Intervista impossibile. Monte Faito, la montagna che insegna a guardare: «Più salite, più il mondo diventa comprensibile»
La strada si arrampica con una successione di tornanti che sembrano allontanarmi dal mare, ma invece accade il contrario. A ogni curva il Golfo di Napoli si apre un po’ di più, il Vesuvio cambia prospettiva, Capri sembra avvicinarsi e la Penisola Sorrentina rivela lentamente la propria forma. È come se la distanza permettesse finalmente di vedere ciò che, da vicino, resta nascosto.
Quando raggiungo l’altopiano, il bosco assorbe ogni rumore. Le faggete lasciano filtrare una luce sottile e l’aria ha una freschezza che, anche in piena estate, sorprende sempre. Qui sopra il tempo sembra seguire un ritmo diverso.
Mi siedo su un tronco caduto. Davanti a me la montagna tace, ma poi cominciamo a parlare.
Molti la considerano semplicemente una montagna panoramica. Lei, invece, chi sente di essere?
Mah, difficile dirlo, ma proverei a capirlo svelando che da secoli accolgo chi desidera cambiare punto di vista. Salire fin quassù significa guadagnare quota, ma anche imparare che il paesaggio è fatto di relazioni. Mi spiego: da questa cima il mare non è più soltanto mare, le città non sono più soltanto città, le coste smettono di apparire separate, ma tutto entra in rapporto con il resto. È questo che provo a insegnare da sempre: qualche volta bisogna allontanarsi per comprendere davvero ciò che si ama.
Eppure lei e il mare sembrano appartenere a due mondi opposti.
È un’impressione che inganna, perché noi non siamo mai stati rivali, anzi abbiamo sempre lavorato insieme. Dai miei boschi proveniva il legname che alimentava i cantieri navali di Castellammare; dai miei versanti scendevano muli carichi di carbone, di legna e persino di neve; dal mare, invece, arrivavano uomini, idee, commerci. La Penisola Sorrentina è nata proprio da questo dialogo continuo tra l’alto e il basso. Chi osserva soltanto la costa conosce metà della sua storia. L’altra metà è nascosta tra questi faggi.
A proposito di neve, oggi pochi sanno che lei custodiva il freddo dell’inverno per regalarlo all’estate.
È una delle storie che preferisco raccontare. Molto prima dei frigoriferi, le mie doline e le mie neviere conservavano la neve caduta durante l’inverno. Gli uomini la pressavano con pazienza, alternando strati di neve e foglie di faggio, fino a trasformarla in enormi riserve di ghiaccio naturale. Quando arrivava il caldo, quei blocchi venivano estratti e trasportati rapidamente verso Castellammare, Vico Equense e poi fino a Napoli. Così, mentre qui si ricordava ancora l’inverno, laggiù qualcuno beveva vino fresco o gustava un sorbetto. Mi piace pensare che, per secoli, abbia custodito un pezzo di gennaio per donarlo ad agosto.
Anche la spiritualità ha trovato qui uno dei suoi luoghi più intensi.
Forse perché le montagne insegnano il silenzio. Catello, vescovo di Stabia, e Antonino salirono fin quassù per cercare ciò che nelle città sembrava impossibile trovare: ascolto, raccoglimento, essenzialità. La tradizione racconta che proprio qui apparve loro l’Arcangelo Michele, trasformando questa cima in uno dei grandi luoghi micaelici del Mezzogiorno. Ma ciò che conta davvero non è stabilire dove finisca la storia e dove cominci la leggenda, bensì conta comprendere il significato di quella salita. Prima di tornare tra gli uomini, entrambi sentirono il bisogno di attraversare la solitudine della montagna. Ogni comunità, qualche volta, ha bisogno di qualcuno che sappia prima fermarsi, per poi ricominciare a camminare.
Il suo stesso nome racconta un legame profondo con il bosco.
Certo, infatti mi chiamo così perché per secoli sono stato la montagna dei faggi. Modellando il paesaggio, quelle foreste hanno anche determinato mestieri, economie, modi di abitare. Hanno fornito ombra ai viandanti, legname ai carpentieri, foglie alle neviere, rifugio agli animali e agli uomini. Un bosco non è un insieme di alberi. È una comunità vivente, dove ogni elemento sostiene gli altri. Chi entra davvero in una faggeta se ne accorge subito: il silenzio non è assenza di vita, ma il suo linguaggio più discreto.
Nel Novecento la funivia ha cambiato il modo di raggiungerla.
Ha cambiato soprattutto il modo di immaginarmi. Per secoli arrivare fin quassù richiedeva ore di cammino lungo mulattiere e sentieri, in cui la salita faceva parte dell’esperienza stessa della montagna. Invece, con la funivia il viaggio è diventato improvvisamente leggero: in pochi minuti il mare si allontana e il bosco prende il suo posto. È stata una straordinaria opera di ingegneria, capace di avvicinare migliaia di persone a questo altopiano. Ogni tecnologia modifica il nostro rapporto con lo spazio, ma la vera sfida consiste nel fare in modo che la velocità non ci faccia perdere lo stupore.
Nel 2025, però, questa montagna è stata segnata da una tragedia che nessuno dimenticherà.
Ci sono giorni che una montagna custodirebbe volentieri nel silenzio. Quel giorno il dolore attraversò questi boschi con la stessa forza del vento. Le montagne conoscono il rischio, proprio come conoscono la bellezza. Per questo chiedono rispetto, manutenzione, responsabilità. Le opere costruite dagli uomini sono straordinarie quando vengono curate con la stessa attenzione con cui sono state progettate. Anche la memoria, qualche volta, serve a proteggere il futuro.
Perché, nonostante tutto, continua ad attirare così tante persone?
Perché non offro soltanto un panorama. Offro una prospettiva. Chi arriva fin quassù scopre che il mare non finisce dove incontra la costa, che le città sono parte di una geografia più ampia, che la natura e la cultura non vivono separate. Ogni volta che qualcuno si affaccia da uno dei miei belvedere, comprende un po’ meglio la forma di questa terra. È il privilegio delle montagne: aiutare gli uomini a rimettere ordine nei propri pensieri.
Ridiscendo verso la costa mentre il sole comincia lentamente a inclinarsi sul golfo. Il mare è lo stesso che avevo lasciato qualche ora prima, eppure mi sembra diverso. Forse il Monte Faito aveva ragione: esistono luoghi che non chiedono di essere conquistati, bensi semplicemente ascoltati. E quando li si lascia, il paesaggio non è cambiato, ma siamo noi ad essere cambiati.




