Il termine “Vallone” analizzato nel Piccolo Dizionario Amorevole della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana
Vallone s. m. – Incisione profonda del territorio; spazio d’ombra, di umidità e di discontinuità che interrompe la continuità dell’abitato e del coltivato. Il vallone non è una semplice depressione naturale, ma una forma attiva del paesaggio: un vuoto scavato dall’acqua che organizza flussi, confini, microclimi e memorie. È ciò che resiste alla planarità, ciò che la città fatica a governare e spesso tenta di occultare.
Nella Penisola Sorrentina i valloni sono strutture originarie del territorio, generate dall’erosione dei grandi banchi tufacei e calcarei da parte di corsi d’acqua oggi in parte scomparsi o incanalati. Non sono margini residuali, ma antichi assi di scorrimento, di lavoro e di attraversamento. Per secoli hanno rappresentato risorse: fornivano acqua, energia, protezione; ospitavano mulini, segherie, lavatoi, orti umidi. Erano spazi produttivi e, insieme, soglie naturali tra città e contado.
Il caso più emblematico è quello del Vallone dei Mulini, divenuto nel tempo un vero e proprio topos dell’immaginario sorrentino. Nato circa 39.000 anni fa dall’erosione delle acque sul deposito tufaceo dell’Ignimbrite Campana, il vallone fu a lungo una forra viva e operosa: qui convergevano i rivi di Casarlano e Sant’Antonino, qui funzionavano mulini per la macinazione del grano, una segheria, un lavatoio pubblico. Una proto-industria naturale incastonata nella roccia.
La svolta avviene nel secondo Ottocento, quando la costruzione di piazza Tasso e l’interramento del ponte di accesso trasformano radicalmente il luogo. Il vallone viene spezzato, parzialmente colmato, privato della ventilazione marina. Il centro cittadino si espande sopra il vuoto, mentre sotto si crea uno spazio separato, umido, inabitabile. È un passaggio cruciale: lo svuotamento del centro storico e la colmatura del vallone non si compensano, ma producono un unico, profondo stravolgimento urbanistico e simbolico.
Da allora il Vallone dei Mulini diventa un luogo sottratto all’uso umano ma restituito, paradossalmente, alla natura. L’umidità costante, prossima all’80%, ha favorito una biodiversità vegetale rara: capperi sui fianchi tufacei, muschi, e soprattutto felci come la Phyllitis scolopendrium (la “lingua di cervo”), presente in varietà ormai poco diffuse altrove. Anche la fauna riflette questo microclima: pipistrelli, rapaci notturni, salamandre pezzate trovano qui rifugio stabile. Il vallone si trasforma così in una sorta di serra spontanea, una riserva involontaria incastonata nel cuore urbano.
Ma il Vallone dei Mulini non è un’eccezione isolata. Valloni simili attraversano tutta la penisola e la Costiera Amalfitana, spesso meno visibili ma altrettanto significativi. A Positano, ad esempio, il Vallone Porto conserva una ricca presenza di specie botaniche e faunistiche legate all’umidità e all’ombra, ed è ancora oggi una sentinella ecologica in un contesto fortemente antropizzato e turistificato. In questi spazi, la vegetazione e gli animali segnalano ciò che l’edificazione tende a rimuovere, ossia la fragilità strutturale del suolo.
Per questo il vallone è anche una figura del rischio. Dove il territorio è stato scavato, coperto, deviato, impermeabilizzato, il vallone registra ogni forzatura. È il luogo in cui il dissesto idrogeologico diventa leggibile: frane, smottamenti, ristagni non sono anomalie improvvise, ma risposte coerenti di un sistema alterato. Il vallone non dimentica: conserva le tracce delle acque antiche e reclama, prima o poi, il proprio spazio. Lo mostra con chiarezza il caso del Vallone Lavinola, lungo il quale la storica via Ponte Orazio, tra Piano di Sorrento e Meta, è da anni soggetta a crolli e interruzioni: qui la viabilità moderna insiste su un’incisione antica, e il vallone, ciclicamente, ricorda la propria precedenza geomorfologica sulla strada.
In senso più profondo, il vallone rappresenta l’ombra del paesaggio mediterraneo addomesticato. È ciò che sfugge alla “cartolina”, che non si offre facilmente allo sguardo, che cresce invece nel silenzio, nell’umido, nel non-controllato. Un vuoto che non è assenza, ma accumulo di tempo, di materia e di memoria. Nella Penisola Sorrentina, i valloni ricordano che sotto il cemento e accanto agli agrumeti sopravvive un territorio più antico, meno stabile e più vero: un paesaggio che non può essere cancellato, ma solo temporaneamente nascosto.
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