Intervista impossibile. Il Sedil Dominova, la casa delle parole: «Una città vive del modo in cui impara a discutere le proprie decisioni»
Via San Cesareo è già piena di persone. I negozi stanno aprendo, qualcuno trascina una valigia sul basolato, altri si fermano davanti alle vetrine. In mezzo a questo continuo passaggio, quasi senza farsi notare, c’è un edificio che osserva la città da oltre sette secoli. Molti alzano lo sguardo soltanto per fotografarne la cupola rivestita di riggiole gialle e verdi. Pochi si chiedono perché quella loggia sia aperta sulla strada, come se avesse sempre voluto rimanere parte della vita quotidiana anziché separarsene.
Mi fermo sotto gli archi. L’ombra è fresca, nonostante il caldo del mattino. Ho la sensazione che questo luogo abbia ascoltato così tante conversazioni da aver imparato, col tempo, il significato delle parole. È il Sedil Dominova a rompere il silenzio.
Tutti la definiscono un monumento. È così che si sente?
Beh, non del tutto, perché, per come li intendete oggi, i monumenti servono soprattutto a ricordare. Io, invece, sono nato per partecipare. Infatti, per secoli non ero da osservare, ma da vivere, siccome sotto questa loggia uomini appartenenti alle principali famiglie della città si sedevano, discutevano, litigavano, cercavano accordi, prendevano decisioni. Naturalmente non era una politica come la intendete oggi: il diritto di parola apparteneva a pochi, e molti ne restavano esclusi. Ma una cosa mi colpisce ancora: nessuno pensava che il governo di una città potesse svolgersi senza il confronto. La comunità si costruiva anzitutto parlando, e parlare significava esporsi allo sguardo degli altri.
Per questo motivo lei è aperto sulla strada?
Esattamente. Avrei potuto essere un palazzo chiuso, nascosto dietro un portone, come tante sedi del potere, invece sono una loggia. Chi attraversava queste strade sapeva dove si riunivano coloro che amministravano la città: le decisioni non erano segrete, anche quando erano impopolari; il luogo che le ospitava apparteneva visibilmente allo spazio urbano. Oggi si tende a separare il potere dalla vita quotidiana, quasi che governare richieda soprattutto distanza. Io sono nato per affermare l’idea opposta: una città deve poter riconoscere il luogo in cui discute di se stessa.
Eppure lei nacque da una divisione.
È una delle ironie della storia. Prima di me esisteva il Sedile di Porta, la più antica sede delle assemblee cittadine, ma, all’inizio del Trecento, i contrasti tra alcune famiglie nobili divennero così profondi da provocare una scissione. I Mastrogiudice, i Sersale, i Vulcano e altre casate decisero di lasciare il vecchio sedile e di costruirne uno nuovo. Così nacqui io. Il mio stesso nome, Domus Nova, significa “casa nuova”. Molti vedono in questa vicenda soltanto una rivalità aristocratica, ma io preferisco leggerla in un altro modo: le comunità non crescono perché evitano i conflitti, bensì quando riescono a trasformarli in nuove forme di convivenza. Perfino una separazione, qualche volta, può diventare l’inizio di una storia diversa.
Di che cosa si parlava sotto questa loggia?
Di tutto ciò che riguardava la città, come imposte, difesa, rapporti con il sovrano, manutenzione delle mura, commercio, questioni giuridiche… Ogni epoca portava problemi differenti, ma il principio rimaneva lo stesso: nessuna comunità può vivere senza interrogarsi continuamente su se stessa. Le decisioni prese qui sono quasi tutte scomparse, come è naturale che accada, ma invece le parole hanno lasciato un’impronta più profonda di quanto si creda. Ogni città è costruita anche dalle discussioni che ha saputo sostenere.
La sua cupola è una delle immagini più riconoscibili di Sorrento. Che rapporto ha con quella bellezza?
Mi piace che lei abbia usato la parola “rapporto”. Molti la considerano soltanto una decorazione, quando invece racconta un modo di intendere lo spazio pubblico. Le riggiole policrome che rivestono la cupola non servivano soltanto ad abbellire un edificio, ma dicevano qualcosa della città stessa. Una comunità che dedica attenzione alla bellezza del luogo in cui si riunisce afferma, implicitamente, che anche la vita civile merita cura. Non è un caso che, ancora oggi, tanti alzino gli occhi verso quella maiolica senza sapere nulla della mia storia. La bellezza continua a svolgere il suo compito: invita a fermarsi. Poi, se si è curiosi, arriva anche il desiderio di capire.
Oggi lei è l’unico sedile medievale sopravvissuto in Campania. Le pesa questa solitudine?
Non parlerei di solitudine, perché preferisco pensare alla responsabilità. Essere l’ultimo significa custodire una memoria che altrove è scomparsa. Ma non vorrei essere ricordato come un reperto eccezionale, anzi mi piacerebbe essere considerato una domanda. Che cosa rende davvero una città una comunità? Sono le mura? Le piazze? I monumenti? Oppure è la capacità di riconoscersi in luoghi dove le persone continuano a incontrarsi, discutere, aiutarsi? È questa la domanda che pongo a chi si ferma sotto i miei archi.
In fondo continua ancora oggi a essere un luogo di incontro.
Sì, ed è la cosa che mi rende più felice. Da molto tempo non ospito più il governo cittadino, ma continuo a essere la sede di una storica società di mutuo soccorso. Cambiano le istituzioni, cambiano le forme della partecipazione, ma resta un’idea che considero preziosa: una comunità esiste davvero quando i suoi membri decidono di prendersi cura gli uni degli altri. In questo senso, non mi sento affatto diverso da ciò che ero secoli fa. Ho semplicemente imparato un linguaggio nuovo.
Ogni Natale, però, lei cambia ancora volto. Sotto questa loggia compare uno dei presepi artistici più ammirati di Sorrento.
È uno dei momenti dell’anno che preferisco, quando per qualche settimana le mie pietre tornano a raccontare una storia collettiva, proprio come accadeva secoli fa, anche se con un linguaggio diverso. Quel presepe, realizzato secondo la grande tradizione del Settecento napoletano, non è soltanto un’opera d’arte o un’attrazione per i visitatori. È una memoria che continua a prendere forma. Le figure dei pastori, le architetture in miniatura, le scene di vita quotidiana ricordano che il presepe napoletano non rappresenta soltanto la Natività, ma un’intera comunità che si riconosce attorno a un evento condiviso. Mi piace pensare che, in fondo, non sia così diverso da ciò che accadeva quando qui si riunivano le antiche assemblee cittadine: cambiano i protagonisti, cambiano i linguaggi, ma resta la stessa esigenza di raccontare chi siamo. Per questo ogni dicembre non mi sento trasformato. Mi sento, semplicemente, ancora vivo.
Se potesse rivolgersi ai sorrentini, che cosa direbbe?
Direi di non limitarsi ad attraversare questa strada: fermatevi ogni tanto sotto la mia loggia, guardate la cupola, osservate le pietre consumate, immaginate le generazioni che hanno discusso qui dentro. Non per rimpiangere il passato, perché ogni epoca ha i propri limiti e le proprie ingiustizie. Ma perché ogni comunità ha bisogno di ricordare che il dialogo non nasce spontaneamente: ha bisogno di luoghi, di tempo e perfino di architetture che lo rendano possibile.
E a chi arriva da lontano?
Chiederei di non fotografare soltanto la mia cupola. Provate a sedervi per qualche minuto sotto questi archi. Ascoltate il rumore della strada, le voci, i passi, le lingue diverse che oggi attraversano Via San Cesareo. Poi immaginate che, da sette secoli, questo edificio continua a fare la stessa cosa: ascoltare una città che parla. Forse capirete che la mia storia non appartiene soltanto a Sorrento. Appartiene a tutte le comunità che, nonostante le differenze, continuano a cercare un luogo dove riconoscersi.
Quando riprendo a camminare, mi volto un’ultima volta verso la cupola di riggiole. Penso che, per secoli, quelle maioliche abbiano protetto discussioni, accordi, incomprensioni, riconciliazioni. Quasi nessuna delle decisioni prese sotto quella loggia è arrivata fino a noi. L’edificio, invece, è ancora lì. E forse è proprio questo il suo insegnamento più discreto: le città non vengono ricordate per tutte le scelte che hanno compiuto, ma per i luoghi che hanno saputo costruire affinché quelle scelte potessero nascere.







