Intervista impossibile. La Cattedrale di Sorrento, la memoria che attraversa i secoli: «Ogni generazione ha lasciato una pietra, ma nessuna ha costruito da sola la mia storia»
Entro dalla facciata principale in una mattina ancora silenziosa. Da fuori appare sobria, quasi austera, con quell’equilibrio neoclassico che oggi tutti considerano naturale. Eppure so che quella facciata è relativamente giovane: nacque dopo il terribile ciclone del 1904, che colpì Sorrento e danneggiò gravemente l’edificio. Basta questo dettaglio per capire che la Cattedrale non è un monumento immobile, anzi è quasi un organismo vivente, trasformato di continuo dal tempo.
All’interno la luce cambia all’improvviso. Le navate si allungano, il pavimento marmoreo accompagna lo sguardo verso l’altare, mentre ogni cappella sembra custodire una storia diversa. Mi fermo qualche istante e cominciamo a chiacchierare.
Tutti la considerano il cuore religioso di Sorrento. Lei, invece, come definirebbe se stessa?
Direi che sono la memoria lunga della città. Ho visto nascere e morire generazioni di sorrentini, ho accompagnato battesimi e funerali, incoronazioni e lutti, epidemie e liberazioni, guerre e rinascite. Le città cambiano continuamente volto, ma hanno bisogno di un luogo capace di ricordare ciò che esse stesse rischiano di dimenticare. Da quasi mille anni svolgo soprattutto questo compito.
Eppure, per molto tempo, si è creduto che la sua sede fosse stata altrove.
È una delle leggende più fortunate della storia locale. Per secoli si è immaginato che la cattedrale primitiva sorgesse presso San Renato, fuori dalle mura, oppure nella chiesa dei Santi Felice e Baccolo, e che solo nel Quattrocento fosse stata trasferita qui. La ricerca storica più rigorosa, invece, ha mostrato una realtà diversa: io sono sempre stata in questo luogo. Ciò che ha tratto in inganno gli studiosi del passato non è stato uno spostamento della cattedra vescovile, ma qualcosa di ancora più sorprendente: le trasformazioni così profonde dell’edificio da renderlo quasi irriconoscibile rispetto alle sue forme medievali.
Dunque la leggenda nasce dai cambiamenti?
Esatto, anche perché la memoria umana è fragile. Quando un edificio cambia profondamente, chi viene dopo fatica a immaginare ciò che esisteva prima e finisce per inventare spiegazioni alternative. Alla fine del Quattrocento l’arcivescovo Nardo Mormile promosse un vastissimo rinnovamento dell’antica cattedrale romanica, affidando i lavori alla bottega di Tommaso Malvito. Furono eliminati gran parte degli splendidi arredi medievali: plutei scolpiti, pilastrini, formelle, animali fantastici, aquile, grifoni, cavalli alati. Cambiò il gusto artistico e cambiò anche il volto della chiesa. Quando il passato scompare materialmente, la fantasia prova inevitabilmente a riempire quel vuoto.
Però qualcosa di quella stagione medievale è ancora visibile.
Fortunatamente sì. Basta entrare nella cappella Brancia, oggi occupata dal Battistero. Lì sopravvivono alcune magnifiche formelle marmoree medievali raffiguranti gli Apostoli, frammenti preziosi di un linguaggio artistico che un tempo attraversava tutta la cattedrale. Sono come pagine sopravvissute di un libro quasi completamente perduto. Ogni volta che qualcuno le osserva con attenzione, una parte della mia storia torna a respirare.
Anche la sua facciata racconta un cambiamento.
Certamente, infatti quella che vedete oggi non è la facciata che conobbero i vostri bisnonni. Nell’agosto del 1904 un violentissimo ciclone colpì Sorrento provocando danni enormi in tutta la città. Anch’io fui gravemente lesionata e dovetti essere ricostruita. La facciata assunse allora le forme neoclassiche che ancora oggi mi caratterizzano. Molti credono che un monumento debba conservare sempre lo stesso volto. Io, invece, porto sul mio corpo le tracce delle ferite, delle ricostruzioni e delle epoche che mi hanno attraversata. È proprio questo a rendermi autentica.
Nel corso dei secoli lei ha cambiato anche dedicazione.
Le dedicazioni raccontano l’evoluzione della devozione, non la perdita dell’identità. In origine ero legata ai santi vescovi Renato e Valerio, figure fondamentali della Chiesa sorrentina. Successivamente si affermò il culto dei santi Filippo e Giacomo il Minore, consacrato ufficialmente nel XII secolo, mentre la devozione all’Assunta divenne sempre più centrale nella spiritualità cittadina. Insomma, le comunità crescono, cambiano sensibilità, accolgono nuovi culti. Io ho custodito tutti questi passaggi senza rinnegare nessuno di essi.
Lei si trova nel cuore della città antica. È stata una scelta casuale?
No, al contrario, perché una cattedrale medievale non poteva sorgere fuori dalle mura di una città continuamente esposta agli attacchi provenienti dal mare. Doveva trovarsi nel luogo più protetto e più rappresentativo dell’abitato. La mia posizione racconta molto più della semplice geografia urbana: racconta un’epoca nella quale la sicurezza, la religione e il governo della città costituivano un unico sistema.
Ogni giorno tantissime di persone entrano qui. Che differenza vede tra i fedeli e i turisti?
Molto meno di quanto si creda, dal momento che alcuni arrivano per pregare, altri per osservare un’opera d’arte, altri ancora soltanto per cercare un po’ di fresco nelle giornate estive. Ma quasi tutti, prima o poi, abbassano la voce. È come se questo spazio ricordasse spontaneamente che esistono luoghi nei quali l’uomo, qualunque sia il motivo della sua visita, avverte il bisogno di rallentare. La contemplazione assume forme diverse, ma resta sempre contemplazione.
Lei custodisce anche qualcosa che parla profondamente dell’identità sorrentina: l’intarsio.
È vero, e forse non tutti se ne accorgono. Molti visitatori alzano subito gli occhi verso gli altari o le tele, ma io li inviterei anzitutto a fermarsi sulla soglia. Il grande tamburo d’ingresso, realizzato nel 1989 su disegno di Vincenzo Stinga e magistralmente eseguito dall’intarsiatore Giuseppe Rocco, racconta con il linguaggio del legno alcune delle pagine più importanti della storia religiosa di Sorrento: l’arrivo di san Pietro da san Renato e quello delle reliquie dei santi Filippo e Giacomo. È quasi una porta narrativa: prima ancora di entrare, il visitatore attraversa la memoria della città. Ma l’intarsio non si ferma all’ingresso perché, se raggiungete il presbiterio, troverete il magnifico coro ligneo ottocentesco, uno dei risultati più alti della scuola sorrentina. In quelle tarsie il legno perde la propria natura e diventa architettura, paesaggio, prospettiva, luce. È un’arte paziente, fatta di migliaia di piccoli frammenti che trovano armonia soltanto quando vengono uniti. Forse è anche una bella metafora della comunità: nessuno costruisce un’opera simile da solo, così come nessuna città nasce dal lavoro di una sola persona.
Cosa vorrebbe che i sorrentini non dimenticassero mai?
Vorrei che sapessero che nessuna comunità nasce tutta insieme. Ad esempio, io non sono l’opera di un solo architetto, di un solo vescovo o di una sola generazione, ma invece sono il risultato di secoli di aggiunte, restauri, errori, demolizioni, intuizioni, preghiere e lavoro. In altre parole, ogni epoca mi ha lasciato qualcosa, qualche volta costruendo, qualche volta cancellando, perché è così che cresce una città: non conservando tutto immobile, ma sapendo distinguere ciò che può cambiare da ciò che merita di essere custodito.
A questo punto esco nuovamente sul Corso Italia. La facciata appare identica a quando ero entrato, eppure ora la guardo diversamente. Capisco che la sua vera bellezza non consiste nell’essere rimasta uguale a se stessa, ma nell’essere riuscita ad attraversare quasi un millennio senza perdere la propria anima. Alcuni edifici raccontano una storia. La Cattedrale di Sorrento, invece, le contiene tutte.




