Sorrento, il Tribunale dà ragione al consigliere comunale Eduardo Fiorentino: «Riconosciuto il diritto a difendere la mia reputazione»
Sorrento. Una sentenza che, secondo il consigliere comunale di minoranza Eduardo Fiorentino, segna un punto fermo sul confine tra critica e offesa. È lo stesso esponente politico a darne notizia attraverso un post pubblicato sui social, nel quale riferisce dell’esito di una causa civile davanti al Tribunale di Torre Annunziata e rivendica il riconoscimento del diritto a tutelare la propria reputazione: «Il Tribunale di Torre Annunziata ha accolto la mia domanda e ha riconosciuto la responsabilità civile di Gaetano Milone, presidente della fondazione Vervece, ex direttore del giornale Syreneo, per le espressioni utilizzate nei miei confronti in un articolo pubblicato online.
Non semplici opinioni. Non una normale critica politica.
Il Giudice ha ritenuto offensive e denigratorie alcune delle espressioni utilizzate nei miei confronti, tra cui “Clan Fiorentino”, “malefatte di giovane furfante” e il riferimento al “topo” da “derattizzare”, giudicandole oltre i limiti della continenza e quindi lesive della mia reputazione.
La sentenza ribadisce un principio semplice ma fondamentale: la libertà di espressione non è una licenza per offendere, denigrare o colpire la dignità di una persona.
Si può criticare.
Si può dissentire.
Si può fare politica.
Si possono raccontare i fatti.
Quando, però, la critica diventa attacco personale e denigrazione, esistono dei limiti. E in questo caso quei limiti sono stati riconosciuti da un Tribunale.
Per me questa sentenza non rappresenta soltanto un risarcimento di tipo economico.
Rappresenta soprattutto il riconoscimento del mio diritto a difendere il mio nome, la mia dignità e la mia reputazione.
“Il tempo è galantuomo: fa giustizia di molte cose e restituisce a ognuno il suo”».
Una presa di posizione netta, dunque, quella di Fiorentino, che sceglie di leggere il pronunciamento del Tribunale anche come una riflessione più ampia sul linguaggio utilizzato nel confronto pubblico. Una vicenda che riporta al centro del dibattito il delicato equilibrio tra il diritto di esprimere opinioni, anche dure, e il rispetto della reputazione delle persone.
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