Intervista impossibile. Le Sirene dei Li Galli, il canto dell’orizzonte: «Non promettevamo il piacere, ma conoscenza»
Le osservo da un tornante della Strada Amalfitana, nelle prime luci del mattino. Sembrano così vicine che verrebbe voglia di raggiungerle a nuoto. Tre isolotti che emergono dal mare, allineati come se qualcuno li avesse disposti con cura all’ingresso meridionale della Penisola Sorrentina. Eppure so che quelle rocce, apparentemente immobili, hanno attraversato più storie di qualunque città: per i Greci erano le Sirenuse, la dimora delle Sirene cantate da Omero, e per secoli hanno guidato e impaurito i naviganti, fin quando arrivarono i pescatori della tonnara, gli archeologi, gli artisti, i ballerini, gli uomini in cerca di silenzio.
Quando finalmente il sole si affaccia dalle montagne ad est, il mare si increspa appena, e a me sembra di sentire tre voci diverse fondersi in una sola.
Posso chiamarvi Sirene, oppure preferite Li Galli?
Chiamaci come preferisci, tanto i nomi cambiano, ma raramente riescono a contenere davvero un luogo. Per Omero eravamo le Sirenuse; altri ci hanno chiamato Li Galli, forse per gli uccelli che abitavano queste rocce, forse per antiche trasformazioni linguistiche ormai perdute. Ogni epoca ci ha consegnato un nome diverso, e ciascun nome ha aggiunto un significato. Noi li accogliamo tutti, perché un paesaggio vive anche attraverso le parole con cui viene pronunciato.
Tutti immaginano le Sirene come splendide donne con la coda di pesce.
Questa è un’invenzione molto più tarda rispetto alla nostra epoca, infatti i Greci non ci raffiguravano così. Avevamo il corpo di uccello e il volto di donna, perché appartenevamo al cielo quanto al mare, perché eravamo creature del confine. Solo molti secoli dopo l’immaginazione medievale ci trasformò nelle figure acquatiche che oggi popolano libri e film. Ma il nostro vero potere non è mai stato l’aspetto, bensì la voce.
Una voce capace di far perdere la rotta ai marinai.
È ciò che raccontano tutti, ma quasi nessuno legge davvero Omero. Noi non promettevamo il piacere, ma la conoscenza. Dicevamo a Ulisse che gli avremmo rivelato tutto ciò che era accaduto sulla terra, tutto ciò che gli uomini ignoravano, tutto ciò che ancora desideravano sapere. Il nostro canto non seduceva il corpo: seduceva la curiosità. Era il desiderio umano di conoscere senza limiti, per questo Ulisse volle ascoltarci. Non perché fosse innamorato di noi, ma perché nessun uomo resiste alla tentazione di sapere ciò che gli è nascosto.
Perché proprio qui?
Perché questo non è soltanto un mare, ma è una specie di varco: chi navigava tra il Golfo di Napoli, Capri e la Costiera Amalfitana doveva inevitabilmente attraversare queste acque. Qui si decideva una rotta, si affrontava il largo, si tornava a casa. Ogni passaggio importante della vita ha bisogno di un luogo simbolico, e noi siamo diventate quel luogo. Per questo gli antichi costruirono persino un santuario dedicato alle Sirene: non adoravano dei mostri, ma semplicemente riconoscevano la forza del desiderio che ogni viaggio porta con sé.
Si, ma dopo il mito arrivò la storia.
Certo, la storia arriva sempre, e non cancella mai completamente il mito: gli costruisce sopra nuovi significati. Per secoli queste acque furono percorse dai pescatori della tonnara di Punta Sant’Elia. Conoscevano ogni corrente, ogni stagione, ogni migrazione dei tonni. Le loro reti disegnavano sul mare una geografia invisibile che richiedeva esperienza, pazienza e rispetto. Anche quella era una forma di conoscenza. Forse non molto diversa dalla nostra.
E, successivamente, sono arrivati gli artisti.
Beh, cambiano gli uomini, ma non ciò che vengono a cercare. Negli anni Venti del Novecento il coreografo Léonide Massine vide in queste isole un teatro naturale. Fece restaurare la torre antica, immaginò giardini, trasformò queste rocce in un luogo dove arte e paesaggio potessero dialogare. Più tardi arrivò Rudolf Nureyev, che aveva attraversato i più grandi palcoscenici del mondo, eppure cercava ancora un luogo nel quale il silenzio fosse più eloquente degli applausi. Qui trovò una casa sospesa tra Oriente e Occidente, tra disciplina e libertà, tra solitudine e bellezza. Nessuno di loro venne per possederci davvero. Vennero perché ogni essere umano, prima o poi, ha bisogno di un’isola sulla quale riconoscersi.
Tra le figure più singolari della vostra storia c’è Antonino Iaccarino, il guardiano solitario.
Antonino ci conobbe in un modo che pochi altri hanno conosciuto. Non venne per la gloria, per la ricchezza o per l’arte. Venne per custodire. Per lunghi anni abitò queste rocce quasi come un eremita del mare, occupandosi del faro, degli animali, della terra, della pesca, delle piccole necessità quotidiane. Viveva con poco, parlava poco, osservava moltissimo. Gli uomini moderni chiamerebbero quella vita isolamento; lui forse l’avrebbe chiamata semplicemente esistenza. Era capace di riconoscere il vento prima che cambiasse, il mare prima che si alzasse, la stagione prima che arrivasse. In un luogo come questo, il vero guardiano non è chi controlla un confine, ma chi impara a convivere con la solitudine senza trasformarla in tristezza.
Oggi siete spesso associate all’esclusività, alla proprietà privata, al lusso. Vi pesa questa immagine?
Ogni epoca proietta sui luoghi i propri desideri. Un tempo ci avete immaginate come dimora delle Sirene, poi come rifugio di pirati, poi come spazio di lavoro, poi come residenza di artisti, poi come luogo esclusivo. Non ci sorprende, mentre invece ciò che ci preoccupa non è essere desiderate, perché ogni isola lo è. Ci preoccupa quando il desiderio diventa consumo e smette di riconoscere la profondità del luogo. Noi non siamo soltanto uno scenario per pochi, ma siamo una stratificazione di racconti, lavoro, arte, mare, silenzio, mito e memoria. Chi ci guarda soltanto come un bene da possedere perde la parte più importante del nostro canto.
Oggi, invece, cosa vedete?
Vediamo un mare attraversato più velocemente di quanto venga osservato: imbarcazioni che arrivano, fotografano e ripartono. Persone che conoscono il nostro profilo, ma ignorano la nostra storia. Eppure continuiamo ad avere fiducia negli uomini, perché basta una sola persona che rallenti, che si domandi perché proprio qui Omero abbia collocato il nostro canto, e il mare torna a raccontare ciò che sembrava dimenticato.
Vi sentite protette?
Lo siamo più di un tempo, e ne siamo grate. Queste acque fanno parte dell’Area Marina Protetta di Punta Campanella, nata per custodire un patrimonio biologico straordinario, fatto di praterie di Posidonia, fondali ricchi di vita e rotte antiche che ancora oggi continuano a intrecciarsi. La tutela, però, deve essere più di una legge e diventare soprattutto uno sguardo. Un luogo è davvero protetto quando chi lo attraversa comprende che la sua bellezza non gli appartiene.
Esistono ancora le Sirene?
Più di quanto immaginiate. Semplicemente, non cantano più nello stesso modo. Oggi il loro canto è il vento che cambia direzione, la luce che scivola sulle rocce al tramonto, il rumore dell’acqua nelle piccole insenature, il ricordo di una tonnara, il passo di un danzatore su una terrazza, la solitudine di un guardiano, lo sguardo di chi dalla costa continua a domandarsi che cosa vi sia davvero laggiù. Le Sirene esistono ogni volta che un luogo riesce a chiamare gli uomini oltre la pura utilità. Non li spingono più a naufragare, ma li invitano, forse, a interrogarsi, a riconoscere dentro di sé quel richiamo sottile che non promette risposte facili, ma apre spazi di senso, come accade quando ci si lascia attraversare da un paesaggio che diventa esperienza interiore.
Se poteste lasciare un messaggio agli uomini del nostro tempo, quale sarebbe?
Continuate a desiderare, ma scegliete con cura ciò che desiderate. Noi abbiamo sempre cantato la conoscenza, non il possesso. Oggi il mondo vi spinge ad accumulare immagini, esperienze, destinazioni, eppure noi vi suggeriamo il contrario: fermatevi abbastanza a lungo da lasciare che sia un luogo a trasformare voi. È questa la differenza tra visitare e incontrare.
Il sole ormai è alto. Le tre isole sembrano nuovamente immobili, silenziose, lontane. Per un istante mi convinco di aver immaginato ogni cosa. Poi il vento cambia direzione e attraversa il mare con una leggerezza antica. Capisco allora che il canto delle Sirene non è mai scomparso, ma ha cambiato lingua. Oggi non chiede più ai naviganti di perdere la rotta: invita ciascuno di noi a ritrovare quella interiore.






Un articolo decisamente originale, frutto e testimonianza di una conoscenza appassionata di storia locale e di amore della propria terra .Mi piace sottolineare che sono stato sull’ …isola….( cosi’ la chiamava Leonide Massine ) per brevi periodi, quando lui era ancora in vita e il guardiano, per piu’ di 10 anni e’ stato mio zio Antonino Schisano , di S.Agata, per tutti ” O’ Capitano ” che Massine chiamava sempre per nome soltanto , intrattenendo con lui lunghe e periodiche lettere che gli inviava dai suoi soggiorni esteri .
Al mito delle Sirene, personalmente attribuisco altra e forse piu’ antica connotazione derivante dai racconti e dalle raccomandazioni che i coloni e navigatori greci riservano a tutti i naviganti che si avventuravano sulle coste italiche , mettendoli on guardia dal non lasciarsi irretire dalle donne del luogo che, con malia e persuasione dopo i primi incontri prendevano un controllo totale sulla personalita’ dei marinai , privandoli in sostanza di ogni loro libera determinazione ed indipendenza .In sostanza li scarnificavano riducendoli a loro strumento e condizionandone ogni loro scelta individuale .Da qui la stereotipatica rappresentazione di ” ossa imbiancate lasciate sulle rocce ” cosi’ presente nella iconografia delle sirene .Il messaggio che gli accorti antichi navigatori si preoccupavano di indicare a coloro che solcavano quei mari era proprio questo : evitate di restare imbrigliati e prede delle abitatrici di quelle coste perche’ , con il tempo, vi toglieranno ogni anelito di libera determinazione ed autonomia …….Espressione e testimonianza di arcaico matriarcato , tuutora imperante, con sfumatira e modalita’ ben diverse. Questa e’ l’attualita’ delle. SIRENE …..