Il termine “Controra” analizzato nel Piccolo Dizionario Amorevole della Penisola Sorrentina e Costiera Amalfitana
Controra s. f. – Tempo sospeso del primo pomeriggio meridionale; non semplice fascia oraria, ma spazio simbolico, sonoro e sociale in cui il mondo rallenta fino quasi a scomparire. La controra non coincide con l’orologio, ma con una soglia: è il momento in cui la luce diventa verticale, l’aria si fa immobile, le strade si svuotano e la vita pubblica si ritrae negli interni. Insomma, non è assenza di tempo, ma una sua diversa qualità.
Nella Penisola Sorrentina la controra assume caratteristiche proprie, legate alla conformazione del territorio e al suo regime di esposizione. Qui il sole non cade su una pianura, ma rimbalza su costoni, pareti tufacee, muri chiari; la luce si riflette dal mare verso l’alto e torna indietro, amplificando il calore e appiattendo le ombre. È un’ora in cui lo spazio sembra perdere profondità e i vicoli si svuotano, le terrazze si chiudono, le superfici brillano fino a diventare quasi accecanti. Il paesaggio, così intensamente visibile per il resto della giornata, durante la controra si sottrae allo sguardo.
Per questo, più che altrove, la controra è una pratica di ritiro. Non è solo risposta fisiologica al caldo, ma una sospensione deliberata della socialità, perché le serrande dei negozi sono abbassate, le voci trattenute, i passi scompaiono. La strada, così centrale nella vita pubblica, perde funzione e diventa spazio neutro, attraversabile ma non vissuto. Infatti, a emergere è un silenzio denso, fatto di suoni minimi, come le cicale, un ventilatore, il mare quasi fermo, lontano ma presente come respiro costante.
La controra è dunque un tempo liminale: non appartiene pienamente né al giorno produttivo né alla sera relazionale, ma è un intervallo che restituisce centralità alla casa, al corpo, all’interno. In questo senso è anche un tempo sociale selettivo, nel senso che chi conosce i codici si ritira; chi non li possiede, come il forestiero e il visitatore, resta esposto, spaesato, incapace di interpretare quel vuoto apparente. In altre parole, la controra non si offre, ma si attraversa solo sapendo quando fermarsi.
Questa qualità rarefatta e ambigua ha trovato una traduzione particolarmente incisiva nella musica mediterranea contemporanea. In Franco Battiato, la controra non è soltanto nominata, ma soprattutto abitata. Se in “L’esodo” (1982) affiora esplicitamente «l’odore d’incenso nelle ore di controra», è altrove che questo tempo sospeso diventa forma compiuta. In “Summer on a Solitary Beach” (1981) il primo pomeriggio estivo è descritto come uno spazio svuotato, quasi abbandonato, in cui il mondo sembra essersi ritirato lasciando emergere una quiete irreale; in “Segnali di vita” (1981) il tempo si dilata, i gesti rallentano, la percezione si fa più porosa. In questa flemma pomeridiana, il rumore del mondo si spegne senza dramma e si apre uno spiraglio per una percezione “altra”: non evasione, ma attenzione sottile, lucidità quieta. La controra, in Battiato, è il momento in cui il pieno del giorno si svuota abbastanza da lasciare passare qualcosa di diverso.
Negli Almamegretta, la controra assume una consistenza sonora e quasi fisica. Con l’album “Controra” (2013), il gruppo restituisce un’atmosfera di immobilità carica di tensione, una sorta di stasi elettrica mediterranea: l’aria ferma come accumulo, più che come quiete. È un silenzio denso, attraversato da bassi profondi, riverberi lenti, pulsazioni che sembrano provenire dal sottosuolo. La controra diventa qui un paesaggio sonoro, fatto di sospensione, concentrazione e attesa, ossia un tempo in cui il Mediterraneo sembra trattenere il respiro.
Con Pino Daniele, la controra si trasforma invece in stato d’animo. Non viene quasi mai nominata esplicitamente, eppure attraversa la sua musica come una luce obliqua e malinconica: il mare immobile, le strade svuotate dal sole, una pace stanca che non è rinuncia, ma lucidità. In brani come “Appocundria” (1979) o “Terra mia” (1977), il tempo sembra contrarsi fino quasi a fermarsi; l’energia non esplode, ma si ritira. Qui la controra non è più soltanto un’ora del giorno, ma una condizione esistenziale, ovvero un equilibrio fragile tra appartenenza e distanza, tra desiderio di restare e bisogno di prendere fiato dal mondo.
Sul piano simbolico, la controra è anche il tempo dell’invisibile, dal momento che nelle credenze popolari è l’ora in cui lo spazio, momentaneamente liberato dai vivi, torna a essere di altri: presenze liminali, figure del racconto, ombre che non reggono la luce piena. È un tempo che chiede rispetto, silenzio, misura.
Nella Penisola Sorrentina, dove l’esposizione è continua e lo sguardo è costantemente sollecitato, la controra resta uno degli ultimi dispositivi spontanei di sottrazione. Ricorda che non tutto deve essere mostrato, attraversato, consumato; che esistono ore in cui il territorio non si offre, ma si protegge. E che anche il silenzio, qui, è una forma attiva di abitare.
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