Il Racconto del Lunedì del Professor Ciro Ferrigno: «Dentro e fuori le mura»
Narra il Mito: “Liparo era figlio del re Ausone (a sua volta figlio di Ulisse), sovrano di un regno italico, mentre non è noto il nome della madre. Costretto dai fratelli a lasciare il regno del padre, Liparo raggiunse insieme a un gruppo di guerrieri le isole Eolie. Sulla maggiore delle isole, che da lui prese il nome di Lipari, fondò una fiorente colonia, mentre le altre isole vennero usate per l’agricoltura.
Un giorno arrivò a Lipari, insieme a un gruppo di seguaci, Eolo, che fece amicizia con Liparo al punto che essi si fecero uno scambio vantaggioso per entrambi: Liparo cedette a Eolo il dominio sull’isola, insieme alla mano della figlia Ciane e in cambio Eolo si prodigò per permettere a Liparo di tornare nel continente (di cui aveva nostalgia), impadronendosi di una zona vicina a Sorrento. Qui Liparo divenne re di una popolazione locale e alla sua morte venne celebrato come un eroe”.
Quando il mitico fondatore della Sorrento greca, Liparo, costruì la città, perché fosse la sede della sua corte, molto probabilmente invitò o costrinse gli abitanti dei dintorni a trasferirsi all’interno delle mura. Sappiamo che la parte alta di Piano era abitata fin dalla preistoria da popolazioni venute dall’Oriente, le quali, nel cammino dei secoli erano entrate in contatto con altre civiltà, molto spesso subendone il dominio o avendo con esse dei semplici rapporti commerciali. Le tombe venute alla luce negli ultimi secoli, in vari punti del territorio carottese, mostrano arredi formati da ceramiche di produzione locale, semplici ma originali, fino ai buccheri di produzione etrusca e greca. Anche le armi venute alla luce, vanno dalle cuspidi di frecce litiche della preistoria a lance e pugnali in bronzo e ferro.
Certamente gli eredi di quei primi abitanti di Sorrento avranno avuto onorificenze e titoli per distinguerli dai nuovi venuti, poi altri onori avrebbero gratificato uomini e quindi famiglie in seguito a gesta eroiche, sui campi di battaglia. Accanto ai primi sorrentini ci furono tanti che proprio dentro le mura trovavano un lavoro e un angolo dove vivere, presso le famiglie facoltose, bisognose di servitù. La nobiltà è stata, da sempre la ragione di vita, l’ossessione degli antichi sorrentini, i quali finirono per creare una struttura oligarchica di famiglie egemoni, in ogni tempo affiancata dalla casta religiosa fino ai tempi del clero cattolico e alla figura dell’Arcivescovo. Il sommo prelato dell’Arcidiocesi di Sorrento è stato sempre legato anima e corpo alla nobiltà cittadina.
Le genti che hanno popolato la penisola sorrentina, fin dalla notte dei tempi, diventano cittadini di un abitato chiuso come un riccio nelle sue mura, che subirà, nel corso dei secoli, attacchi dal mare, ancora una volta da popolazioni orientali, come i mori, i mauri e i turchi. Fuori le mura, l’ampia terrazza tufacea, rimasta quasi spopolata dopo la fondazione di Sorrento, poco alla volta comincia a ripopolarsi, attirando persone dedite alla coltivazione di una terra fertile, alla pastorizia e allo sfruttamento delle cave di tufo, materiale usato per le costruzioni. Nuovi abitati sorgono presso i luoghi di culto, antichi templi pagani che diventano estaurite, con l’innalzamento della Croce. Ciò avviene a Piano, con San Michele, a Meta con il Salvatore, a Santa Maria a Cerignano, a Galatea. I centri abitati si estendono su territori in gran parte di proprietà della nobiltà sorrentina e degli ordini monastici,accanto a masserie e torri di antica costruzione. I rapporti tra la città e la piana sono da subito complicati e difficili e tale sarebbero rimasti, possiamo affermare, fino ai giorni nostri. La verità è che nella piana vengono a formarsi borgate popolate da famiglie ricche per i commerci, alle quali, talvolta, viene riconosciuta una nobiltà di origine mercantile che si scontra in maniera implacabile con l’antica e chiusa nobiltà cittadina. Antica gente di fuori, portata dentro le mura, va a scontrarsi con la nuova gente di fuori le mura.
L’acredine tra le due comunità, dentro e fuori mura, cresce nei secoli e si esprime in scaramucce e scontri armati, ricorsi al re e all’Arcivescovo, battaglie verbali e giuridiche in una sequenza che non conosce tregue, toccando l’acme proprio nel Settecento dove, a ben vedere, non c’è un solo giorno di pace, tra le due comunità. La fine del sec. XVIII porta una grande novità, l’inizio dei viaggi del Gran Tour, che assegnano a Sorrento un ruolo di primo piano per le sue bellezze e per la posizione che la vede vicina a Capri e poco discosta da Pompei ed Ercolano che, proprio in quegli anni iniziano a essere riportate alla luce. Sorrento diventa meta del Gran Tour e declama le composizioni poetiche del Tasso, la piana è l’immenso giardino di Armida pieno di fiori, frutta e profumi.
Con l’autonomia del Piano, riconosciuta già dal 1542 e diventata definitiva e completa nel 1808, quelli di dentro e fuori le mura trovano un sofferto equilibrio; Sorrento è un centro turistico di fama mondiale, il Piano segue la vocazione mercantile, nata con la cantieristica nelle sue marine e con il commercio degli agrumi nel Mediterraneo, nel Nord Europa e sulle rotte atlantiche, verso gli Stati Uniti d’America. Nonostante tutto, ancora oggi, di tanto in tanto, nei discorsi tornano quelle parole mai dimenticate, che riecheggiano l’antica realtà che fa la differenza: essere di dentro o di fuori le mura.
Ciro Ferrigno




