Gaetano Mastellone: «Il disagio dei giovani non si risolve senza ascolto». Un appello agli adulti per andare oltre divieti e sanzioni
C’è una domanda che dovremmo porci tutti, come genitori, educatori, cittadini e rappresentanti delle istituzioni: stiamo davvero ascoltando i nostri giovani? Oppure ci accorgiamo delle loro difficoltà soltanto quando il disagio diventa visibile, si trasforma in rabbia o sfocia in comportamenti che scuotono le coscienze?
È da questo interrogativo che prende le mosse la riflessione di Gaetano Mastellone che affida a un intervento dai toni diretti e profondamente umani una questione sempre più urgente: il malessere delle nuove generazioni, che può manifestarsi anche in giovanissimi tra gli 11 e i 15 anni.
Un tema che non può essere liquidato con giudizi affrettati né affrontato esclusivamente attraverso provvedimenti repressivi. Condannare la violenza è necessario, ma altrettanto necessario è comprendere ciò che può nascondersi dietro determinati comportamenti, senza confondere la comprensione con la giustificazione.
Mastellone invita soprattutto gli adulti a mettersi in discussione. Famiglia, scuola, social network, mancanza di spazi di aggregazione e modelli comportamentali sono elementi che meritano attenzione, così come la necessità di sostenere chi ogni giorno è chiamato ad accompagnare i ragazzi nel loro percorso di crescita.
Il suo è un richiamo alla responsabilità collettiva: non bastano divieti e sanzioni se non si costruiscono, parallelamente, relazioni solide, opportunità concrete e luoghi nei quali i giovani possano sentirsi accolti. E non basta parlare di disagio giovanile se poi quel disagio viene utilizzato per alimentare polemiche o contrapposizioni politiche.
Gaetano Mastellone scrive: «IL DISAGIO DEI GIOVANI NON SI RISOLVE SENZA ASCOLTO
Riflessione di un italiano che ha vissuto, lavorato e affrontato tante prove.
Ci chiediamo davvero che cosa ci sia dietro il malessere di tanti giovani, persino dei ragazzi tra gli 11 e i 15 anni? Ci fermiamo ad ascoltarli oppure ci accorgiamo di loro soltanto quando quel disagio esplode?
La violenza va condannata, senza ambiguità. Comprendere le cause non significa giustificarla: significa impegnarsi perché non si ripeta.
Non possiamo pensare di affrontare un problema così profondo soltanto con divieti, sanzioni e decreti. Le regole servono e devono essere rispettate, ma da sole non bastano a costruire fiducia, responsabilità e prospettive.
Dobbiamo interrogarci sulla solitudine, sulle difficoltà nelle famiglie e nella scuola, sulla mancanza di luoghi di incontro e sul rapporto con i social. E dobbiamo domandarci quali esempi offriamo noi adulti, nel linguaggio e nei comportamenti quotidiani.
Quando si accende un fuoco, bisogna intervenire prima che diventi un incendio. Sottovalutarlo è un errore. Alimentarlo per convenienza politica, visibilità o propaganda è una responsabilità ancora più grave.
Da bambino, da giovane e da adulto ne ho viste e passate tante. L’esperienza mi ha insegnato che voltarsi dall’altra parte non risolve nulla. E che nessun ragazzo dovrebbe sentirsi già perduto o senza possibilità di cambiare.
Servono famiglie sostenute, scuole messe nelle condizioni di educare, sostegno psicologico accessibile, sport, cultura e spazi di aggregazione. Servono adulti presenti, capaci di porre limiti e, insieme, di offrire fiducia.
Ai giovani dobbiamo chiedere rispetto e responsabilità. Noi adulti dobbiamo offrire altrettanto: presenza, coerenza e ascolto.
Non trasformiamo il loro disagio in uno strumento della perenne campagna elettorale. Facciamone una priorità educativa, sociale e civile.
La parola da cui cominciare è una: ASCOLTO.
Ma ascoltare davvero significa anche agire».
Il messaggio che emerge dalla riflessione è chiaro: il disagio giovanile non può diventare un argomento da affrontare soltanto sull’onda dell’emozione suscitata da episodi di cronaca. Richiede continuità, investimenti, attenzione e una rete capace di sostenere i ragazzi prima che le difficoltà diventino più profonde. Il compito non spetta a una sola istituzione. Le famiglie hanno bisogno di essere accompagnate, la scuola deve poter svolgere pienamente la propria funzione educativa e i territori devono offrire opportunità di incontro, sport, cultura e partecipazione. Allo stesso tempo, è fondamentale che i giovani possano trovare adulti disposti ad ascoltarli senza pregiudizi, capaci di porre regole chiare ma anche di riconoscere le loro fragilità.
La riflessione di Mastellone invita, dunque, a superare la contrapposizione tra fermezza e comprensione: sono entrambe necessarie. Perché educare significa anche stabilire dei limiti, ma senza rinunciare alla fiducia nella possibilità di cambiare.
Il punto di partenza resta una parola semplice, troppo spesso evocata e non abbastanza praticata: ascolto. Un ascolto che non si esaurisca nelle dichiarazioni, ma si traduca in presenza quotidiana, servizi accessibili e azioni concrete.
Perché il disagio dei giovani non si risolve senza ascolto. E l’ascolto, per essere autentico, deve diventare responsabilità condivisa e impegno concreto.
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