Intervista impossibile. Piazza Tasso, il cuore che ha cambiato posto: «Sono il frutto di una grande trasformazione»
Ci sono luoghi che si comprendono soltanto se si prova a immaginare ciò che non esiste più. Piazza Tasso è uno di questi. Chi arriva oggi a Sorrento vede il suo salotto principale: il monumento al poeta, i caffè, il continuo passaggio di persone, gli autobus, le carrozze, il via vai dei turisti. È difficile credere che, fino alla seconda metà dell’Ottocento, qui non esistesse alcuna piazza. Al suo posto si trovavano la Porta del Piano – l’antico ingresso orientale della città –, un castello, una fontana pubblica e soprattutto un ponte che scavalcava il Vallone dei Mulini. Sotto l’attuale pavimentazione, letteralmente, riposano le macerie della Sorrento medievale.
Mi fermo accanto alla statua di Torquato Tasso. Attorno a me il traffico procede incessante, qualcuno consulta una cartina, altri aspettano amici o un autobus. Mi sembra il luogo meno adatto per ascoltare una voce. E forse proprio per questo, quando finalmente parla, resto in silenzio.
Lei ha appena detto una cosa curiosa: «Sono il frutto di una grande trasformazione». Cosa intende?
Che la mia storia non comincia con una fondazione, ma con una trasformazione. La maggior parte delle piazze nasce lentamente, accompagnando la crescita di una città. Io, invece, sono comparsa all’improvviso, nella seconda metà dell’Ottocento, quando si decise di abbattere una parte della Sorrento antica e di colmare il Vallone dei Mulini. Il ponte divenne una piazza, la porta scomparve, il castello fu demolito e tonnellate di pietre finirono laggiù, dove oggi cresce una vegetazione quasi tropicale. Per questo porto dentro di me una duplice memoria: quella di ciò che sono diventata e quella di ciò che, per esistere, è stato necessario sacrificare.
Prima di lei, dunque, qui si entrava in città.
Esattamente. Questo era il limite della Sorrento medievale. Chi arrivava dalla Piana attraversava il ponte, superava la Porta del Piano – che molti chiamavano anche Porta di Sant’Antonino o Porta di Stabia – ed entrava finalmente nella città murata. Era una soglia, non uno spazio di sosta. Oggi le persone si danno appuntamento qui; allora ci si fermava per controllare chi entrava e chi usciva, per osservare il Vallone, per salutare chi partiva. Cambiano le architetture, ma certi luoghi continuano a svolgere la stessa funzione: mettere in relazione il dentro e il fuori.
Eppure i sorrentini più anziani continuano a chiamarla Mmiez’ Port’.
È uno dei gesti d’amore più belli che abbia ricevuto. Quel nome significa “in mezzo alla Porta” e ricorda un edificio che non esiste più da oltre centottant’anni. Pensateci: mi avete dedicata a Torquato Tasso, avete cambiato completamente il paesaggio, ma la memoria popolare ha continuato ostinatamente a conservare il nome antico. Ogni volta che qualcuno dice Mmiez’ Port’, restituisce per un istante vita alla città scomparsa. Le pietre possono essere abbattute; i nomi, qualche volta, resistono molto più a lungo.
Lei ha cambiato profondamente anche il destino di Sorrento.
Credo di sì. La mia costruzione non modificò soltanto un luogo: cambiò il modo stesso in cui la città avrebbe continuato a crescere. Colmando il Vallone, il centro storico smise di essere separato naturalmente dalla piana circostante. La città uscì dalle antiche mura e cominciò a espandersi verso l’interno. Più tardi sarebbero arrivati nuovi quartieri, nuove strade, via degli Aranci, il turismo di massa, il traffico, gli alberghi. Ogni trasformazione urbanistica produce conseguenze che vanno molto oltre il cantiere che l’ha generata. Gli uomini spesso progettano un’opera; il tempo, invece, ne costruisce gli effetti.
È orgogliosa di essere diventata il cuore della città?
Lo sono, certo. Ogni giorno accolgo migliaia di incontri, qui passano le processioni religiose e le manifestazioni civili, le vittorie sportive e le proteste, gli studenti, gli sposi appena usciti da chiese e municipio, gli anziani che si siedono sulle panchine, i bambini che si rincorrono, i turisti che arrivano per la prima volta a Sorrento. Una piazza non sceglie chi ospitare: semplicemente accoglie la vita della comunità. Ma insieme all’orgoglio porto anche una lieve malinconia, infatti so bene che il mio presente è stato costruito sopra un passato che oggi pochi riescono ancora a immaginare.
Ogni giorno vede passare quasi tutta Sorrento.
È vero, e questo privilegio mi permette di osservare una città diversa a ogni ora. La mattina appartengo ai sorrentini che vanno al lavoro, ai ragazzi diretti a scuola, ai commercianti che alzano le saracinesche. Poi arrivano i visitatori da ogni parte del mondo e divento una piazza internazionale, attraversata da lingue, volti e curiosità differenti. La sera, lentamente, torno a essere un luogo della comunità. È una trasformazione quotidiana che mi affascina da quasi due secoli. Ogni città possiede uno spazio in cui riesce a guardarsi allo specchio. Per Sorrento, quello spazio sono diventata io.
Qualcuno sostiene che il turismo abbia finito per cambiarla troppo.
Il turismo cambia inevitabilmente i luoghi, proprio come ogni epoca lascia la propria impronta. Non è questo che mi preoccupa, quanto, piuttosto, la dimenticanza. Se divento soltanto un punto dove scattare una fotografia o aspettare un autobus, smetto di raccontare la mia storia. Le città hanno bisogno di essere vissute, ma anche comprese, altrimenti finiscono per consumare la propria memoria più velocemente delle proprie pietre.
Se potesse chiedere una sola cosa ai sorrentini, quale sarebbe?
Chiederei loro di fermarsi ogni tanto sul parapetto del Vallone dei Mulini e di guardare laggiù, verso le felci e i ruderi, dove capirebbero che io non finisco dove termina la mia pavimentazione. Le mie fondamenta continuano molto più in basso, tra le rocce, dentro un paesaggio che esisteva molto prima di me. E forse comprenderebbero anche un’altra cosa: una città non perde davvero il proprio passato quando demolisce un edificio. Lo perde quando smette di ricordare perché quell’edificio esisteva.
Saluto e mi volto ancora una volta verso la piazza, mentre continuano a passare auto e biciclette, residenti e viaggiatori. Tutto sembra muoversi con la naturalezza di un luogo che è sempre esistito, eppure so che, sotto quel continuo fluire di passi, riposa ancora l’antica soglia di Sorrento. Forse le città non cancellano mai del tutto ciò che sono state: lo custodiscono in silenzio, aspettando soltanto che qualcuno torni a fare le domande giuste.





