Il Racconto del Lunedì del Professor Ciro Ferrigno: “La tomba del guerriero”
Nel corso dei secoli il sottosuolo del Comune di Piano ha restituito reperti appartenenti ad antiche civiltà. Sono stati episodi frequenti che hanno interessato un’ampia zona collinare riconducibile a Sant’Agostino, la Trinità, le sorgenti di San Massimo e Petrulo giù fino al Corso Italia. Mi dicevano che oggi, qualunque scavo di una certa entità che tocchi quest’aria, deve avvenire sotto la supervisione della Sovraintendenza ai Beni Archeologici.
Nei secoli la reazione dello scopritore dinanzi a un ritrovamento archeologico è stata molto variegata e molto spesso il contadino, a digiuno di certe conoscenze, distruggeva ciò che restituiva la terra, considerandolo irrilevante. Talvolta, invece lo stesso colono che senza volerlo, nel suo scavo profanava una tomba, la ricopriva subito, timoroso di aver fatto qualcosa di grave, degno della scomunica. Altre volte gli oggetti recuperati venivano regalati a un parente o amico, considerato in grado di apprezzarli. Oggi, invece, la legge vuole che i ritrovamenti siano denunziati e vengano donati a musei che possano destinarli alla pubblica fruizione. Non mi risulta che a Piano siano state operative bande di tombaroli, anche perché la scoperta di reperti è avvenuta quasi sempre in giardini privati. Oggi che la Sovrintendenza è più vigile, si corre il rischio che quando viene alla luce qualche reperto, prima o durante la costruzione di un fabbricato o di una strada privata, tutto venga nascosto, per non subire la sospensione dei lavori e le lungaggini burocratiche che, inevitabilmente, ne seguono.
La scoperta di reperti archeologici è in larga percentuale collegato a delle tombe risalenti alle civiltà arcaica, sannita, greca e romana, fino alla scoperta eccezionale di quelle della Preistoria, della Civiltà del Gaudo, 2500 e 1800 anni a.C. venute alla luce a Trinità nel 1987 durante dei lavori per la costruzione della palestra alla Scuola Media Massa. Una scoperta che ha aperto una pagina nuova nell’archeologia della Penisola Sorrentina e ha generato l’interesse di illustri archeologi che, in diverse campagne di scavo, hanno portato alla luce tutto un mondo nascosto.
Rinvenimenti occasionali di tombe sono avvenuti tra le località Trinità e Petrulo, in agrumeti della proprietà Cocurullo e delle zone situate a monte di Via dei Platani e sul Corso Italia, quasi tutte distrutte. Poi ancora resti di tombe nel fondo di proprietà Giosé Porzio e in quello De Angelis, con ritrovamenti che documentano la fase eneolitica, e la fascia cronolo¬gica che va dal VI al IV sec. a.C. Sono tutti resti collegati a un antico abitato, sorto in epoca arcaica, ubicato nella parte cen¬trale della moderna Carotto, in pros¬simità dell’attuale Corso Italia. Nel 1849 furono trovati in un fondo, 38 vasi, scodelle e anfore di squisito lavoro etrusco, con figure in nero, conservati presso gli eredi del Dottor Cocurullo in Piano. Quando fu rifatto il pavimento della Basilica di San Michele, nelle fondamenta, pure vennero alla luce un muro con mosaico, due mortai sfondati, alcuni vasi lacrimali e un sarcofago.
Nel 1892 in via Piana, durante i lavori di sbancamento del terreno, venne alla luce una necropoli di famiglia, composta da sette tombe a cassettone risalenti al periodo greco-romano, incassati nel terreno con il coperchio dello stesso materiale, fatto tutto d’un pezzo. Ogni tomba, oltre ai resti umani conteneva un arredo funerario consistente in vasetti, piatti e crateri in terracotta dipinti in nero con scene mitologiche o allegoriche, e varie monete. Vicino ai sarcofagi si trovarono anche dei grossi vasi con pitture in nero, contenenti le ceneri di persone dello stesso nucleo familiare. I reperti furono donati alla famiglia Gargiulo di Sorrento che a sua volta li destinò al Museo Correale. Altre sepolture individuali sono state localizzate nel territorio circostante la sorgente di San Massimo, e nello strato tufaceo lungo i bordi dei vari rivi del Piano. L’elenco di cui sopra è parziale ed è solo la punta dell’iceberg.
Un ritrovamento che merita particolare attenzione è quello avvenuto nel 1847 e riguarda una tomba nello strato tufaceo rinvenuta in quello che sarà il cimitero di Piano di Sorrento, aperto ufficialmente nel 1870, forse al tempo dei primi lavori per individuare e delimitare l’area del nuovo camposanto. La tomba è databile al tardo periodo del Gaudo e al suo interno fu trovato un corredo funerario con due grandi olle, una brocca, varie cuspidi di frecce in selce e un pugnale di rame o meglio una spada con impugnatura a mezzaluna, studiata dall’archeologa, la Dott. Albore Livadie, che attesta l’alto rango del defunto in ambito sociale, forse un guerriero o un capo clan. Questa scoperta, all’epoca, passò inosservata, altrimenti tale civiltà, come asseriva il Rev. Simeoli, sarebbe stata chiamata “Civiltà del Piano”. Questa sepoltura è notevole per l’unicità della deposizione e documenta l’immagine di una società che venera chi l’amministra, chi la difende, donando anche la propria vita. La grandezza della spada deposta accanto al corpo, misura la dignità e la rilevanza del Guerriero, nell’ambito del suo popolo.
Quanto mi piacerebbe saperne di più di quest’uomo vissuto in un’epoca così lontana dalla nostra! Ci sono degli elementi che ci invitano a riflettere. Perché questo guerriero fu sepolto da solo, lontano dalle altre necropoli? Sono venute alla luce tombe a Sant’Agostino, presso le sorgenti di San Massimo, a Petrulo, a Trinità, eppure al Guerriero toccò una sepoltura a parte, perché forse fu una persona che meritava un luogo che potesse differenziarlo e la sua tomba diventare meta di pellegrinaggi. Forse il Guerriero si era distinto in atti di guerra, per difendere la sua terra e il suo popolo, combattendo con la spada sguainata, prima di soccombere, proprio in quel luogo? Un eroe destinato a entrare nel mito, nella leggenda, immagine speculare del nostro Arcangelo Michele che pure difende il suo popolo con la spada sguainata! Certo è che, nel momento dell’apertura della tomba la sua cenere, a contatto con l’aria scomparve, diventò meno che polvere, sparsa laddove nasceva, giorno dopo giorno, il Cimitero di San Michele. Nell’abbraccio di secoli e millenni, noi siamo i figli di questo Guerriero al quale abbiamo dato un nome nuovo, anzi antico, quello dell’Arcangelo Michele.






