Il termine “Scala / Scalinatella” analizzato nel Piccolo Dizionario Amorevole della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana
Scala / Scalinatella s. f. – Infrastruttura pedonale permanente, incisa nel pendio; forma antica di collegamento verticale tra mare, campagna e borghi alti. È un dispositivo fondato sulla fatica del corpo e sulla misura del passo. La scala precede la strada: non nasce per il transito rapido, ma per rendere utilizzabile un dislivello. È il modo con cui le comunità hanno imparato a convivere con la pendenza, trasformando il fianco montuoso in percorso.
Nella Penisola Sorrentina e, ancor più marcatamente, nella Costiera Amalfitana, la scala è una forma primaria di organizzazione dello spazio. Dove la strada carrabile è tarda, invasiva o impossibile, la scala è antica, discreta, adattiva. Collega il mare ai borghi alti, le case ai campi, i terrazzamenti tra loro; consente il trasporto a spalla, la salita quotidiana, la discesa carica. È una tecnologia povera ma sofisticata, che distribuisce lo sforzo, spezza la pendenza, rende possibile l’impraticabile.
A differenza della strada, la scala non neutralizza il dislivello, ma lo rende percepibile. Ogni gradino è una misura del corpo, ogni rampa un tempo di respiro. Salire una scala lunga è più del semplice spostarsi nello spazio, perché sigifica attraversare una soglia fisiologica: il fiato che si accorcia, il ritmo che cambia, il paesaggio che si apre a scatti. Per questo la scala è anche una pedagogia implicita del territorio, infatti insegna che qui nulla è immediato, che ogni collegamento ha un costo fisico.
Nella Costiera Amalfitana la scala diventa cifra strutturale del paesaggio: le scale non sono eccezioni, ma ossatura, infatti attraversano nuclei abitati, tagliano agrumeti, si insinuano tra muri a secco e case addossate. Sono spesso più antiche degli edifici che servono e continuano a funzionare anche quando il contesto muta. Non conducono solo “da” e “a”, ma tengono insieme una stratificazione verticale di vite, lavori, tempi.
A questa economia della scala appartiene ancora oggi la presenza dei muli, soprattutto nella Costiera Amalfitana, dove animali da soma continuano a percorrere le scalinatelle trasportando materiali edili, derrate, attrezzi agricoli. Il loro passo lento e sicuro affianca quello umano, redistribuisce lo sforzo, rende possibile ciò che la strada non raggiunge. È una collaborazione antica e concreta, dal momento che la verticalità di questi luoghi non è mai stata affrontata in solitudine, bensì attraverso alleanze tra corpi, tecniche e animali.
Il termine scalinatella, diminutivo affettivo, introduce una dimensione ulteriore. Non indica solo una scala piccola, ma una scala vissuta, quotidiana, cantabile, interiorizzata. È una parola che alleggerisce la fatica senza negarla, che trasforma lo sforzo in ritmo. Non a caso, “Scalinatella” è anche il titolo della celebre canzone napoletana del 1948, resa popolare da Roberto Murolo, in cui il camminare diventa metrica e la salita diventa racconto sentimentale. La scala non è più solo infrastruttura, ma scena dell’incontro, dell’attesa e del desiderio.
Ma questa trasposizione musicale non è casuale, perché la scala, più della strada, si presta alla narrazione, infatti è lenta, ripetitiva, in una certa misura è intima. Chi sale o scende è esposto, visibile, vulnerabile, per cui la scala è uno spazio di passaggio che non consente distrazioni, ma obbliga a stare nel corpo e nel luogo. È forse per questo che, nell’immaginario mediterraneo, diventa facilmente spazio simbolico, teatro minimo di storie d’amore, di separazioni o di ritorni.
Oggi, in molti casi, la scala sopravvive accanto o sotto la strada, marginalizzata ma non cancellata. Continua a essere percorsa da residenti, da chi conosce i tempi e le scorciatoie, mentre il visitatore la scopre come esperienza “autentica”, spesso sottovalutandone la funzione originaria. Eppure, senza le scale, questo paesaggio verticale non avrebbe potuto essere abitato, coltivato e mantenuto.
In definitiva, la scala è l’antica grammatica paesaggistica della verticalità: non promette velocità, ma continuità; non semplifica il territorio, lo accompagna. Ricorda, cioè, che qui l’abitare non è mai stato orizzontale, e che ogni collegamento vero passa ancora dal corpo, dal fiato e dalla pazienza del passo.
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