Intervista impossibile. Castello Giusso, il potere che accoglie: «Le mura servono davvero soltanto quando custodiscono la vita»
Ci sono edifici che si comprendono già da lontano, ma il Castello Giusso chiede di essere attraversato, perché bisogna oltrepassare il portone, percorrere lentamente il cortile e raggiungere la terrazza affacciata sul Golfo di Napoli. Solo allora si scopre che la sua vera forza non è l’imponenza delle mura, ma lo sguardo che da oltre sette secoli continua a posarsi sul mare.
Quando arrivo, alcuni tecnici stanno preparando una sala per un convegno. Poco più in là un fotografo sistema le luci per un matrimonio che sarà celebrato nel pomeriggio. Mi sembra quasi un paradosso: un’antica fortezza militare che oggi ospita promesse d’amore, concerti, mostre e incontri culturali. Forse è proprio questa la prima domanda da rivolgergli.
Lei è nato come castello militare. Oggi, invece, accoglie matrimoni, conferenze e mostre d’arte. Si riconosce ancora nella sua storia?
Mi riconosco proprio perché ho saputo cambiare. Le pietre che mi compongono sono quasi le stesse, ma il loro significato si è trasformato molte volte. Quando fui costruito, tra il 1284 e il 1289, il mio compito era controllare questo tratto di costa e difendere Vico Equense. Avevo soldati, magazzini, fossati, torri e sentinelle. Oggi continuo a svolgere una funzione di protezione, ma in modo completamente diverso. Custodisco incontri, idee, emozioni, ricordi. Se un edificio rimane identico a se stesso per sette secoli, probabilmente è morto. Io ho preferito restare vivo.
Ha conosciuto re, feudatari e famiglie aristocratiche. Che cosa ha imparato osservando così da vicino il potere?
Che il potere è sempre provvisorio. Ho visto succedersi gli Angioini, gli Aragonesi, i Carafa, i Di Capua, i Ravaschieri, la famiglia Giusso e molte altre persone convinte, ciascuna a suo modo, di poter lasciare un’impronta definitiva. Tutti hanno modificato qualcosa: una sala, un giardino, una facciata, una torre. Alcuni hanno aggiunto bellezza, altri hanno semplicemente seguito il gusto del proprio tempo. Alla fine, però, sono rimasto io ad assistere al loro passaggio. Gli uomini possiedono i castelli soltanto per qualche decennio; sono i castelli, semmai, a custodire la memoria degli uomini.
Del castello medievale resta ormai ben poco.
È vero, e non me ne rammarico, perché le trasformazioni fanno parte della mia biografia. Nel Quattrocento furono costruite nuove torri e un fossato; nel secolo successivo alcune strutture difensive lasciarono spazio a una residenza più elegante; nel Seicento arrivarono giardini, giochi d’acqua, saloni affrescati e collezioni d’arte. Più tardi la famiglia Giusso mi donò il colore rosato che ancora oggi mi distingue e decorò ambienti come il Salone delle Armi e quello dei Ventagli. Qualcuno potrebbe dire che ho perso la mia identità originaria, eppure io credo, invece, di averne semplicemente accumulate molte.
Porta il nome della famiglia Giusso. Che cosa le ha lasciato?
Molto più di un cognome. Quando Luigi Giusso mi acquistò nel 1822, vidi cominciare una nuova stagione della mia vita. Suo figlio Girolamo comprese che una dimora storica non doveva limitarsi a conservare il passato: poteva reinterpretarlo. Restaurò sale, decorò ambienti, mi donò quella tonalità rosa salmone che oggi tutti riconoscono, come dicevo poco fa, e trasformò un’antica fortezza in una residenza capace di dialogare con il proprio tempo. È curioso: molti pensano che il mio nome celebri una famiglia. In realtà ricorda soprattutto la scelta di credere che anche un edificio medievale potesse continuare a vivere senza rinnegare la propria storia.
Tra le persone che hanno abitato queste stanze ce n’è una che ancora oggi viene ricordata con particolare emozione: Gaetano Filangieri.
Sì, lui arrivò qui cercando un clima più favorevole alla sua salute, sperando che l’aria di Vico Equense gli restituisse un po’ di forza. Morì tra queste mura il 21 luglio 1788, era uno dei più grandi giuristi e pensatori dell’Illuminismo europeo. Mi colpì il contrasto tra la fragilità del suo corpo e la straordinaria vitalità delle sue idee. Gli uomini spesso immaginano che siano gli edifici a sopravvivere alle persone, ma qualche volta accade il contrario: sono le idee a rendere immortali i luoghi che le hanno ospitate.
Da questa terrazza il panorama è straordinario. Dopo tanti secoli, non si è ancora stancato di guardarlo?
Come potrei? Ogni giorno il mare cambia colore, il Vesuvio cambia luce, le nuvole riscrivono l’orizzonte. Il paesaggio non è mai una fotografia: è una conversazione continua tra il tempo e la natura, per cui, forse, è questo il privilegio più grande che possiedo. Gli uomini vengono qui per osservare il panorama; io, invece, da secoli osservo gli uomini mentre contemplano il panorama. E vi assicuro che anche i loro sguardi cambiano con il passare delle epoche.
Oggi molti la conoscono soprattutto come luogo di matrimoni.
È una delle trasformazioni che più mi commuove. Pensi alla mia storia: nacqui per preparare la guerra e oggi accolgo persone che scelgono di costruire una famiglia. Le sale che un tempo ospitavano strategie militari vedono ora bambini che corrono, musicisti che suonano, amici che brindano, sposi che si promettono il futuro. Esiste un destino più bello per un’antica fortezza? Credo che le mura trovino il loro significato più alto quando smettono di dividere e imparano ad abbracciare.
Anche la sua cappella racconta una lunga continuità.
Sotto la cappella dedicata a Santa Maria della Stella sopravvive la memoria di un luogo ancora più antico, dove sorgeva una chiesa retta dai monaci benedettini. È una storia che si ripete spesso in Italia: gli edifici cambiano, ma i luoghi conservano una sorprendente fedeltà a se stessi. Gli uomini trasformano le architetture; lo spirito dei luoghi, invece, continua silenziosamente ad attraversarle.
Che cosa direbbe a chi entra qui per la prima volta?
Direi di non fermarsi all’eleganza delle sale o alla bellezza della terrazza. Ogni edificio importante possiede almeno due architetture: la prima è quella costruita con la pietra, mentre la seconda è quella edificata dal tempo. Camminando tra queste stanze incontrerete entrambe. Ascoltate le voci dei soldati medievali, dei feudatari, dei giardinieri, dei Gesuiti, degli studiosi, degli sposi, dei musicisti. Sono tutti ancora qui, anche se non si vedono. Un castello non è fatto soltanto di mura, ma è fatto delle vite che ha imparato ad accogliere.
Mentre esco dal Castello Giusso, gli invitati al matrimonio stanno cominciando ad arrivare. C’è chi sistema un fiore all’occhiello, chi controlla il velo della sposa, chi sorride senza sapere di camminare sopra oltre sette secoli di storia. Mi volto un’ultima volta verso quelle mura affacciate sul mare e penso che, forse, il destino più alto di una fortezza non sia quello di resistere agli assedi, ma quello di imparare, lentamente, a custodire la felicità degli uomini.




