La Freedom Flotilla a Piano di Sorrento. Don Rito Maresca: “Non si resta spettatori quando si parla di coscienza”
Piano di Sorrento – Il passaggio nel Golfo di Napoli della barca “Ghassan Kanafani” e l’accoglienza dell’equipaggio della Freedom Flotilla sulla spiaggia di Piano di Sorrento hanno acceso in questi giorni un acceso dibattito pubblico, tra messaggi di solidarietà, critiche e prese di posizione anche dure sui social. In questo contesto si inserisce il lungo intervento di don Rito Maresca, amministratore parrocchiale della Parrocchia S. Maria di Galatea a Piano di Sorrento, che ha scelto di affidare a un post pubblico una riflessione che intreccia Vangelo, attualità e coscienza civile:
«La barca puzzava.
Ho letto i commenti di chi in questi giorni ha visto la Ghassan Kanafani ormeggiata nel porto di Piano di Sorrento: “zecche rosse”, “ma andate a lavorare”, “un’impresa fallita in partenza”.
Permettetemi un pensiero — specie a chi di voi si dichiara cristiano.
Quando Gesù salì sulla barca di Pietro, quella mattina sul lago di Gennèsaret (Lc 5,1-3), salì su un’impresa fallita. Pietro e i suoi avevano faticato tutta la notte. Risultato: zero. Reti vuote. Pescatori stanchi, che puzzavano di pesce e di notte insonne.
Non erano i tipi dei primi posti in sinagoga. Non erano “gente per bene” nel senso che intendevano i religiosi di Cafarnao. Erano rozzi, irregolari, ai margini. Gente che qualcuno allora avrebbe definito — con il lessico di oggi — inutili o falliti.
Eppure Gesù salì su quella barca. E da lì iniziò a predicare.
La Ghassan Kanafani porta il nome di un poeta e intellettuale palestinese ucciso nel 1972 perché dava voce al suo popolo.
In ottobre faceva parte della Freedom Flotilla diretta a Gaza. La marina israeliana ha abbordato e fermato tutte le navi in acque internazionali. Tutte tranne una: la Kanafani, rimasta bloccata in Grecia per un’avaria.
Un guasto. Una sconfitta. Un’inutilità — direbbero i commentatori.
Eppure è l’unica che naviga ancora. È lei che in questi giorni ha fatto tappa qui da noi, nel Golfo, nel progetto “100 porti, 100 città.” Ed è su questa barca che ho accettato di cuore di imbarcarmi per la traversata fino a Napoli.
La barca rotta che sopravvive. I pescatori a mani vuote che incontrano Gesù la mattina dopo.
La storia si assomiglia più di quanto sembri. E soprattutto: da quella storia inizia il Vangelo.
Qualcuno mi chiederà: ma cosa c’entra un prete con tutto questo?
Rispondo con una fonte che conosco bene — il Codice di Diritto Canonico, can. 287.
Il paragrafo che tutti citano vieta ai preti l’attività di partito. Giusto, e sono d’accordo. Ma il paragrafo prima — quello che nessuno legge mai — dice che i chierici devono favorire “in sommo grado il mantenimento della pace e della concordia fondate sulla giustizia.”
In sommo grado. Non quando fa comodo. Non quando non disturba nessuno.
C’è una differenza tra impegno politico e militanza partitica. I preti non devono avere tessere. Ma devono avere una coscienza. E il coraggio di usarla.
Lo ha scritto il Cardinale Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme — uno che quella terra la vive, non la commenta da lontano — il 27 aprile scorso:
“Non possiamo stilare una graduatoria della sofferenza. Ma esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità.”
La barca si era rotta. Sembrava fuori gioco.
È l’unica che naviga ancora.
Ho accettato di imbarcarmi con loro. Di cuore. E lo rifarei.
E tu, su quale barca saliresti?».
Il post di don Rito, nel suo sviluppo volutamente narrativo e provocatorio, supera i confini della semplice cronaca legata all’attracco di un’imbarcazione nel porto di Piano di Sorrento e si trasforma in una riflessione più ampia sul ruolo della Chiesa, sulla coscienza individuale e sul rapporto tra fede e impegno civile.
Il richiamo al Vangelo di Luca diventa la chiave interpretativa attraverso cui il sacerdote rilegge le polemiche social e il significato simbolico della nave “Ghassan Kanafani”, inserendola in una narrazione che intreccia fallimento e rinascita, marginalità e centralità, fragilità e testimonianza.
Un intervento che inevitabilmente si presta a letture differenti e che si inserisce in un dibattito più ampio, dove la dimensione religiosa incontra quella politica e sociale. Da un lato la scelta di utilizzare un linguaggio fortemente evocativo e biblico; dall’altro la volontà di prendere posizione su temi complessi e divisivi, che toccano sensibilità diverse all’interno della comunità.
Resta il dato di fondo: l’episodio della nave e il successivo post hanno acceso un confronto che va oltre il fatto locale, trasformandosi in una riflessione pubblica su giustizia, pace e responsabilità personale. Un confronto che, come spesso accade nei piccoli territori, parte da un porto e finisce per allargarsi ben oltre l’orizzonte del mare.
Iscriviti al gruppo Facebook di Posideo per non perdere nessun contenuto




