Sorrento 2026. Diario di una campagna elettorale – Ultima puntata: il tempo che comincia
A Sorrento stamattina il cielo è sereno. L’aria è mite, il vento soffia leggero dal mare e la città sembra essersi concessa una pausa dopo settimane di parole, incontri, confronti e attese. Per la prima volta dopo molto tempo, il giorno successivo alle elezioni appare segnato più dal silenzio che dalle parole, quasi che la città abbia avvertito il bisogno di fermarsi un momento, prendere fiato e misurare la distanza tra il tempo della campagna e quello che ora si apre.
Per mesi Sorrento ha discusso, litigato, commentato, interpretato. Le piazze, le sale pubbliche, i bar, i gruppi Facebook e le conversazioni private sono diventati luoghi di un confronto continuo, spesso acceso, nel quale si sono intrecciati candidati e alleanze, idee di continuità e di cambiamento, aspettative, delusioni e speranze. Poi sono arrivate le urne e, come accade nelle democrazie, il voto ha ricondotto quella pluralità di voci a un risultato.
Corrado Fattorusso è stato eletto sindaco con il 59,41% dei voti. Ferdinando Pinto si è fermato al 40,59%. Il risultato è apparso chiaro fin dalle prime proiezioni ed è stato riconosciuto immediatamente da tutti gli attori politici. Pinto ha augurato buon lavoro al nuovo sindaco, rivendicando al tempo stesso il ruolo di opposizione responsabile; Fattorusso ha parlato di fiducia, responsabilità e futuro. Anche tra i cittadini il discorso pubblico si è rapidamente spostato dalla competizione alla prospettiva del governo.
Può sembrare un passaggio ordinario, ma in realtà assume un significato particolare alla luce della storia recente della città.
Quella appena conclusa, infatti, è stata una campagna elettorale maturata in circostanze eccezionali: dopo l’arresto del sindaco Massimo Coppola, dopo mesi di esposizione mediatica nazionale, dopo il commissariamento prefettizio e dopo una lunga fase nella quale molti cittadini hanno avuto la sensazione di vivere dentro una parentesi politica sospesa. In questo contesto il voto ha assunto un valore che andava oltre la semplice scelta di una nuova amministrazione, segnando anche la conclusione di una stagione segnata dall’incertezza e dall’attesa.
Nel corso di queste settimane ho provato a raccontare la campagna elettorale osservandola giorno dopo giorno. Più che seguire esclusivamente i candidati o i programmi, mi interessava comprendere che cosa stesse accadendo alla città, quali paure emergessero, quali speranze prendessero forma e quali parole tornassero con maggiore frequenza nel discorso pubblico.
Rileggendo oggi gli appunti raccolti durante gli ultimi mesi, ciò che più mi colpisce è la centralità di una domanda che ha attraversato l’intera campagna: la questione della fiducia. Certo, si trattava di scegliere chi avrebbe governato Sorrento nei prossimi anni, ma il confronto sembrava ruotare soprattutto attorno alle condizioni che rendono possibile la fiducia politica.
A posteriori, colpisce anche un altro aspetto. Dopo l’arresto del sindaco precedente sarebbe stato facile immaginare una campagna dominata dalla ricerca delle responsabilità e dall’attribuzione delle colpe. In parte è accaduto. Tuttavia il dibattito pubblico si è progressivamente spostato anche su un’altra questione: la ricerca di nuovi criteri di fiducia politica.
Si è parlato continuamente di credibilità, coerenza, trasparenza, metodo, ascolto, comunità. Non sono mancati i temi concreti: l’ospedale unico, il percorso meccanizzato e il nuovo stadio di calcio hanno occupato una parte significativa del dibattito pubblico. Altri argomenti, forse ancora più vicini alla vita quotidiana dei cittadini, come i trasporti, la mobilità e la gestione dei flussi, sono emersi invece in modo meno incisivo e continuativo. Anche le alleanze sono state lette prevalentemente attraverso categorie morali prima ancora che politiche. In molti interventi, esplicitamente o implicitamente, riaffiorava sempre la stessa domanda: chi appare credibile? Chi è coerente? Quali relazioni generano fiducia e quali, invece, suscitano perplessità?
Per questa ragione guardo con qualche cautela alle letture che descrivono la Sorrento di questi mesi come una città irrimediabilmente divisa. Le tensioni non sono mancate, così come i sospetti, le polemiche, le accuse reciproche, i meme discutibili, le allusioni e alcuni momenti di forte irrigidimento del confronto pubblico, soprattutto nelle ultime settimane. Eppure, accanto a tutto questo, ho visto anche una costante ricerca di spazi di discussione. In un tempo in cui le occasioni di confronto collettivo diventano sempre più rare e frammentate, una campagna elettorale continua a rappresentare uno dei pochi momenti nei quali una comunità è chiamata a interrogarsi pubblicamente su se stessa. Si discute di candidati e programmi, naturalmente, ma sotto la superficie emergono questioni più profonde: identità, valori, priorità condivise, idee di futuro. Ci si confronta, ci si mette in discussione, talvolta ci si scontra. In questo senso la campagna elettorale resta uno dei momenti più intensi della vita democratica, perché costringe una città a chiedersi chi è e quale direzione intenda prendere.
Il confronto pubblico del Teatro Tasso, le dirette Facebook, gli incontri nei quartieri, le domande dei cittadini, le discussioni online e perfino molte delle polemiche che hanno accompagnato queste settimane hanno rappresentato occasioni attraverso cui la comunità ha cercato di parlare di sé. Una campagna elettorale difficilmente può sanare le ferite di una città; il suo contributo consiste piuttosto nell’offrire un linguaggio comune attraverso cui riconoscerle e affrontarle. Ho l’impressione che, nel complesso, sia proprio questo ciò che è accaduto a Sorrento.
Uno degli aspetti più interessanti emersi durante questo percorso riguarda la natura profondamente relazionale della politica locale. Molte discussioni risultavano difficili da comprendere perfino a chi seguiva quotidianamente la campagna, figuriamoci a un osservatore esterno. Si parlava di compagnie, vicinanze, appartenenze, vecchie amministrazioni, rapporti personali. Talvolta sembrava che i programmi passassero in secondo piano. Col passare delle settimane mi sono convinto che una parte importante del dibattito pubblico non riguardasse soltanto l’attribuzione delle responsabilità per quanto accaduto nell’ultimo anno. Sarebbe stato più semplice limitarsi a individuare colpevoli, separare nettamente il passato dal presente e considerare chiusa la vicenda. Invece, la discussione cittadina, pur tra molte contraddizioni, ha seguito spesso una strada diversa. La domanda che emergeva con maggiore frequenza non era soltanto “di chi è la colpa?”, ma soprattutto “di chi ci si può fidare adesso?”. In questo senso la campagna elettorale ha rappresentato anche un processo collettivo di ridefinizione della fiducia pubblica, attraverso il quale la comunità ha cercato di confrontarsi con la propria ferita politica senza ridurla esclusivamente alla ricerca di un responsabile.
A quella domanda gli elettori hanno dato una risposta attraverso il voto. Come ogni risposta democratica, si tratta di una risposta storica e contingente, destinata a essere verificata nel tempo dall’esperienza concreta del governo.
Ed è proprio qui che comincia una fase nuova.
Per mesi il centro della scena è stato occupato dalla credibilità dei candidati, mentre da oggi l’attenzione si sposta inevitabilmente sulla responsabilità di chi governa. La questione decisiva riguarda l’uso che verrà fatto della fiducia ricevuta e la capacità di tradurla in scelte, indirizzi e risultati.
Forse è questa l’eredità più significativa della campagna appena conclusa.
Sorrento esce da un periodo lungo e complesso. Le ferite aperte negli ultimi mesi richiederanno tempo, così come la ricostruzione della fiducia e il consolidamento di nuovi equilibri politici. Anche sul significato stesso della ripartenza continueranno probabilmente a convivere sensibilità diverse. Per alcuni, dopo quanto accaduto, il compito principale resta quello della vigilanza, della memoria critica e della discontinuità rispetto al passato. Per altri, senza rinunciare alla consapevolezza della crisi attraversata, diventa altrettanto importante riaprire spazi di fiducia, normalità e partecipazione. Non si tratta necessariamente di visioni incompatibili, quanto piuttosto modi diversi di immaginare come una comunità possa uscire da una fase difficile e tornare a progettare il proprio futuro. Restano le differenze, restano le aspettative, restano le critiche. Al tempo stesso la città torna ad avere un sindaco scelto dai cittadini, una maggioranza e una minoranza, e una politica che riprende il proprio corso ordinario dopo la lunga parentesi commissariale.
La sensazione che resta, alla fine di questo percorso, è quella di una soglia attraversata: un tempo si chiude e un altro comincia.
Per me si conclude anche questo diario. Ringrazio Posideo per avermi dato la possibilità di raccontare in diretta una fase così significativa della vita pubblica sorrentina e ringrazio i lettori che hanno seguito queste cronache settimanali. Ho cercato, semplicemente, di osservare la città mentre attraversava una trasformazione e di restituire, articolo dopo articolo, alcune tracce di quel cambiamento.
La campagna elettorale finisce qui. La storia di Sorrento, naturalmente, continua.
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