova e responsabilità.
Ginzburg osservava che il lavoro dello storico e quello del giudice presentano alcune somiglianze, nel senso che entrambi ricostruiscono eventi passati a partire da testimonianze, documenti e indizi, infatti entrambi devono confrontarsi con fonti incomplete e talvolta contraddittorie, eppure le conseguenze dei loro errori non sono le stesse. Lo storico può correggere le proprie interpretazioni, rivedere le proprie conclusioni, perfino trarre insegnamento dai propri sbagli. La giustizia no. Un errore giudiziario, scriveva Ginzburg, non è mai fecondo. Anche quando viene riconosciuto e corretto, lascia dietro di sé una perdita irreparabile.
Era una lezione che andava ben oltre il caso Sofri, dal momento che era un invito a diffidare delle spiegazioni troppo semplici, delle verità definitive, delle ricostruzioni che pretendono di eliminare ogni dubbio. Ginzburg conosceva bene il valore degli indizi, ma sapeva anche che un indizio non è una prova e che il desiderio di trovare una spiegazione coerente può facilmente trasformarsi in una forma di autoinganno. Per questo guardava con sospetto tanto alle teorie del complotto quanto a quelle forme di “storiografia giudiziaria” che finiscono per confondere intenzioni, sospetti e fatti accertati.
Rileggendo oggi quelle pagine, colpisce la loro attualità, infatti viviamo in un’epoca in cui le opinioni si formano in tempo reale, i processi mediatici precedono spesso quelli giudiziari e la complessità viene percepita come un ostacolo anziché come una risorsa. In questo contesto, l’eredità più preziosa di Carlo Ginzburg potrebbe essere proprio la sua ostinata fedeltà al dubbio: non come scetticismo sterile, ma come disciplina intellettuale, quella che permette di seguire una traccia senza sapere dove condurrà, oppure di riconoscere ciò che non sappiamo o, ancora, di lasciare che i documenti, le testimonianze e gli indizi mettano in discussione le nostre convinzioni anziché confermarle.
Forse è questo il filo che unisce Menocchio, i benandanti, le streghe, gli archivi dell’Inquisizione, gli ex voto, le memorie dei disastri e le riflessioni sulla giustizia. Per tutta la vita Carlo Ginzburg ha cercato le voci che il potere, il tempo o l’oblio avevano tentato di cancellare, insegnandoci che la conoscenza è innanzitutto nella qualità delle domande che siamo disposti a porre, non dalla sicurezza delle risposte.
Se ripenso oggi a Carlo Ginzburg, mi torna alla mente l’immagine di quel laureando che, molti anni fa, percorreva i sentieri di Punta Sant’Elia cercando di ricostruire la vita di persone dimenticate. Allora non sapevo ancora quanto quella ricerca dovesse a un uomo che, dall’altra parte d’Italia, aveva dedicato la propria esistenza a inseguire tracce simili. Probabilmente è questa la misura autentica dei grandi studiosi come Ginzburg: non soltanto i libri che lasciano, le teorie che elaborano o le scuole che contribuiscono a fondare, ma la capacità di modificare lo sguardo degli altri, cioè di insegnare a vedere ciò che prima appariva irrilevante, di mostrare che dietro una storia marginale, una credenza popolare, un documento dimenticato o una testimonianza apparentemente insignificante può nascondersi un intero universo umano.
A mio avviso, però, la sua eredità più duratura riguarda anche un’altra virtù, oggi sempre più rara, ossia la disponibilità a convivere con l’incertezza. Ginzburg non cercò mai scorciatoie interpretative né spiegazioni capaci di chiudere definitivamente le questioni aperte, anzi, insegnò che la conoscenza procede attraverso ipotesi, verifiche, correzioni e ripensamenti. In un tempo che premia le certezze immediate e le risposte istantanee, ritengo che questa fedeltà al dubbio rappresenti una lezione tanto semplice quanto preziosa.
Per chi fa il mestiere dell’antropologo, dello storico o semplicemente del curioso, è un’eredità preziosa. Carlo Ginzburg ci lascia i suoi libri, ma soprattutto ci lascia un modo di guardare il mondo: con attenzione, con pazienza, con rigore e con la consapevolezza che, molto spesso, le verità più importanti si nascondono ai margini.






