Violenza giovanile e ruolo educativo della famiglia: le riflessioni dell’avvocato di Sorrento Luigi Alfano, criminologo forense
Nel dibattito sempre più attuale sulla violenza giovanile, interviene l’avvocato e criminologo forense Luigi Alfano, originario di Sorrento e figura attiva nel panorama investigativo italiano, già consulente del Tribunale di Torre Annunziata e perito della Procura di Napoli. Ospite della rubrica “Libertà e Giustizia”, Alfano offre una lettura del fenomeno che pone al centro la dimensione educativa e familiare.
Secondo il criminologo la violenza giovanile non rappresenterebbe un fenomeno improvviso o esclusivamente legato alle nuove generazioni, ma il risultato di un insieme di fattori che includono dinamiche familiari, modelli educativi e contesto sociale. In particolare Alfano sottolinea come molti comportamenti aggressivi dei giovani possano essere interpretati come l’esito di percorsi educativi disfunzionali nei quali talvolta emergono modelli genitoriali caratterizzati da aggressività o scarsa autorevolezza.
Uno dei punti centrali della sua analisi riguarda il ruolo dei genitori. Alfano evidenzia la necessità di un rapporto educativo basato su una “asimmetria” tra adulto e figlio, in cui l’autorevolezza genitoriale non venga sostituita da una relazione di tipo esclusivamente amicale. In questa prospettiva, madre e padre dovrebbero mantenere un ruolo guida chiaro, capace di trasmettere regole, limiti e responsabilità.
Il criminologo richiama inoltre l’attenzione su dati e osservazioni diffuse anche da centri di ricerca come l’Eurispes, che segnalano un incremento di comportamenti devianti e reati che coinvolgono minori o li vedono come vittime. Alfano interpreta questi fenomeni come parte di un cambiamento più ampio nelle dinamiche educative e sociali, dove la gestione della frustrazione e delle emozioni risulterebbe sempre più complessa per i giovani.
Un altro elemento centrale del suo intervento riguarda la prima infanzia. Secondo Alfano i primi anni di vita — in particolare la fascia 0-3 anni — sarebbero decisivi nella formazione della personalità. In questa fase, sostiene, si strutturano i principali schemi emotivi e comportamentali, rendendo fondamentale la qualità dell’interazione educativa all’interno del nucleo familiare.
Nel suo ragionamento rientra anche una riflessione sull’impatto dei social network, considerati un possibile fattore di amplificazione delle dinamiche aggressive e di validazione dei comportamenti devianti. Da qui la proposta, già avanzata in forma provocatoria dall’esperto, di limitare l’accesso ai social per i più giovani, in particolare sotto i 13 anni, per ridurre l’esposizione a modelli disfunzionali.
Infine, Alfano allarga la sua analisi al contesto sociale più ampio, sostenendo che scuola, famiglia e altre agenzie educative tradizionali stiano attraversando una fase di trasformazione o crisi. In questo scenario, diventa centrale — secondo il criminologo — ricostruire una rete educativa coerente, capace di guidare i giovani nella gestione delle emozioni e nella costruzione di relazioni non violente.
La riflessione si chiude su un piano culturale più generale: la necessità di riportare al centro la ricerca della verità e della responsabilità individuale in un’epoca dominata dalla rapidità delle emozioni e dalla loro immediata traduzione in azione.
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