Sorrento 2026. Diario di una campagna elettorale – Settimana 1: tra ritorno al voto e ricerca di credibilità
A un anno esatto da uno degli episodi più traumatici della sua storia recente, Sorrento torna al voto. Non è una scadenza come le altre, e questo lo si avverte immediatamente, ancora prima di entrare nel merito dei candidati o dei programmi. Perché quello che si apre in queste settimane non è semplicemente un confronto elettorale, ma un passaggio più delicato: il tentativo di uscire da una crisi che ha investito, insieme, la politica locale, l’amministrazione e l’immagine stessa della città.
Il punto di partenza è noto. Nel maggio dello scorso anno, l’arresto in flagranza di reato del sindaco ha segnato una rottura netta, improvvisa, difficile da assorbire. A quella vicenda è seguito il commissariamento prefettizio, una fase per sua natura sospesa, in cui la gestione ordinaria dell’ente viene affidata a funzionari dello Stato, mentre la politica viene di fatto messa tra parentesi. Nei mesi successivi, su Sorrento ha continuato a pesare un’ulteriore incognita: la possibilità che il Comune venisse sciolto per infiltrazioni o condizionamenti della criminalità organizzata, una misura ben più grave, che avrebbe prolungato e aggravato quella sospensione.
Negli ultimi giorni questo scenario è stato sciolto. Il Governo ha deciso di non procedere allo scioglimento, pur rilevando criticità nella gestione amministrativa. È una decisione che, tradotta in termini semplici, dice due cose insieme: da un lato, che non si è ritenuto necessario interrompere il percorso democratico locale; dall’altro, che la futura amministrazione sarà sottoposta a un monitoraggio attento, con prescrizioni e verifiche. In altre parole, si torna al voto, ma non in condizioni di piena normalità. È come se la città fosse stata riammessa alla competizione politica, ma con l’obbligo implicito di dimostrare di aver imparato qualcosa da quanto accaduto.
Questo elemento pesa molto anche sul modo in cui la campagna elettorale è cominciata. La conferma definitiva della possibilità di votare è arrivata a ridosso della scadenza per la presentazione delle liste, costringendo partiti, gruppi civici e candidati a muoversi in tempi estremamente rapidi. Ne è derivata una fase iniziale compressa, a tratti affannata, in cui alleanze e candidature sono state definite quasi all’ultimo momento, e non senza qualche incertezza. Il ritiro di due candidati da una delle liste già presentate, pur senza effetti formali, è un piccolo segnale di questa difficoltà, che riguarda meno il singolo episodio e più il contesto in cui è maturato.
Alla fine, la competizione si è strutturata attorno a tre candidati sindaco: Ferdinando Pinto, già alla guida della città negli anni Novanta; Corrado Fattorusso, con un profilo amministrativo che si muove tra continuità ed esperienza recente; e Raffaele Attardi, espressione di una proposta civica che punta a segnare una discontinuità più marcata. Intorno a loro, sette liste e un numero elevato di candidati consiglieri, a conferma di una partecipazione che, almeno sul piano formale, resta ampia.
Eppure, osservando con un minimo di attenzione ciò che circola in questi giorni – articoli, post sui social, commenti dei cittadini – si ha l’impressione che la campagna elettorale non sia ancora entrata davvero nel vivo. Non nel senso della visibilità, perché iniziative e prese di posizione non mancano, ma nel senso della sostanza del confronto. Si parla molto di nomi, di appartenenze, di possibili ricollocazioni, di chi c’era prima e di chi c’è oggi. Si parla, inevitabilmente, anche del passato recente, che continua a fare da sfondo a ogni discorso. Molto meno, almeno per ora, di programmi dettagliati o di proposte articolate.
Questo non significa che manchino i temi. Al contrario, tra i cittadini emergono con chiarezza alcune priorità, che ritornano con una certa insistenza: il traffico e la mobilità quotidiana, l’accesso al mare, la qualità dei servizi, la sanità, il costo della vita, la difficoltà crescente di abitare stabilmente in città. Sono questioni concrete, spesso molto lontane dalle grandi dichiarazioni di principio, ma proprio per questo indicative di una domanda diffusa di vivibilità, di normalità, di equilibrio tra le esigenze dei residenti e quelle di una città sempre più esposta ai flussi turistici.
Dentro questo quadro, due elementi sembrano caratterizzare in modo particolare l’avvio della campagna.
Il primo è la centralità, quasi inevitabile, del tema della legalità. Non c’è intervento pubblico, da parte dei candidati, che non richiami in qualche forma la necessità di ristabilire trasparenza, credibilità, rispetto delle regole. È un lessico che attraversa gli schieramenti, al di là delle differenze, e che riflette il bisogno di ricostruire un rapporto di fiducia compromesso. In alcuni casi, questo richiamo si traduce anche in scelte simbolicamente forti, come il coinvolgimento di figure provenienti dalla magistratura in un’eventuale squadra di governo, a indicare una volontà di discontinuità e di garanzia.
Ma proprio questa insistenza apre, sottotraccia, una questione più complessa: fino a che punto la politica locale è in grado di rigenerarsi dall’interno, e fino a che punto sente il bisogno di affidarsi a elementi esterni per recuperare legittimità? È una domanda che non viene posta esplicitamente, ma che emerge nelle reazioni, nei commenti, nelle perplessità espresse da alcuni cittadini.
Il secondo elemento è una diffusa, e per certi versi comprensibile, sfiducia. Non si manifesta in modo uniforme, né porta tutti alle stesse conclusioni, ma attraversa il discorso pubblico con una certa evidenza. Si riconosce nelle critiche ai cosiddetti “riciclati”, nel sospetto verso chi ha avuto ruoli nella fase precedente, nella richiesta di volti nuovi, ma anche nei toni spesso accesi che accompagnano il confronto sui social. In alcuni casi, questa sfiducia arriva a mettere in discussione il senso stesso del voto, percepito come possibile conferma di equilibri già visti; in altri, invece, si traduce in un invito a partecipare con maggiore attenzione, a scegliere con più consapevolezza.
Nel frattempo, accanto alla dimensione più propriamente politica, continuano a emergere spazi di discussione civica, come gli incontri pubblici promossi da gruppi locali su temi specifici – dallo sport alla qualità della vita – che provano a riportare il confronto su un terreno più concreto e partecipato. Anche questo è un segnale da osservare, perché indica che, nonostante tutto, esiste una domanda di coinvolgimento che va oltre la semplice competizione elettorale.
Nel complesso, questa prima settimana restituisce l’immagine di una città in attesa. I candidati iniziano a delineare le proprie posizioni, ma il confronto resta ancora, in larga parte, sospeso. I cittadini osservano, commentano, talvolta contestano, ma non sembrano aver ancora individuato riferimenti chiari e condivisi.
Le prossime settimane diranno se questa campagna riuscirà a spostarsi dai nomi ai contenuti, dalle dichiarazioni alle proposte, dal peso del passato a una visione del futuro. Per ora, più che una competizione già definita, sembra di assistere a una fase preliminare, in cui Sorrento prova, prima di tutto, a capire da dove – e con quali strumenti – ripartire.
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