Intervista impossibile. Marina di Puolo, il paese dei due mondi: «Il mare e la terra non hanno mai litigato»
C’è un punto preciso in cui il rumore delle onde si mescola a quello dell’acqua dolce. È la foce dello Spartimento. Mentre il torrente raggiunge il mare, divide i comuni di Sorrento e Massa Lubrense senza riuscire a separare un solo abitante. È lì che decido di fermarmi. La spiaggia è quasi deserta, qualche gozzo ondeggia dolcemente davanti all’arenile e i pescatori sistemano le reti con gesti lenti, ripetuti migliaia di volte. Eppure, osservando questo piccolo borgo, viene spontaneo pensare che certi confini servano soprattutto a ricordare quanto gli uomini abbiano sempre vissuto insieme.
Mi siedo su una panchina e davanti ho il Vesuvio che domina il golfo, mentre alle spalle si alzano le colline coltivate a ulivi e agrumi. È difficile immaginare un luogo che racconti meglio l’incontro tra il mare e la campagna, così cominciamo a dialogare.
Lei appartiene a Sorrento o a Massa Lubrense?
È una domanda che gli uomini si pongono da secoli, mentre io non me la sono mai posta. Il rivo Spartimento divide due amministrazioni, non due comunità. Da una parte e dall’altra hanno sempre vissuto persone che si conoscevano, si sposavano, lavoravano insieme. I pescatori uscivano in mare indipendentemente dal Comune di residenza e i contadini coltivavano le colline senza domandarsi dove terminasse una giurisdizione e ne iniziasse un’altra. I confini sono utili quando aiutano a governare un territorio; diventano inutili quando fanno dimenticare ciò che unisce. Io sono nata proprio per questo: per dimostrare che il mare non separa le persone, ma le mette continuamente in relazione.
Anche il suo nome racconta una storia molto antica.
Sì, perché molto prima dei pescatori e dei bagnanti arrivò qui un uomo chiamato Pollio Felice. Era un aristocratico romano, raffinato e colto, che scelse questa baia per costruire una delle sue dimore più amate. Ancora oggi, tra gli scogli e lungo la costa, sopravvivono i resti di quella villa, anche se molti passano accanto a quelle pietre senza riconoscerle. Eppure, questo luogo era già celebre nel I secolo dopo Cristo. Qui sorgevano templi, si celebravano giochi in onore di Ercole, arrivavano poeti come Stazio, che dedicò proprio a Pollio una parte delle sue Silvae. Ogni epoca ha cercato qualcosa in questa baia: i Romani la bellezza, i pescatori il sostentamento, i viaggiatori la quiete. Forse il paesaggio continua a offrire sempre la stessa promessa, cambiando soltanto il modo in cui gli uomini la interpretano.
Per molti secoli lei è stata il luogo in cui si incontravano due mondi: quello dei pescatori e quello dei contadini.
Era un equilibrio naturale, tanto semplice da sembrare invisibile. Gli uomini partivano di notte con i loro gozzi e rientravano all’alba; le donne prendevano il pesce appena sbarcato, lo disponevano nelle cassette, le sistemavano sul tortano poggiato sul capo e si incamminavano verso Sorrento, Sant’Agata, Priora, Vigliano, le campagne di Massa Lubrense. Ricordo ancora i loro passi lungo le mulattiere, il ritmo con cui affrontavano le salite, la dignità con cui trasformavano la fatica in lavoro. Tornavano con verdure, uova, frutta, olio, qualche volta perfino con un formaggio o un cesto di fichi. Nessuno parlava di economia circolare o di filiera corta. Si viveva semplicemente così. Il mare nutriva la collina e la collina restituiva i suoi frutti al mare. Prima ancora delle merci, viaggiavano la fiducia, la conoscenza reciproca, le relazioni quotidiane. È in quei percorsi che una comunità imparava a riconoscersi.
Oggi, invece, molti arrivano qui soprattutto per la spiaggia.
Ed è giusto che il mare continui a essere vissuto. Non ho mai pensato che un luogo debba restare immobile per essere autentico. Mi fa piacere vedere famiglie, bambini, giovani che imparano ad amare quest’acqua. Vorrei soltanto che ogni tanto alzassero lo sguardo oltre la battigia. Dietro questa spiaggia esiste un borgo, una chiesa costruita dai suoi abitanti, sentieri che salgono verso le colline, ruderi romani, racconti di pescatori e di contadini. Una spiaggia è fatta di sabbia e di mare, mentre invece un borgo è fatto soprattutto di memoria. Se ci si ferma soltanto all’arenile, si conosce appena la superficie delle cose.
Lei, però, ha conosciuto anche trasformazioni dolorose.
Sì. Molti visitatori osservano la grande parete rocciosa sul versante di Massa Lubrense senza immaginare che quella non è soltanto una falesia naturale. È anche una ferita. Per decenni una cava ha estratto il calcare fino a cancellare completamente quello che un tempo era chiamato Capo Croce. Insieme alla montagna scomparvero anche importanti testimonianze archeologiche, tra cui un antico tempio dedicato a Giunone. I paesaggi cambiano continuamente, ma esistono cambiamenti che arricchiscono un luogo e altri che lo impoveriscono per sempre. Ogni volta che guardo quella parete penso a ciò che non può più essere restituito. La memoria serve anche a questo: a ricordare ciò che non vediamo più.
Che cosa resta oggi della comunità dei pescatori?
Resta molto più di quanto qualcuno immagini. È vero, le barche sono diminuite, i mestieri sono cambiati, il turismo ha modificato l’economia del borgo, ma finché ci sarà qualcuno che uscirà in mare prima dell’alba, finché una rete verrà riparata seduti davanti alla porta di casa, finché un bambino distinguerà una triglia da una costardella o un polpo da una seppia, io continuerò a riconoscermi. Le tradizioni non sopravvivono perché tutto rimane identico, ma quando una comunità riesce a trasmetterne il significato, anche adattandole al proprio tempo.
Ogni anno, quando arriva settembre, il suo volto cambia. La festa della Madonna Addolorata sembra segnare qualcosa che va oltre una semplice ricorrenza religiosa.
È vero. Chi non conosce questo borgo pensa che sia soltanto la festa patronale, ma per noi è molto di più: è il giorno in cui l’estate comincia lentamente a congedarsi. Per mesi la spiaggia è piena di voci, di ombrelloni, di partenze e di ritorni. Poi, quasi senza accorgersene, arriva settembre e la comunità torna a guardarsi negli occhi. La processione percorre le stradine del borgo, raggiunge il mare, sale sulle barche, attraversa quella stessa baia che per secoli ha dato da vivere ai pescatori. In quel momento non si celebra soltanto la Madonna Addolorata, ma si rinnova un patto antico tra gli uomini, il mare e la memoria. Per me, quel rito segna la fine dell’estate, anzi è il momento in cui una nuova stagione può finalmente cominciare.
Che cosa direbbe a chi arriva qui per la prima volta?
Direi di non avere fretta. Cammini fino al rivo Spartimento, osservi il punto in cui l’acqua dolce incontra quella salata, percorra la stradina del borgo, si fermi davanti alle case dei pescatori, immagini le donne che salivano verso le colline con il pesce sul capo e tornavano con i prodotti della terra. Solo allora si sieda sulla spiaggia e guardi il Vesuvio. Capirà che questo non è semplicemente un luogo dove fare il bagno. È uno dei punti della Penisola Sorrentina in cui il mare e la terra hanno imparato, da secoli, a vivere come una sola casa.
Quando lascio Puolo, il sole è ormai alto e la spiaggia comincia a riempirsi. Attraverso il piccolo ponte sul rivo Spartimento e mi fermo un istante. L’acqua continua a scorrere verso il mare senza sapere di dividere due Comuni. Forse è proprio questa la lezione più preziosa che questo borgo continua a offrire: i confini possono essere tracciati sulle carte, ma le comunità nascono sempre dagli incontri.




