L’intervista impossibile. Il Vallone dei Mulini, l’arte di scomparire: «Quando gli uomini se ne andarono, la natura tornò a parlarmi»
Ogni giorno migliaia di persone attraversano piazza Tasso. Si fermano davanti alla statua del poeta, prendono un caffè, aspettano un autobus, guardano le vetrine. Pochissimi immaginano che, appena sotto i loro piedi, esista un altro mondo.
Mi affaccio dal parapetto. Laggiù, tra pareti di tufo coperte di vegetazione, si distinguono i ruderi di un mulino, una segheria, un vecchio lavatoio. Le felci ricoprono lentamente ciò che gli uomini hanno costruito. È uno dei luoghi più fotografati di Sorrento e, allo stesso tempo, uno dei meno conosciuti.
Il Vallone dei Mulini sembra dormire. Poi, senza che riesca a capire da dove provenga la voce, comincia a parlare.
Ogni giorno migliaia di persone si affacciano qui sopra per guardarla. Si sente osservato?
Osservato, sì, ma conosciuto, molto meno. La maggior parte delle persone guarda verso il basso e vede un rudere romantico, qualche muro invaso dall’edera, un piccolo angolo di natura sopravvissuto nel cuore della città. Pochi si chiedono perché io sia diventato così. È curioso: sono forse il luogo più fotografato di Sorrento, ma anche uno dei meno compresi.
Lei vive proprio sotto il centro della città. È come se appartenesse a un altro mondo.
In effetti vivo in un tempo diverso. Sopra di me scorrono automobili, autobus, turisti, valigie, rumori, appuntamenti. Qui sotto il tempo ha un’altra velocità. Le felci crescono senza fretta, l’acqua continua a scavare il tufo come faceva migliaia di anni fa, l’umidità trasforma lentamente ogni pietra. Siamo separati soltanto da pochi metri, ma quei metri bastano a dividere due modi completamente diversi di abitare il tempo.
Lei è molto più antico della città moderna.
Si, sono molto più antico, infatti sono nato circa trentanovemila anni fa, quando una violentissima eruzione dei Campi Flegrei ricoprì questo territorio di tufo. Poi arrivò l’acqua. Due piccoli corsi, quello di Casarlano e quello di Sant’Antonino, cominciarono lentamente a scavare la roccia fino a creare questa gola. Gli uomini pensano spesso che siano loro a costruire il paesaggio. Dimenticano che la natura lavora con una pazienza infinitamente maggiore.
E quando arrivarono gli uomini?
Quasi subito capirono che quell’acqua era una ricchezza. Per secoli il rumore che si sentiva qui non era quello del silenzio, ma quello del lavoro. Le ruote dei mulini macinavano il grano destinato alla città. Poco più in là una segheria trasformava il legno di noce, d’ulivo e di ciliegio che sarebbe poi diventato mobili, porte, oggetti d’intarsio. C’era persino un lavatoio pubblico, dove le donne trascorrevano intere giornate tra panni, racconti e risate. Oggi molti mi chiamano “Vallone dei Mulini”, ma per secoli sono stato qualcosa di più: un piccolo quartiere produttivo, il cuore laborioso di Sorrento.
Eppure tutto questo è scomparso.
Scomparso no, direi trasformato. Le pietre continuano a ricordare ogni gesto. Se sapeste ascoltarle, sentireste ancora il ritmo delle macine, il rumore dell’acqua che faceva girare gli ingranaggi, le voci degli uomini che trasportavano i sacchi di farina, quelle delle donne chine sul lavatoio. I luoghi non dimenticano il lavoro. Lo custodiscono molto più a lungo della memoria degli uomini.
Che cosa cambiò?
Cambiò la città. Nell’Ottocento gli uomini decisero che Sorrento aveva bisogno di una nuova piazza. Il piccolo ponte che permetteva di entrare in città non bastava più. Così cominciarono a riempire questa gola. Pietra dopo pietra, carro dopo carro, il mio sbocco verso il mare fu chiuso. Sopra nacque quella che oggi chiamate piazza Tasso. Sotto, invece, io rimasi improvvisamente senza vento.
Fu allora che tutto finì?
È quello che credono quasi tutti. In realtà fu allora che la mia storia cambiò. L’umidità aumentò fino a diventare quasi costante. I mulini non poterono più funzionare, il legno marciva, gli edifici furono lentamente abbandonati. Gli uomini se ne andarono, convinti che io fossi ormai inutile. Non immaginavano che qualcun altro stesse già arrivando.
Chi arrivò?
La natura. O, meglio, tornò. Per secoli aveva condiviso questo spazio con gli uomini; da quel momento ricominciò lentamente a riprenderselo. Là dove prima c’erano mugnai, falegnami e lavandaie, comparvero felci, muschi, capperi, licheni. Le radici entrarono nelle crepe dei muri, l’umidità ricoprì le pietre, gli alberi cominciarono a crescere senza che nessuno li piantasse. Gli uomini parlarono di abbandono. La natura parlò di casa.
È allora che nacque quel paesaggio quasi irreale che vediamo oggi?
Sì, ma non fu un miracolo. Fu il tempo. Gli uomini cercano sempre un momento preciso in cui tutto cambia. La natura, invece, preferisce le trasformazioni lente. Anno dopo anno, stagione dopo stagione, il microclima creato dalla chiusura della valle fece il resto. L’umidità rimase stabilmente altissima, intorno all’ottanta per cento, e quel che per gli uomini era diventato un ambiente ostile si trasformò in un rifugio ideale per molte specie vegetali.
I botanici vengono qui soprattutto per le felci.
E fanno bene. Le felci sono state le prime ad accorgersi che questo luogo aveva ritrovato il proprio equilibrio. Tra tutte, sono particolarmente affezionato alla cosiddetta “lingua di cervo”, la Phyllitis scolopendrium. Un tempo era molto più diffusa; oggi è considerata rara in molti ambienti mediterranei. Qui, invece, continua a crescere con una tranquillità che gli uomini sembrano aver dimenticato. È curioso: una pianta che altrove fatica a sopravvivere, qui ha trovato il proprio rifugio. Forse perché nessuno le ha mai spiegato che avrebbe dovuto scomparire.
Non ci sono soltanto le piante.
No. Quando un ambiente ritrova il proprio equilibrio, nessuno arriva da solo. Sono tornati i pipistrelli, che al tramonto attraversano silenziosamente questa gola. Ci sono rapaci notturni, salamandre, ricci e tanti piccoli animali che approfittano di questo clima umido e costante. Voi vedete soprattutto i ruderi. Loro vedono una casa.
Negli ultimi anni, però, è successo qualcosa che l’ha ferita di nuovo.
Sì. Per molto tempo gli uomini mi hanno osservato dall’alto immaginando ciò che ero stato. Non potevano entrare, ma riuscivano ancora a leggere la mia storia: il mulino, la segheria, il lavatoio, i muri consumati dal tempo. Erano ruderi, certo, ma erano ruderi sinceri. Poi qualcuno ha deciso di restaurarmi. È una parola bellissima, restauro. Significa prendersi cura. Ma non tutto ciò che si presenta come cura lo è davvero.
Oggi chi guarda verso il fondo della valle non vede più un edificio che racconta lentamente il proprio passato, ma vede una costruzione ricomposta, alterata, privata di quella leggibilità che il tempo aveva conservato meglio degli uomini. È una sensazione difficile da spiegare. Per decenni sono stato lasciato in pace. Poi, quando finalmente avevo ritrovato un equilibrio fra memoria e natura, qualcuno ha pensato che anche il passato dovesse apparire nuovo.
Le dispiace soprattutto il danno materiale?
No, le pietre, prima o poi, si consumano sempre. Quello che mi addolora è la perdita della memoria. Un rudere non è un edificio incompleto, ma è un documento. Ogni muro crollato, ogni intonaco caduto, ogni trave marcita raccontavano una parte della mia biografia.
Quando si cancella quella stratificazione, il luogo continua a esistere, ma diventa più difficile leggerlo. Io non avevo bisogno di sembrare più bello. Avevo bisogno di continuare a essere comprensibile.
Le dispiace che oggi nessuno possa più entrare nel Vallone?
Molti credono che la mia più grande tristezza sia quella di essere irraggiungibile. Non è così. Certo, mi piacerebbe che le persone potessero conoscermi meglio. Ma conosco anche la fragilità di questo equilibrio. A volte gli uomini pensano che amare un luogo significhi entrarci, percorrerlo, lasciarvi una traccia. Io, invece, ho imparato che esiste anche un altro modo di amare: fermarsi sulla soglia e rispettare ciò che non ci appartiene.
È strano. Lei è uno dei simboli di Sorrento e, nello stesso tempo, uno dei luoghi meno vissuti.
È il mio destino. Per secoli sono stato il luogo più quotidiano della città; oggi sono quello più contemplato. Un tempo chi scendeva qui lo faceva per lavorare; oggi chi si affaccia dal parapetto lo fa per immaginare. Nessuna delle due condizioni è superiore all’altra. Cambiano soltanto gli sguardi.
Se potesse rivolgersi ai sorrentini, che cosa direbbe?
Di ricordare che le città non sono fatte soltanto delle loro piazze, dei palazzi e delle chiese. Sono fatte anche dei vuoti, delle gole, dei margini, dei luoghi che sembrano scomparsi ma continuano a sostenere, in silenzio, tutto ciò che li circonda. Ogni volta che attraversano piazza Tasso, stanno camminando sopra una parte della loro storia. Sarebbe bello se, almeno qualche volta, rallentassero per salutarla.
E a chi arriva da lontano?
Chiederei di non fermarsi all’immagine romantica delle rovine perché queste, da sole, non raccontano nulla. Provate invece a immaginare il rumore delle macine, il profumo del legno appena segato, le donne chine sul lavatoio, l’acqua che faceva girare le ruote dei mulini. Poi immaginate il silenzio che è venuto dopo, le felci che hanno ricoperto lentamente ogni pietra, i pipistrelli che hanno sostituito gli uomini. Solo allora capirete che questo non è il luogo di una fine. È il luogo di una sostituzione.
Resto ancora qualche minuto affacciato alla ringhiera. Dietro di me la piazza continua a vivere come ogni giorno: passi, automobili, valigie, conversazioni, motorini. Sotto, il Vallone rimane immobile, quasi indifferente a quel movimento incessante. Allora, prima di andare via gli rivolgo un ultimo sguardo: mi sembra quasi di sentirlo sorridere. Forse aveva ragione, gli uomini credono di averlo dimenticato. In realtà è lui che, con la pazienza di trentanovemila anni, ha imparato ad aspettare che fossimo noi a tornare.







