Caso Bifulco Accardi, svolta choc: «Curata al telefono e abbandonata». Esposto a Mattarella: «Fu malagiustizia»
Un caso di presunta malasanità che si trasforma in un terremoto giudiziario. Dopo anni di silenzio e procedimenti rimasti senza colpevoli, lo Studio Associati Maior riapre il fascicolo sulla morte di Giovanna Bifulco Accardi, presentando una denuncia-querela alla Procura di Nola che punta a far luce su gravi criticità nell’iter legale.
Ventidue anni di processi nonostante le prove
L’aspetto più amaro della vicenda riguarda la tempistica: il percorso giudiziario si è infatti trascinato per ben 22 anni, nonostante la difesa ritenga che gli elementi di responsabilità fossero chiari fin dalle primissime indagini. Un ritardo infinito che i legali indicano come una carenza nella ricerca della verità.
La “Diagnosi Telefonica”: farmaci d’urto senza visite
Il cuore dell’accusa è una “diagnosi al buio”. Secondo i legali Pierlorenzo Catalano, Michele Francesco Sorrentino e Filippo Castaldo, alla donna furono prescritti farmaci pesanti per via intramuscolare esclusivamente tramite telefono. Nessuna visita domiciliare, nessun monitoraggio dei parametri vitali. Un «totale abbandono professionale» — denunciano gli avvocati — proseguito fino al tragico decesso avvenuto presso la Clinica Santa Lucia.
I rilievi sulla gestione tecnica: «CTU contraddittoria»
Lo Studio Maior contesta la Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU) del passato, definendola “falsa ideologica” «contraddittoria errata e confusa». Mentre il consulente tecnico parlò di “fatalità improvvisa”, i legali sostengono che l’autopsia dicesse l’esatto contrario: il quadro clinico era compromesso già 24 ore prima delle prescrizioni telefoniche. Un’incongruenza che sarebbe stata sottovalutata portando alla chiusura del caso.
Appello al Quirinale e al Ministro Nordio
La battaglia della famiglia Bifulco Accardi approda ora al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio. L’obiettivo è ottenere un’ispezione sull’operato degli uffici competenti e la riapertura immediata delle indagini.
«Non chiamatela fatalità – concludono i legali – qui ci sono responsabilità precise di chi ha curato via telefono e di chi non ha recepito la verità scritta nei tessuti della vittima durante l’autopsia».
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