Piano di Sorrento, ottava serata della Novena di San Michele: «Dobbiamo perdere con Dio per poter vincere» – VIDEO
Con i Vespri dell’ottava serata della Novena, la comunità di Piano di Sorrento ha vissuto con fede la vigilia della festa di San Michele Arcangelo. Al centro della celebrazione, presieduta da don Antonino D’Esposito, la figura di Giacobbe e il misterioso combattimento narrato nel libro della Genesi: una lotta che diventa immagine della vita spirituale, della preghiera e della difficile, ma liberante, esperienza di lasciare che sia Dio a vincere nella propria vita.
Il racconto biblico presenta Giacobbe mentre, dopo aver attraversato molte vicende e dopo aver commesso errori e inganni nei confronti del fratello Esaù, si prepara a tornare nella terra d’Israele. Sa che il fratello potrebbe essere ancora adirato con lui e forse desideroso di vendetta. Per questo manda avanti beni, ricchezze e familiari e rimane solo, presso il fiume, prima dell’incontro decisivo.
È proprio nella solitudine che avviene il combattimento con un personaggio misterioso, raffigurato dalla tradizione anche come un angelo, che Giacobbe riconoscerà infine come Dio stesso.
Una scena che, ha sottolineato don Antonino, può essere letta come una grande metafora della riconciliazione. Per andare incontro all’altro, infatti, non basta avere ragione o difendere il proprio orgoglio: «A volte bisogna spogliarsi, bisogna spogliarsi delle proprie cose, del proprio orgoglio». Giacobbe, prima dell’incontro con Esaù, si spoglia simbolicamente di ciò che possiede e si disarma. È un atteggiamento necessario quando si cerca una vera riconciliazione.
Ma il combattimento sul fiume assume soprattutto un significato spirituale. Giacobbe resiste, lotta, non vuole lasciare andare quel misterioso avversario finché non avrà ricevuto la benedizione. Viene colpito alla testa del femore e rimane ferito, ma proprio nella sua apparente sconfitta scopre la sua vera vittoria. Dio gli cambia il nome: non sarà più soltanto Giacobbe, ma Israele.
Da qui una delle espressioni più forti dell’omelia: «Giacobbe vince perdendo». Se avesse prevalso con le proprie forze avrebbe perso. Quando invece lascia vincere Dio, quando si arrende alla sua grazia e al suo amore, allora trova la vera vittoria. «Quando vuole vincere Dio, noi perdiamo; quando lasciamo vincere Dio sul nostro io, allora abbiamo veramente vinto», ha spiegato don Antonino.
La lotta di Giacobbe diventa così immagine della preghiera e della vita spirituale. Una lotta nella quale l’uomo è chiamato a confrontarsi con le proprie paure, convinzioni, fissazioni e dubbi, imparando progressivamente a consegnarli a Dio.
Ed è proprio la paura uno dei temi sui quali si è concentrata la seconda parte dell’omelia. Secondo don Antonino molte forme di amore disordinato possono nascere dalla paura: la paura di non essere amati, di essere lasciati soli, di non essere abbastanza, di essere sbagliati o di dover continuamente conquistare l’amore degli altri.
«Se l’amore nasce dalla paura – ha spiegato – sarà un amore inquinato, sarà un amore imperfetto, sarà un amore pericoloso».
La paura di non essere amati può infatti condurre sia al disprezzo di se stessi sia, all’opposto, a un’esasperazione dell’io, trasformando l’amore in egoismo, possesso e dipendenza. È un rischio che può riguardare anche le relazioni più importanti, quando la paura di essere lasciati o di rimanere soli finisce per condizionare il modo di amare.
A questa dinamica don Antonino ha contrapposto un’altra prospettiva: l’amore che nasce dall’amore. L’uomo può amare veramente quando prima fa esperienza di essere amato. È l’amore di Dio, ha ricordato il sacerdote, a precedere l’uomo: un amore che crea, che redime, che accompagna e che non viene meno nemmeno davanti alle imperfezioni e ai peccati.
«L’amore vero nasce dall’amore», non da una paura da colmare, non dal bisogno di possedere l’altro, ma dalla consapevolezza di essere stati amati per primi.
In questo cammino trova un posto particolare San Michele Arcangelo colui che, per tradizione, combatte contro il male, ma la sua lotta non può essere separata dall’amore di Dio.
Don Antonino ha richiamato anche un episodio contenuto nella Lettera di Giuda, uno dei testi più brevi del Nuovo Testamento, nel quale si parla della contesa dell’arcangelo Michele con Satana per il corpo di Mosè. Un particolare significativo, perché San Michele, secondo il testo biblico, non pronuncia parole offensive contro il demonio, ma si rimette al giudizio di Dio.
È un’immagine che invita a riflettere anche sul modo in cui si combatte il male. «Se tu combatti con odio, ha vinto l’odio», ha sottolineato don Antonino. Anche nel conflitto, dunque, il cristiano non è chiamato a lasciarsi guidare dall’odio, dall’arroganza o dal disprezzo.
Al termine della riflessione ritorna il tema che ha attraversato tutta la serata: lasciare vincere Dio. La vittoria cristiana non coincide necessariamente con l’affermazione del proprio io. Al contrario, può passare attraverso la capacità di arrendersi all’amore, di rinunciare all’orgoglio e di riconoscere che la propria forza non basta.
È la lezione di Giacobbe: perdere con Dio per poter davvero vincere. È anche l’invocazione rivolta a San Michele alla vigilia della sua festa: perché il combattimento spirituale non sia una lotta alimentata dalla paura o dall’odio ma un cammino nel quale l’amore di Dio possa conquistare ogni spazio della vita.
La serata si è così conclusa idealmente con una preghiera semplice e profonda: «Signore, fa’ che il tuo amore vinca in noi. Che vinca in ogni aspetto della nostra vita. Che non vinca l’io, ma che vinca Tu. E se vinci Tu, dimmi: allora ho vinto anch’io».
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