Intervista impossibile. Crapolla, il mare in fondo alla discesa: «Per arrivare fin qui bisogna ancora fare strada»
A Crapolla si arriva scendendo. È una cosa elementare, eppure determina tutto. Da Torca il sentiero si inoltra nella macchia e poi comincia a perdere quota. Il mare compare a tratti, sempre più vicino, mentre la costa si stringe intorno a una fenditura profonda. Alla fine ci sono i gradini, molti, e a ogni passo diventa più chiaro che ciò che dall’alto sembrava soltanto una piccola insenatura è in realtà un luogo costruito dalla relazione fra terra e mare.
In fondo, Crapolla è stretta, rocciosa, quasi severa. Sulle pareti rimangono le tracce delle attività che qui si sono succedute; poco sopra l’approdo, la cappella di San Pietro e i resti dell’antica abbazia ricordano una frequentazione durata secoli. Barche, pescatori, monaci, contadini, naviganti: per ciascuno di loro questa piccola apertura nella costa ha significato qualcosa di diverso. Allora mi siedo vicino all’acqua e Crapolla sembra divertita dalla mia stanchezza.
Immagino che veda arrivare tutti più lentamente del previsto.
E li vedo ripartire ancora più lentamente. La discesa inganna: quando venite da me avete il mare davanti, siete curiosi, vi sembra che i gradini finiscano presto. Al ritorno scoprite che ogni metro guadagnato scendendo va restituito alla montagna.
Per secoli è stato normale. Pescatori e contadini percorrevano questi pendii perché facevano parte della loro giornata. Portavano attrezzi, reti, ceste, provviste. Voi oggi chiamate “escursione” ciò che per loro era semplicemente andare al lavoro. È cambiato il rapporto con la fatica. Per questo la strada che conduce fin qui racconta già qualcosa della distanza tra il vostro modo di abitare il territorio e quello di chi vi ha preceduto.
Eppure Crapolla è stata soprattutto una porta.
Sì, una porta piccola, ma importante. Guardatemi dal mare: capirete subito perché. La costa è alta e difficile, poi improvvisamente si apre questa incisione che permette di approdare e di risalire verso l’interno. Prima delle strade moderne, un’insenatura come me aveva un valore che oggi si fatica a comprendere. Il mare univa molto più di quanto separasse.
Da qui passavano persone, merci, notizie. Le barche mettevano in relazione la costa con altri approdi della Penisola e con il resto del golfo. Il sentiero faceva il resto, risalendo verso Torca e Sant’Agata. Ecco perché mi fa sorridere quando qualcuno mi definisce un luogo isolato. Lo sono diventata agli occhi di chi misura la distanza con l’automobile. Per chi viaggiava per mare, ero un ingresso.
Tutti la chiamano “fiordo”. Ma lei è davvero un fiordo?
Se lo chiedete a un geologo, probabilmente vi dirà di no. I fiordi propriamente detti nascono dall’azione dei ghiacciai, e qui i ghiacciai non sono mai arrivati a scavare la costa. Sono una profonda incisione della roccia invasa dal mare. Eppure da tanto tempo mi chiamate “Fiordo di Crapolla” che quel nome è diventato parte di me. Anche i luoghi, come le persone, finiscono qualche volta per abitare il nome che gli altri hanno dato loro.
Il suo nome viene davvero da un antico tempio di Apollo?
Questa storia mi accompagna da molto tempo. Si racconta che qui sorgesse un luogo sacro dedicato ad Apollo e che il mio nome conservi, trasformata nei secoli, la memoria di quel culto. È una tradizione affascinante e ha avuto molta fortuna.
Io, però, sono abbastanza vecchia da sapere che bisogna lasciare qualche domanda senza risposta. L’archeologia documenta una frequentazione antica di questi luoghi; la presenza romana ha lasciato tracce concrete. Il tempio di Apollo appartiene invece a quella zona in cui storia, toponomastica e racconto si cercano senza riuscire sempre a coincidere. Una leggenda perde poco del proprio valore quando viene chiamata leggenda. Anzi, qualche volta diventa ancora più interessante, perché cominciate a chiedervi per quale ragione tante generazioni abbiano sentito il bisogno di raccontarla.
Poi arrivò san Pietro…
O, per essere prudenti, arrivò il suo nome. Anche qui la tradizione ha lavorato molto. Il luogo è stato legato all’apostolo Pietro e sopra l’insenatura sorse un importante insediamento religioso, del quale oggi restano testimonianze sparse e la piccola cappella. Ci sono elementi romani riutilizzati, murature medievali, tracce di affreschi: epoche diverse che hanno finito per abitare lo stesso spazio.
Questo passaggio mi interessa più della ricerca di una data perfetta. Un luogo che gli uomini avvertivano come significativo nell’antichità continuò a esserlo nel mondo cristiano. Cambiarono i nomi, i riti, le immagini attraverso cui si dava senso al paesaggio. Rimase la necessità di attribuire a questo punto della costa un valore particolare.
Perché costruire un’abbazia in un posto così difficile?
Perché voi considerate difficoltà ciò che per altri poteva essere una condizione favorevole. C’erano acqua, terra da coltivare, pesca, un approdo e una posizione appartata. La vita religiosa cercava anche luoghi capaci di creare distanza. Pregare, lavorare, coltivare, pescare seguivano ritmi che qui trovavano una loro misura.
E poi l’isolamento era relativo. Lo ripeto: il mare era una strada. Una comunità religiosa affacciata sul mare apparteneva a una rete di relazioni molto più vasta di quanto suggerisca oggi un rudere raggiungibile dopo una lunga scalinata.
Il lavoro dei pescatori, invece, è rimasto visibile fin quasi ai nostri giorni.
E vorrei che lo guardaste con la stessa attenzione che riservate ai resti antichi. Sulla roccia ci sono ancora segni di un’economia del mare fatta di ricoveri, reti, barche tirate a secco, attese. Per le comunità vicine ero anche questo: un luogo produttivo.
La pesca richiedeva conoscenze molto precise. Bisognava leggere il vento, conoscere le correnti, capire le stagioni, osservare il cielo. C’erano saperi che passavano da una generazione all’altra senza bisogno di essere scritti. Un pescatore esperto possedeva una carta mentale del mare fatta di nomi, fondali, scogli, tempi e segnali. Quando scompare un mestiere, rischia di scomparire anche questa geografia invisibile.
C’è qualcosa che la infastidisce nel modo in cui oggi la guardiamo?
La parola “incontaminata”, soprattutto. La usate spesso per i luoghi che vi sembrano naturali. Io sono stata frequentata, lavorata, coltivata, attraversata, pregata. Ho conosciuto pescatori e monaci, edifici e imbarcazioni. Sono piena di presenza umana.
La mia bellezza nasce anche da questo lungo rapporto. La natura ha ripreso spazio, certo, e oggi molti vengono qui proprio per il mare e il paesaggio. Ma cancellare gli uomini dal racconto significa perdere metà della mia storia. Un paesaggio mediterraneo raramente è soltanto natura: è il risultato di una convivenza, qualche volta equilibrata e qualche volta violenta, fra ambiente e società.
Oggi, però, arrivano soprattutto escursionisti e bagnanti.
E va bene così. I luoghi continuano a vivere perché cambiano le persone che li frequentano. Mi interessa piuttosto il modo in cui vengono frequentati.
Ogni estate qualcuno lascia dietro di sé ciò che ha portato: bottiglie, plastica, sacchetti. Altri tornano a raccoglierli. Anche questo racconta una comunità. Nel 2025 associazioni, volontari, Comune e Area Marina Protetta hanno dovuto organizzare interventi di pulizia per togliere dalla spiaggia i rifiuti lasciati dai visitatori o restituiti dalle mareggiate. È un gesto molto semplice, ma contiene una domanda importante: quando considerate bello un luogo, fino a che punto vi sentite responsabili della sua bellezza?
Lei ha conosciuto anche la paura che arrivava dal mare?
Naturalmente. Il mare portava pesce, merci e persone, ma poteva portare anche il pericolo. Nel Cinquecento, quando le incursioni corsare erano una minaccia concreta per queste coste, il sistema delle torri di avvistamento serviva a vedere in tempo ciò che si avvicinava. Anche qui ne rimane una testimonianza.
Pensate a quanto è cambiato il significato dello sguardo. Oggi salite su un promontorio per ammirare il panorama. Per secoli guardare lontano significava anche sorvegliare. Una vela all’orizzonte poteva essere una buona notizia oppure l’inizio di una fuga verso l’interno. Il paesaggio che oggi fotografate era anche uno spazio da interpretare continuamente.
Se dovesse scegliere una sola cosa da insegnare a chi arriva fin quaggiù?
Gli direi di ricordarsi della strada fatta. Sembra banale, ma spesso appena raggiungete il mare dimenticate la discesa. Fotografate l’acqua, fate il bagno, guardate le rocce. Poi arriva il momento di risalire e il corpo vi restituisce improvvisamente la misura del territorio.
Io credo che sia una buona lezione. Per secoli gli uomini hanno conosciuto la Penisola Sorrentina con le gambe, con le braccia e con il fiato. Le distanze avevano un peso. Portare qualcosa dal mare alla collina costava fatica; scendere a pescare significava sapere che bisognava tornare su. Il paesaggio entrava nel corpo. Oggi potete attraversare gran parte della Penisola senza quasi sentirne la pendenza. Qui è più difficile. Per arrivare fino a me dovete ancora accettare la geografia.
Quando comincio a risalire, capisco che Crapolla aveva aspettato proprio questo momento. All’andata avevo contato distrattamente qualche gradino. Ora li sento uno per uno. Allora giro lo sguardo più volte: l’insenatura diventa sempre più piccola, poi rimane soltanto una lama d’acqua fra le pareti della costa.
Per cui continuo a salire. Ed è forse questa la particolarità di Crapolla: molti luoghi della Penisola si offrono immediatamente allo sguardo, invece lei pretende qualcosa prima di lasciarsi conoscere e, quando finalmente la si raggiunge, conserva ancora la misura antica della distanza, cioè quella che si calcola con il tempo, con il fiato e con le gambe.




