Affondamento del Conte Rosso, tra le vittime anche Domenico Cinque della penisola sorrentina: il ricordo passa ai nipoti
Ci sono storie di famiglia che, con il passare degli anni, diventano parte della storia di una comunità. Ci sono nomi che continuano a essere pronunciati anche quando non è più possibile ascoltare la voce di chi li ha conosciuti, incontrati, amati.
Quella di Domenico Cinque, residente in Penisola sorrentina e vittima dell’affondamento del Conte Rosso, è una di queste storie. Ed è una storia che mi riguarda da vicino: Domenico Cinque era mio nonno.
Il Conte Rosso era un grande transatlantico italiano che, durante la Seconda guerra mondiale, venne impiegato anche per il trasporto di truppe. Il 24 maggio 1941 salpò da Napoli diretto a Tripoli con a bordo oltre 2.700 persone tra equipaggio e militari.
Durante la navigazione, a est della Sicilia, la nave venne attaccata dal sommergibile britannico HMS Upholder, che lanciò alcuni siluri contro il transatlantico. Il Conte Rosso fu colpito e affondò in pochi minuti.
La tragedia ebbe dimensioni enormi: 1.297 uomini persero la vita, facendo dell’affondamento del Conte Rosso una delle più gravi tragedie che colpirono la Marina italiana durante il conflitto.
Tra quelle vittime c’era anche Domenico Cinque.
Di lui, dopo quel tragico giorno, non si ebbero più notizie. Come accaduto a tante altre famiglie, anche la nostra si è trovata a convivere con un’assenza senza un corpo da piangere e con una memoria affidata, nel tempo, ai racconti familiari.
Oggi, con la scomparsa dell’ultimo testimone oculare di quella tragedia, sento ancora più forte la responsabilità di custodire e trasmettere quella memoria. Non soltanto per mio nonno, ma per tutte le persone che quel giorno non fecero ritorno a casa.
È proprio da questa consapevolezza che nasce il post di mio fratello Domenico, che porta lo stesso nome del nonno, che ho voluto condividere e che riporto integralmente: «Con l’addio all’ultimo testimone oculare di questa tragedia, il testimone della memoria passa ora a noi, figli, nipoti ed eredi di quelle vite spezzate.
Spetta a noi fare in modo che nessuno dimentichi. Dovremo custodire questa memoria e, soprattutto, moltiplicare le iniziative, le testimonianze e le occasioni di incontro, in ogni angolo d’Italia, perché ciò che è accaduto continui a essere conosciuto e tramandato alle nuove generazioni.
Questo è mio nonno, Domenico Cinque residente in penisola sorrentina. Anche lui fu disperso in mare durante il naufragio. Da quel giorno, di lui non si ebbero più notizie.
Ricordare lui, e tutti coloro che persero la vita in quella tragedia, non è soltanto un dovere verso il passato: è una responsabilità che oggi appartiene a tutti noi».
Sono parole che racchiudono il senso di ciò che significa essere oggi i custodi di una memoria che non può più contare sulla voce dei testimoni diretti.
Per noi nipoti il rischio è che una tragedia così lontana nel tempo finisca per diventare soltanto una data, un episodio nei libri di storia, un nome su un elenco. Ma dietro quel nome c’era una persona. C’era mio nonno. C’erano una famiglia, una casa, affetti e una vita che avrebbe dovuto continuare.
Domenico Cinque non è soltanto una delle 1.297 vittime dell’affondamento del Conte Rosso. È un uomo del quale la nostra famiglia ha custodito la memoria nel corso delle generazioni, nonostante il silenzio lasciato da quella scomparsa. La sua storia è arrivata fino a me attraverso ciò che è stato tramandato, attraverso il ricordo e attraverso quella domanda che accompagna tante famiglie di chi è stato disperso: che cosa accadde davvero in quelle ultime ore?
La tragedia del Conte Rosso appartiene alla grande storia della Seconda guerra mondiale ma è anche fatta di migliaia di storie personali. La storia di Domenico è una di queste. E per chi, come me, ne porta il ricordo attraverso la propria famiglia, quel nome non rappresenta soltanto una vittima di guerra: rappresenta una persona, un nonno, una vita interrotta.
Ed è proprio per questo che oggi sento che il compito della memoria non può fermarsi.
La scomparsa dell’ultimo testimone oculare segna, simbolicamente, un passaggio di consegne. Da una parte ci sono coloro che quella tragedia l’hanno vissuta e che hanno potuto raccontarla con la propria voce. Dall’altra ci siamo noi, figli e nipoti, chiamati a raccogliere quelle testimonianze e a conservarle.
Non possiamo più chiedere direttamente a chi c’era di raccontarci ciò che vide. Possiamo però ascoltare ciò che ci è stato tramandato, cercare i documenti, conservare le fotografie, raccogliere le testimonianze delle famiglie e, soprattutto, continuare a pronunciare quei nomi per non lasciare che il trascorrere del tempo trasformi le loro storie in numeri anonimi.
La memoria non è soltanto un ponte verso il passato. È anche un impegno verso il futuro. Perché una tragedia può essere davvero consegnata all’oblio soltanto quando smettiamo di raccontarla.
E allora oggi, da nipote, sento di avere una responsabilità precisa: continuare a raccontare la storia di mio nonno e, insieme alla sua, quella di tutti coloro che non tornarono mai più a casa.
Il Conte Rosso affondò in pochi minuti, portando con sé 1.297 vite. Ma la memoria di quelle persone non deve affondare con loro.
Il testimone è passato a noi. Sta a noi non lasciarlo cadere.
Iscriviti al gruppo Facebook di Posideo per non perdere nessun contenuto


