La solidarietà a Sigfrido Ranucci e la lezione che arriva dalla redazione di Report
Quando la politica non riesce a piegare il tuo generale, la soluzione è semplice: lo demansioni, gli affibbi incarichi da educande così risibili che fanno quasi ridere, e il gioco è fatto. Non serve nemmeno un vero motivo, basta la ripicca: non si è allineato, non ha abbassato la testa, e soprattutto — sorpresa delle sorprese — c’è un amico o un’amica di qualche potente da sistemare proprio in quella poltrona. Chi l’avrebbe mai detto.
E allora, cari colleghi d’armi, cosa si fa? Si applaude educatamente e si torna al proprio posto a fingere che vada tutto bene? No. Si segue il generale nell’esilio, a testa alta, dimostrando quello che questi signori della malapolitica non capiranno mai: che la dignità non è in vendita e non si allinea per convenienza.
Ovviamente c’è sempre la speranzella, quella ingenua ma testarda: che alle prossime elezioni gli elettori mandino a casa questi fenomeni che di “interesse pubblico” non sanno più nemmeno il significato, troppo occupati a curare il proprio orticello. E magari, chissà, il generale tornerà al posto che gli spetta per merito e competenza — concetti che qui sembrano ormai fuori moda — e con lui tornerà anche il suo esercito.
Questo ho pensato leggendo della redazione di Report, o buona parte di essa, che si è dimessa in blocco per solidarietà con Ranucci. Una lezione di lealtà e dignità che a certi palazzi, evidentemente, non arriverà mai.







