Intervista impossibile. I Bagni della Regina Giovanna, il diritto di essere riconosciuti: «Ogni paesaggio racconta più di ciò che mostra»
L’ultimo tuffo è già un ricordo. Restano soltanto il rumore dell’acqua e qualche gabbiano che torna a posarsi sulle rocce. Davanti a me c’è uno dei luoghi più fotografati della Penisola Sorrentina: una piccola insenatura circolare, protetta da un arco naturale di pietra e affiancata dai resti di un’antica villa romana.
È in quell’ora sospesa, quando la cala ricomincia lentamente ad appartenere a se stessa, che decido di rivolgerle la parola. Tutti la chiamano Bagni della Regina Giovanna, ma basta pronunciare quel nome per capire che, prima ancora di raccontare un luogo, si sta scegliendo quale delle sue tante storie ascoltare.
Tutti la conoscono come Bagni della Regina Giovanna. È davvero questo il suo nome?
È il nome con cui mi riconoscete oggi, ma non è stato il primo. Sono stata Punta del Capo, sono stata Punta di Santa Fortunata, quando un piccolo monastero e una cappella vegliavano su queste rovine, e molto prima ancora ero semplicemente una costa dove la roccia aveva deciso di aprirsi al mare. Ogni epoca mi ha lasciato un nome, proprio come ogni generazione lascia un’impronta su una casa antica. Non rinnego nessuno di quei nomi, perché ciascuno racconta una parte della mia vita.
E quando è arrivata la regina?
Molto tardi. Quando il suo nome cominciò a circolare, io avevo già attraversato molti secoli. Voi raccontate che qui venisse Giovanna II d’Angiò, regina di Napoli nel Quattrocento, per incontrare i suoi amanti lontano dagli occhi della corte. Non so dirle se sia davvero accaduto. I luoghi conservano molte cose, ma non sempre possono distinguere ciò che è avvenuto da ciò che gli uomini hanno desiderato credere. So però che quella storia era troppo affascinante per essere dimenticata: una sovrana, gli intrighi di corte, gli amori clandestini, un’insenatura nascosta. Alla fine la leggenda è diventata più forte della storia e ha finito per regalarmi il nome con cui oggi mi conoscete.
Ma lei esisteva già molto prima di quella leggenda.
Naturalmente. Quando la regina non era nemmeno immaginabile, qui sorgeva una delle più belle ville marittime della costa campana, probabilmente appartenuta a Pollio Felice. Chi la costruì aveva compreso qualcosa che ancora oggi molti visitatori intuiscono appena: questo non era soltanto un luogo bello, era un luogo armonioso. La roccia proteggeva il mare, il mare rifletteva la luce sulle pareti della villa, e l’architettura sembrava nascere dalla costa anziché imporsi su di essa. Era un modo di abitare il paesaggio, non di dominarlo. Più tardi arrivarono i monaci, la cappella di Santa Fortunata, gli studiosi, gli archeologi. Ognuno ha aggiunto uno strato alla mia memoria, anche se oggi molti vedono soltanto l’ultimo.
Eppure, nell’Ottocento, qualcuno preferì dimenticare la regina. Gaetano Canzano Avarna, nelle Leggende Sorrentine, raccontò un’altra storia: quella degli Spiriti della Villa Pollio.
Perché aveva capito che ogni luogo custodisce più di una memoria. Quando la villa era ormai un rudere, queste rocce erano isolate, difficili da raggiungere, perfette per chi voleva nascondersi. Qui trovarono rifugio contrabbandieri e ladri; qui si sfidarono gentiluomini che difendevano l’onore con la spada; qui qualcuno perse la vita. Il mare, il vento e le rovine fecero il resto. Così nacque la convinzione che, allo scoccare della mezzanotte, una giovane donna vestita di bianco emergesse dalle acque mentre un cavaliere oscuro arrivava da Sorrento cavalcando un destriero alato. I due si incontravano sulla spianata della villa e vi danzavano fino all’alba, in una tregenda che terrorizzava pescatori e contadini.
Lei ci crede?
Credo che le leggende dicano quasi sempre la verità, ma non nel modo in cui pensate voi. Non raccontano fatti: raccontano paure. Quelle apparizioni parlano di uomini che avevano imparato a temere questo luogo quando il sole tramontava, di rovine che sembravano animate dalla luna, di un mare che di notte cambiava voce. Gli spiriti non sono il contrario della storia. Sono il modo in cui una comunità prova a spiegare ciò che la inquieta.
Canzano Avarna collega poi quella leggenda alla storia di Corrado Capece e Diana.
Sì. Una storia d’amore spezzata, come molte altre. Corrado, giovane nobile del Sedil Dominova, vide svanire il proprio futuro quando Ferdinando d’Aragona sedusse Diana durante una festa di corte. Lui si ritirò dalla vita mondana, lei lasciò Sorrento. La tradizione racconta che, da quel momento, anche gli spiriti smisero di apparire. Mi piace questa conclusione. Gli uomini hanno bisogno che ogni leggenda trovi una pace, anche quando la vita raramente la concede.
Molti arrivano qui convinti di trovare semplicemente una piscina naturale.
È il malinteso che mi accompagna ogni estate. Io non sono una piscina e non sono nemmeno una spiaggia. Se togliete la villa romana, rimango una splendida insenatura; se togliete l’arco naturale, restano importanti rovine archeologiche. Ma io sono nata proprio dall’incontro fra queste due realtà. Natura e storia, qui, non si limitano a convivere: si spiegano a vicenda. Per questo soffro quando qualcuno mi osserva senza vedermi davvero.
Qual è il ricordo più antico che conserva?
Il silenzio. Non un silenzio assoluto, perché il mare non tace mai, ma un silenzio umano. Ricordo quando si arrivava fin qui lentamente, quasi sempre a piedi, e il cammino faceva parte dell’esperienza quanto la meta. Ricordo pescatori che capivano il tempo osservando il colore dell’acqua, contadini che lavoravano gli uliveti terrazzati sopra di me, ragazzi che imparavano a nuotare senza immaginare che un giorno qualcuno avrebbe chiamato “esperienza” ciò che per loro era semplicemente la vita quotidiana. I luoghi misurano il tempo in modo diverso dagli uomini: non attraverso gli anni, ma attraverso le generazioni.
C’è un ricordo al quale è particolarmente affezionata?
Ne ho molti, ma alcuni riaffiorano con maggiore nitidezza. Ricordo il 1955, quando arrivarono camion, cineprese e riflettori. All’improvviso il silenzio lasciò il posto alle voci di una troupe cinematografica. C’erano Sofia Loren, Vittorio De Sica e Dino Risi, impegnati nelle riprese di Pane, amore e…. Per qualche settimana il cinema trasformò questo luogo in un palcoscenico e tanti ragazzi di Sorrento fecero le comparse, osservando da vicino un mondo che sembrava irraggiungibile. Poi, come accade sempre, il cinema se ne andò e il mare tornò a fare il proprio mestiere. Ma ci sono ricordi ancora più piccoli, e forse proprio per questo più preziosi. Ricordo due fratellini che trascorrevano qui le estati con la famiglia. Avevano scoperto gli scogli davanti alla cala e avevano deciso di attribuire loro nomi segreti: “isola di R” e “arcipelago di G”. Per loro erano terre lontane, da conquistare a nuoto ogni mattina. È curioso: gli adulti credono che i luoghi appartengano alla storia; i bambini sanno che appartengono innanzitutto all’immaginazione.
E oggi che cosa osserva?
Osservo molta meraviglia, e sarebbe ingiusto negarlo. Vedo persone arrivare emozionate, spesso dopo aver sognato questo luogo per anni. Alcune si fermano in silenzio e cercano di capire perché questa piccola insenatura abbia attraversato i secoli quasi senza perdere il proprio fascino. Altre, invece, sembrano avere fretta. Cercano l’immagine che hanno già visto centinaia di volte sui social, la riproducono con sorprendente precisione e poi ripartono. A volte mi domando se abbiano notato le mura della villa, le antiche cisterne, i resti della cappella di Santa Fortunata, oppure il dialogo continuo fra la pietra costruita dall’uomo e quella modellata dal mare. Viaggiate molto più dei vostri nonni, ma qualche volta osservate meno.
Le pesa essere diventata così famosa?
No. Un luogo non dovrebbe mai lamentarsi di essere amato. Quello che temo è un’altra cosa: essere ridotta a un’immagine. La notorietà è una forma di vita; la semplificazione è una forma di oblio. Se qualcuno torna a casa ricordando soltanto una bella fotografia, io ho perso una parte della mia voce. Vorrei che chi viene fin qui portasse con sé anche il ricordo della villa romana, della cappella medievale, delle leggende, dei pescatori, dei bambini, di tutte le vite che mi hanno attraversata. Un luogo non è mai un istante: è una stratificazione.
Ha paura del futuro?
I luoghi non conoscono la paura nello stesso modo degli uomini. Conosciamo però l’erosione, l’abbandono, l’incuria. Ogni generazione pensa di avermi ricevuta in eredità, quando in realtà l’ha soltanto presa in prestito da quella successiva. La bellezza non è immortale. Ha bisogno di essere compresa prima ancora che protetta. Eppure, qualche anno fa, qualcuno ha provato a immaginare un futuro diverso per me. Una proposta nata dal basso, che parlava di un “Ecomuseo della Regina Giovanna”: non un semplice sito da visitare, ma un percorso vivo, in cui storia e natura, lavoro e poesia, archeologia e botanica potessero dialogare senza interruzioni. Un’idea che non si limitava a difendere, ma che voleva raccontare, coinvolgere, educare. Cartelli discreti, strumenti digitali, collegamenti con altri luoghi del Grand Tour, un centro visite tra gli ulivi, spazi per accogliere e spiegare, per trasformare la conoscenza in rispetto. Era una visione semplice e ambiziosa insieme: fare di questo luogo non solo un bene da proteggere, ma una responsabilità condivisa, un’opportunità per chi studia, per chi lavora, per chi vuole restare. Perché la cura non nasce dalla sorveglianza, ma dalla consapevolezza. E forse il futuro che temo di perdere è proprio quello che qualcuno, con attenzione e amore, aveva già iniziato a immaginare.
Se potesse rivolgersi ai sorrentini, che cosa direbbe?
Direi di non fidarsi troppo dell’abitudine. È una forma di cecità gentile. Chi cresce accanto a un paesaggio finisce spesso per credere che sarà sempre lì, identico a se stesso. Ma nessun luogo resta uguale se gli uomini smettono di averne cura. Ogni pietra spostata, ogni rifiuto abbandonato, ogni gesto distratto si deposita lentamente su di noi, proprio come il sale portato dal mare. La differenza è che il sale il mare lo lava via; l’indifferenza, invece, resta.
E a chi arriva da lontano?
Chiederei soltanto qualche minuto. Prima di prendere il telefono, sedetevi. Ascoltate il mare passare sotto l’arco di roccia. Seguite con gli occhi la luce che cambia sulle antiche mura. Provate a immaginare quante persone, in duemila anni, hanno osservato questo stesso orizzonte. Se riuscirete a farlo, la fotografia verrà comunque. Ma non sarà più la cosa più importante che porterete via con voi.
Quando mi alzo per andare via, la cala torna lentamente al suo silenzio. Per un istante mi domando se quella conversazione sia davvero avvenuta. Poi il mare entra sotto l’arco naturale con un suono profondo, antico, quasi una voce. Ripenso a una frase che i Bagni della Regina Giovanna avevano pronunciato all’inizio dell’intervista: «Ogni epoca mi ha lasciato un nome». Forse è questo il destino dei luoghi. Accumulare nomi, storie, leggende e vite diverse, aspettando che qualcuno abbia la pazienza di ascoltarle tutte, invece di fermarsi alla più famosa.
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