Mafia, influencer e ddl Varchi. L’analisi del criminologo di Sorrento Avv. Luigi Alfano
Mafia, influencer e ddl Varchi l’argomento al centro di una recente puntata del programma televisivo “Fatti di Nera”, in onda su Cusano TV, con la partecipazione dell’avvocato e criminologo forense Luigi Alfano, originario di Sorrento e figura di spicco nel panorama investigativo italiano, cassazionista del foro di Nocera Inferiore, consulente del Tribunale di Torre Annunziata e perito della Procura di Napoli.
Un nuovo disegno di legge alla Camera dei Deputati ha riportato al centro dell’attenzione il delicato equilibrio tra libertà di espressione, narrazione pubblica e lotta alla criminalità organizzata. Promosso dalla deputata di Fratelli d’Italia Maria Carolina Varchi, il ddl vuole introdurre nel codice penale una norma capace di sanzionare chi esalta o glorifica comportamenti mafiosi, mettendo sotto osservazione non solo i crimini reali, ma anche le forme in cui questi vengono raccontati o rappresentati nel linguaggio pubblico e nei mezzi di comunicazione.
La proposta di legge mira a estendere la definizione di apologia di mafia in modo da includere espressioni, contenuti o narrazioni che, pur non promuovendo direttamente reati, ripropongono atti o comportamenti legati alle mafie con un intento celebrativo o di ammirazione. Secondo l’impostazione del testo, questa forma di esaltazione potrebbe configurarsi come reato e portare a pene fino a tre anni di reclusione e a sanzioni economiche, con aggravanti rilevanti in presenza di diffusione tramite stampa, televisione o piattaforme digitali.
L’elemento che più ha scatenato reazioni è proprio il coinvolgimento dei social e del mondo dell’influencer culture: con questa formulazione giuridica, infatti, potrebbero finire sotto la lente anche contenuti creati da content creator che, per motivi narrativi o di intrattenimento, parlano di mafia in modo complesso o ambiguo. Le serie televisive e le produzioni audiovisive che raccontano le dinamiche della criminalità organizzata – da Gomorra a Suburra – sono state citate come esempi potenziali, finendo al centro di un acceso dibattito su quale sia il confine tra rigore civico e censura culturale.
Non sorprende quindi che artisti e professionisti della cultura abbiano espresso preoccupazioni. In occasione della presentazione di un nuovo progetto televisivo, l’attore e regista Marco D’Amore ha ironicamente osservato che se la legge venisse applicata letteralmente, molti addetti ai lavori rischierebbero di trovarsi nei guai, sollevando così un interrogativo più profondo: che ruolo hanno le narrazioni artistiche nel comprendere e contrastare la mafia?
Sul fronte politico, i sostenitori della norma sostengono che viviamo in un’epoca in cui certi simboli e linguaggi possono normalizzare fenomeni pericolosi soprattutto tra i più giovani. Per loro, una legge più chiara contro l’esaltazione di valori criminali sarebbe uno strumento importante per scoraggiare forme di emulazione.
I critici, però, mettono in guardia contro il rischio di limitare ingiustamente la libertà d’espressione e il lavoro creativo. Secondo le opposizioni e alcuni osservatori culturali, una normativa troppo ampia potrebbe avere l’effetto opposto a quello voluto: invece di educare e prevenire, soffocherebbe il dialogo critico e la capacità dell’arte di raccontare fenomeni sociali complessi. infosannio
In definitiva, il ddl Varchi su mafia e narrazioni contemporanee si trova al crocevia tra due esigenze apparentemente opposte: da un lato, il desiderio di contrastare la violenza simbolica e reale delle mafie; dall’altro, la tutela delle libertà fondamentali in un mondo in cui influencer, media e creativi costruiscono gran parte del nostro immaginario collettivo. Il dibattito parlamentare che ne seguirà potrebbe ridefinire non solo confini giuridici, ma anche il rapporto tra cultura, responsabilità sociale e libertà di espressione nell’era digitale.




