Il capitano Alessandro Bonsignore lascia Amalfi: promosso maggiore, guiderà la Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria
Si chiude dopo tre anni l’esperienza del capitano Alessandro Bonsignore alla guida della Compagnia Carabinieri di Amalfi. L’ufficiale, giunto in Costiera Amalfitana nel settembre del 2023, è stato promosso al grado di maggiore e chiamato a ricoprire un nuovo e prestigioso incarico: il comando della Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria.
Un avanzamento che rappresenta un importante riconoscimento nel percorso professionale di Bonsignore e che lo porterà ora a operare in una realtà tra le più delicate e strategiche del Mezzogiorno. Alle spalle, restano tre anni di servizio in Costiera Amalfitana, segnati dal lavoro quotidiano dei Carabinieri e dalla collaborazione con le istituzioni e le diverse componenti impegnate sul territorio.
Nella mattinata di oggi, mercoledì 9 settembre, il capitano ha incontrato autorità, amministratori e cittadini nel Salone Morelli del Comune di Amalfi per il suo saluto alla comunità. Un momento particolarmente partecipato, nel quale Bonsignore ha scelto di ripercorrere la propria esperienza attraverso tre parole che, come ha spiegato, sono diventate il cuore del suo congedo: fedeltà, fiducia e pace: «Signor Sindaco, gentili autorità, sacerdoti, signore e signori, cari concittadini: grazie di essere qui questa mattina. La vostra presenza è solo l’ultimo di una lunga serie di gesti di vicinanza che in tre anni non mi avete mai fatto mancare.
Ringrazio innanzitutto il Sindaco di Amalfi e l’Amministrazione comunale per aver promosso questo momento in questa sala, che è la casa di tutti gli amalfitani.
Come sapete, sono stato destinato al comando della Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria. È un ordine che si riceve e si esegue, ed è giusto che sia così: le istituzioni valgono perché non dipendono dalle persone che pro tempore le rappresentano. L’Arma dei Carabinieri resta: la caserma è la stessa, la porta è aperta, il numero è sempre il 112.
Quando arrivai, nel presentarmi alla stampa e ai cittadini, indicai tre parole chiave come le direttrici di azione a cui ispirare il mio servizio di ogni giorno: sinergia, formazione, ascolto. Rileggendo gli indirizzi di saluto rivolti alla cittadinanza in occasione della ricorrenza della nostra Patrona, Maria Virgo Fidelis, mi sono accorto che ci sono altre tre parole al cuore di quei discorsi: fedeltà, fiducia, pace. Permettetemi di congedarmi restituendovele.
Fedeltà. Vi dissi che essere fedeli significa soprattutto morire ogni giorno un poco a sé stessi alla propria stanchezza, al desiderio legittimo di essere altrove per fare comunque, quel giorno, quello che si è giurato di fare. Oggi aggiungo quello che ho imparato in Costiera: che non si è fedeli a un’idea, si è fedeli a delle persone. Qui non esiste il cittadino astratto. Esiste la signora che vive sola in una casa che si raggiunge solo a piedi, e per la quale la presenza di una pattuglia dei Carabinieri che si ferma a salutare rappresenta la carezza di uno Stato che si fa più vicino. Un Carabiniere che presta servizio in questi paesi non può permettersi di essere un estraneo: deve avere un nome e un volto, e deve saper ascoltare anche quando nessuno gli sta denunciando niente. Questo modo di lavorare, qui, non ho dovuto insegnarlo: l’ho trovato.
Fiducia. Vi dissi che la fiducia è un bene comune, l’antidoto alla rassegnazione e alla paura, e che il contrasto ai reati, per quanto serrato, non basterà mai: è sempre una partita in cui difendiamo la porta in un campo che gli avversari hanno già invaso. Non vi farò l’elenco dei risultati: i numeri sono agli atti e appartengono ai Carabinieri che li hanno ottenuti sul campo. Il risultato vero è stato un altro: ogni volta che qualcuno ha trovato il coraggio di varcare la soglia di una nostra Stazione per denunciare una violenza subita in casa, una truffa, una prepotenza taciuta per anni. Perché in certi territori la presenza dello Stato non si misura da quante indagini si aprono, ma da quanta fiducia riesce a meritarsi.
Pace. Vi ho parlato infine della pace. Quella pace non si ottiene con i nostri mezzi: i sequestri, gli arresti, le denunce arrivano sempre dopo, quando qualcosa si è già rotto. Prima ci siete voi i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti, gli allenatori, chiamati a coltivare la pace testimoniando ai più giovani che la vita è una vocazione e il futuro una responsabilità, non una minaccia.
Vengo ai ringraziamenti, che sono la parte più importante.
Il primo grazie è per i miei Carabinieri: ai Comandanti e ai militari delle Stazioni di Amalfi, Maiori, Ravello, Tramonti e Positano, al Nucleo Operativo e Radiomobile. Le Stazioni sono l’Arma: sono la porta che resta aperta quando tutto il resto è chiuso.
Grazie al Sindaco e ai Sindaci di tutti i Comuni della Compagnia: nei nostri paesi il sindaco è la prossimità più accessibile dello Stato, esposto alle pretese di tutti e spesso impotente, eppure sempre lì. Grazie alla Procura di Salerno e alla Prefettura; ai colleghi della Guardia di Finanza, della Guardia Costiera, della Polizia di Stato, delle Polizie Locali, ai Vigili del Fuoco, al 118, alla Protezione Civile: in Costiera si lavora insieme o non si lavora, e mai una volta ho dovuto chiedere due volte. Grazie ai sacerdoti delle nostre comunità, all’Associazione Nazionale Carabinieri e in particolare alla Sezione di Maiori, che con mia grande soddisfazione è sorta proprio durante questo triennio. Grazie a voi cittadini: a chi ha denunciato, a chi ha segnalato, a chi ha avuto pazienza durante un controllo.
E l’ultimo grazie, che è anche il più difficile, va alla mia famiglia. Io ho prestato giuramento; mia moglie e i miei figli no. Eppure sono loro che da anni ne pagano il prezzo, senza che nessuno gliel’abbia mai chiesto: le notti in cui il telefono squilla, le case fatte e disfatte, le scuole cambiate, gli amici salutati sul portone e mai più rivisti.
A mia moglie voglio dire, davanti a voi, una cosa che in privato non le ho detto abbastanza: se in questi tre anni io ho potuto fare il Comandante, è perché lei ha fatto tutto il resto. Tutto quello che mi avete visto fare in Costiera poggia su una casa che ha tenuto in piedi lei, quasi sempre da sola.
E ai miei quattro bambini dico questo: voi l’uniforme non l’avete, ma è da quando siete nati che servite le città in cui abbiamo vissuto. Per questo motivo il grazie più grande di stamattina va proprio a voi.
Consentitemi infine un’ultima parola.
Questa città ha per patrono un pescatore. Andrea era sulla riva, con le reti in mano, quando fu chiamato; e il Vangelo racconta la scena in una riga: subito, lasciate le reti, lo seguì¹. È quel “subito” che mi ha sempre colpito. Le cose più importanti della vita vanno fatte senza troppi giri di riflessione: se ci pensi troppo, non le fai più, perché nei pensieri e nei calcoli si insinuano la paura, l’insicurezza, l’opinione degli altri, la comodità, il tornaconto.
Ciò che conta è invece la capacità di saper rispondere, di non tergiversare, di non pensare che reti e barche valgano più della nostra missione. Sant’Andrea ci ricorda che la vita è un’avventura. Che non sappiamo in che modo finirà ma sappiamo di certo che finirà bene perché siamo amati, scelti, benedetti, sostenuti.
Poi Andrea è arrivato qui. Da Patrasso a Costantinopoli, e da Costantinopoli ad Amalfi, dove l’8 maggio del 1208 il cardinale Pietro Capuano lo depose nella cripta di questa Cattedrale. Un uomo che veniva da lontanissimo e che Amalfi ha fatto talmente suo che oggi non si può dire “Amalfi” senza dire “Sant’Andrea”. Questa città sa adottare chi arriva da fuori, ed io lo so bene: è successo anche a me e alla mia famiglia.
E poi c’è la corsa. Da ottant’anni esatti, il 27 giugno e il 30 novembre, i portatori vestiti di rosso salgono di corsa i sessantadue gradini del Duomo con il Santo sulle spalle. Ogni volta che l’ho vista in questi tre anni, però, non ho guardato la corsa: ho guardato quello che succede dietro. Perché nessuno porta Sant’Andrea da solo. Chi sta davanti è spinto da chi sta dietro, tutti allacciati l’uno all’altro, e il peso non è mai di uno soltanto. Ecco: se dovessi spiegare a un giovane collega che cos’è un’istituzione, non gli farei leggere un regolamento. Lo porterei qui il 30 novembre e gli direi soltanto di guardare quella scalinata. Perché è esattamente così che funziona, in Costiera come nell’Arma e nella vita: la salita va fatta di corsa e va fatta insieme. Nessuno arriva in cima da solo, e nessuno resta davanti per sempre. Oggi tocca a me cedere la spalla: lascio le reti e continuo il cammino dove sono stato chiamato. Il Santo però non cade: si passa, e continua a salire.
Grazie di cuore a tutti.
Viva Amalfi, viva la Costiera Amalfitana, viva l’Arma dei Carabinieri.
¹ Cfr. Mt 4, 18-20.
Capitano Alessandro Bonsignore».
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