Da Piano di Sorrento a Roma, don Rito Maresca in marcia per la pace: «Il Vangelo non può restare in silenzio»
Da Piano di Sorrento a Roma per trasformare la preghiera in una testimonianza concreta. Don Rito Maresca, amministratore parrocchiale della Parrocchia di Mortora, ha partecipato alla marcia organizzata dalla rete internazionale “Preti contro il genocidio”, un gruppo nato dall’iniziativa spontanea di sacerdoti di diversi Paesi per richiamare l’attenzione della comunità cristiana sulla drammatica situazione in Terra Santa.
L’iniziativa è iniziata con un momento di preghiera nella chiesa di Santo Spirito in Sassia. Da lì, un centinaio di sacerdoti e religiosi si è messo in cammino per le strade di Roma attraversando via della Conciliazione, piazza Pio XII e via di Porta Angelica, prima di proseguire verso via Cola di Rienzo e concludere il percorso nel Giardino Simonetta Cesaroni, davanti alla sede di Leonardo.
In mano, per molti dei partecipanti, piccoli ramoscelli d’ulivo, mentre alcuni indossavano la kefiah e altri portavano al collo un distintivo con i colori della bandiera palestinese. Tra i cartelli compariva anche la frase “Cristo è morto a Gaza”. Alla guida della processione due vescovi, monsignor Giovanni Ricchiuti e monsignor Christian Carlassare.
Particolarmente significativo il sudario portato durante la marcia: vi erano riportati i nomi di centinaia di bambini palestinesi e libanesi morti anche dopo le dichiarazioni di cessate il fuoco. Un simbolo pensato per dare un volto e un nome alle vittime e per ricordare come, anche dopo gli annunci diplomatici, la sofferenza delle popolazioni coinvolte non sia cessata.
Don Rito ha spiegato le ragioni che hanno portato alla nascita della rete e alla partecipazione alla manifestazione. Al centro c’è la volontà di coinvolgere le comunità cristiane e i sacerdoti in una riflessione sul significato concreto dell’annuncio evangelico. Secondo il sacerdote la complessità della situazione mediorientale non dovrebbe impedire di riconoscere le condizioni di chi subisce violenza e privazione dei propri diritti. Da qui l’esigenza, per i sacerdoti aderenti alla rete, di prendere posizione attraverso la preghiera, la presenza e la testimonianza, senza limitarsi alla protesta.
La rete, racconta don Rito, è nata dal basso. Il primo incontro risale a circa un anno fa, quando alcuni sacerdoti si ritrovarono nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale. Da quel primo appuntamento è iniziato un percorso che, attraverso il passaparola, ha coinvolto sacerdoti di numerosi Paesi.
Oggi, secondo i dati forniti dalla stessa rete, vi aderiscono circa 2.600 sacerdoti provenienti da 57 nazioni, insieme a 27 vescovi e 3 cardinali.
L’idea alla base del movimento, spiega don Rito, è quella di affiancare all’attività diplomatica e istituzionale della Chiesa una voce proveniente dalle comunità e dai sacerdoti che quotidianamente vivono accanto ai fedeli.
«Non possiamo non provare a dire la nostra in maniera sinodale», è il senso del suo intervento. Un cammino che, nelle intenzioni della rete, vuole coinvolgere tutte le componenti della Chiesa mantenendo il dialogo con vescovi e gerarchia ecclesiastica.
Don Rito sottolinea inoltre l’importanza di mantenere un rapporto diretto con le comunità palestinesi, soprattutto con quelle che chiedono al mondo di andare a vedere personalmente ciò che sta accadendo.
«Il Vangelo non può essere soltanto una parola», è il messaggio ribadito da don Rito che invita anche quei sacerdoti che, per timore o prudenza, preferiscono non esporsi a non chiudersi nelle sacrestie, ma a confrontarsi con le sofferenze del tempo presente.
La partecipazione di don Rito alla marcia arriva a poche settimane dal suo ritorno dalla Terra Santa. Durante il pellegrinaggio il sacerdote ha visitato alcune realtà della Cisgiordania, compresa Masafer Yatta, l’area divenuta nota anche grazie al documentario No Other Land.
Proprio da quell’esperienza, racconta, è maturata ulteriormente la convinzione che la risposta alla violenza debba passare anche attraverso la nonviolenza e la cura del prossimo. Un messaggio che il sacerdote riferisce di aver raccolto direttamente dagli abitanti della zona: non alimentare la spirale dell’odio, non considerare l’altro un nemico e continuare a cercare una strada fondata sulla convivenza.
Per don Rito il cambiamento passa anche dalle scelte quotidiane delle persone. Se le comunità imparassero a prendersi cura del proprio vicino e persino ad amare il proprio nemico, sostiene, anche le istituzioni potrebbero essere spinte verso una maggiore attenzione alla giustizia e alla pace.
La marcia romana si è svolta nel segno della preghiera. All’inizio del corteo è stata intonata l’invocazione “Donaci la pace, o Signore”, mentre dagli altoparlanti veniva rivolto un pensiero ai bambini morti anche dopo gli annunci di cessate il fuoco.
«No alla paura» è stato uno degli appelli rivolti durante il percorso, insieme alla richiesta che la giustizia possa guidare le decisioni dei leader delle nazioni.
Sacerdoti arrivati dall’Italia, dal Sudafrica, dalla Danimarca, dalla Spagna e da altri Paesi hanno così trasformato le strade di Roma in un percorso di preghiera e testimonianza.
Tra loro anche don Rito Maresca, che da Piano di Sorrento ha portato nella capitale la voce della propria comunità e quella di una rete internazionale che chiede alla Chiesa di confrontarsi con le tragedie della Terra Santa non soltanto attraverso le parole, ma anche attraverso la presenza e la responsabilità personale.
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