Sorrento 2026. Diario di una campagna elettorale – Settimana 7: la fine dell’attesa
Stasera si chiudono i tempi supplementari della campagna elettorale sorrentina del 2026 e, come sempre, anche questi ultimi giorni hanno avuto una loro atmosfera particolare. Le piazze hanno continuato a riempirsi, i candidati hanno moltiplicato gli incontri, i social network sono stati ancora ampiamente attraversati da post, commenti e discussioni, eppure qualcosa è cambiato. La sensazione non è più quella dell’attesa fiduciosa dell’inizio né quella dell’entusiasmo delle settimane centrali. Piuttosto, si è avvertita una miscela di tensione e sollievo. Si è percepito che il traguardo è vicino.
Tra poche ore a Sorrento la campagna si chiuderà, prima del ballottaggio di domenica e lunedì tra Corrado Fattorusso e Ferdinando Pinto; e la città appare attraversata da sentimenti diversi: aspettativa, preoccupazione, curiosità, stanchezza. Dopo tante settimane di confronti, dibattiti, polemiche e incontri pubblici, molti sembrano avvertire il bisogno di arrivare finalmente a una conclusione.
Nelle settimane precedenti il dibattito era stato dominato soprattutto dalle conseguenze del primo turno e dall’apparentamento tra Raffaele Attardi e Corrado Fattorusso. Questa settimana, invece, pur senza abbandonare del tutto il terreno delle alleanze, i due candidati rimasti in corsa hanno cercato di riportare l’attenzione anche su alcuni temi concreti della vita cittadina.
Corrado Fattorusso ha continuato a costruire la propria comunicazione attorno a parole come ascolto, partecipazione e inclusione. Gli incontri con i cittadini, le riflessioni sul mercato settimanale, l’attenzione per l’accessibilità delle cabine elettorali e il richiamo costante al confronto diretto hanno contribuito a consolidare l’immagine di una candidatura che punta molto sulla prossimità e sulla costruzione condivisa delle decisioni pubbliche. Anche lo slogan utilizzato nelle ultime ore, «Più ascolto, più futuro», sembra sintetizzare efficacemente questa impostazione.
Ferdinando Pinto ha invece insistito maggiormente sui temi della sicurezza, dell’efficienza amministrativa e della capacità di intervento. La tragedia avvenuta in via degli Aranci pochi giorni fa, in cui una donna è morta mentre rientrava da lavoro, ha alimentato una discussione molto ampia sul controllo del territorio, sulla sicurezza stradale, sugli attraversamenti pedonali, sull’illuminazione e sui sistemi di vigilanza urbana. Nei commenti dei cittadini il dibattito si è rapidamente allargato a questioni più generali riguardanti la capacità delle istituzioni di governare efficacemente gli spazi pubblici.
Accanto a questi temi è emersa anche una questione che per gran parte della campagna era evocata, ma non davvero esplicitata: la casa. Il cosiddetto “patto per restare”, promosso da Rosario Lotito (candidato della coalizione Attardi al primo turno e successivamente schieratosi a sostegno di Pinto), ha riportato al centro il problema dell’accesso all’abitazione e della possibilità per i residenti di continuare a vivere nella propria città. È un tema che tocca una delle contraddizioni più profonde della Sorrento contemporanea: il successo economico prodotto dal turismo e le difficoltà crescenti che molti cittadini incontrano nel mantenere una presenza stabile sul territorio.
Eppure, anche quando il confronto si sposta su questioni concrete, la politica continua a essere raccontata soprattutto attraverso relazioni e qualità morali. Lo dimostrano bene alcuni sostegni espressi verso l’uno o l’altro candidato, in cui, in genere, si parla poco di singole misure amministrative e molto di ascolto, partecipazione, serietà, responsabilità, competenza, credibilità, metodo. Prima che sui contenuti, si vuole esprimere convergenza sul modo di intendere la politica e il rapporto con la cittadinanza.
È un elemento che ha attraversato quasi tutta la campagna elettorale e che continua a emergere anche in questa fase finale. Le discussioni pubbliche sono ruotate spesso attorno alla fiducia, alla credibilità, alla coerenza, alle compagnie, alle vicinanze e alle appartenenze. I programmi esistono, naturalmente, ma il linguaggio attraverso cui vengono interpretati resta largamente relazionale.
Questa centralità delle relazioni aiuta a comprendere anche uno degli aspetti più significativi emersi negli ultimi giorni: il ritorno dei meme, dei fotomontaggi e dei contenuti anonimi che evocano la figura dell’ex sindaco Massimo Coppola, ritratto ora con un candidato, ora con un altro, come a sottintenderne collusione o manipolazione. Al di là del loro contenuto specifico, questi materiali hanno suscitato reazioni diffuse di fastidio e indignazione. Colpisce il fatto che molti cittadini, indipendentemente dalle proprie preferenze politiche, abbiano percepito tali strumenti come un deterioramento del confronto pubblico.
In fondo, quei meme funzionano perché fanno leva su una ferita ancora aperta. A distanza di un anno dall’arresto del sindaco, la vicenda continua a esercitare una forte influenza simbolica sulla vita politica cittadina. Coppola compare raramente come oggetto diretto della discussione, ma continua a riemergere come allusione, sospetto, riferimento implicito, criterio attraverso cui interpretare alleanze, candidature e posizionamenti. Il trauma politico che ha investito la città non appartiene ancora interamente al passato; continua a produrre immagini, linguaggi e interpretazioni.
Proprio per questo risultano particolarmente interessanti i numerosi interventi di cittadini che, negli ultimi giorni, hanno richiamato l’attenzione sulla qualità del confronto pubblico. Nei post, nelle dirette e nei commenti ricorrono continuamente parole come rispetto, correttezza, dignità, misura. Molti non sembrano interrogarsi soltanto su chi vincerà le elezioni, ma anche sul modo in cui la comunità sta attraversando questo passaggio.
Le riflessioni di Mariolina Costagliola e degli altri promotori di “Fuori copione”, che ha organizzato varie dirette-FB con i candidati, intese come contributi informativi e di riflessione, mostrano con chiarezza questa sensibilità. Le critiche non riguardano tanto l’esistenza del conflitto politico, che viene considerato naturale e persino necessario, quanto le sue degenerazioni. Ciò che viene contestato è la trasformazione del confronto in tifoseria, la riduzione dell’avversario a caricatura, l’abbandono del terreno delle idee per quello dell’insulto o dell’allusione.
Forse è proprio qui che emerge il dato più interessante di questa settimana. Per mesi ho avuto l’impressione di osservare una campagna elettorale complessivamente civile, certamente animata da contrapposizioni anche forti, ma raramente dominata dall’aggressività personale. Molti cittadini sembrano condividere questa valutazione. Allo stesso tempo, gli ultimi giorni hanno mostrato un evidente aumento della tensione. La fatica accumulata, l’importanza della posta in gioco e la vicinanza del voto hanno progressivamente irrigidito il clima.
Per questo motivo la sensazione prevalente non è quella di una città spaccata in due blocchi inconciliabili. Al contrario, Sorrento arriva al ballottaggio più stanca che polarizzata. Si percepisce una comunità che ha discusso molto, che si è interrogata su se stessa, che ha attraversato mesi di elaborazione pubblica dopo il trauma politico dell’ultimo anno e che adesso desidera soprattutto uscire da questa lunga fase di sospensione.
Questa sera i comizi conclusivi chiuderanno ufficialmente la campagna elettorale. Domenica e lunedì toccherà agli elettori scegliere il prossimo sindaco. Qualunque sarà il risultato, si concluderà una stagione che va ben oltre la normale competizione amministrativa. Una stagione iniziata con l’arresto del sindaco, proseguita attraverso il commissariamento prefettizio, attraversata da una straordinaria quantità di discussioni pubbliche e culminata in una delle campagne elettorali più partecipate degli ultimi anni.
Dopo il risultato elettorale, il mio prossimo diario potrà interrogarsi sul significato del risultato. Queste riflessioni sulla campagna elettorale, invece, si fermano un istante prima: nel momento in cui la città ha quasi terminato di parlare e si prepara ad ascoltare il verdetto delle urne.
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